Fango

Fango

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Primo film a essere proiettato alla sessantesima edizione della Mostra di Venezia, Fango di Dervis Zaim è un doloroso scandaglio della guerra silenziosa combattuta tra turchi e ciprioti dopo l’instaurazione del regime dei colonnelli. Un’opera affascinante, presentata nella sezione Controcorrente.

Statue di sale

A Cipro, nelle distese di fango del lago salato, sono sepolti ricordi, orrori della guerra, antiche statue portatrici di leggende, argille capaci di poteri curativi. Quattro amici turchi (Ali, Temel, Halil, Aisha) cercano di riappacificarsi con il passato del conflitto turco-cipriota. Ali e Temel vengono coinvolti in un curioso progetto ONU che prevede la realizzazione di una statua di gesso dello stesso Ali a grandezza naturale da collocare in una casa nella parte greca dell’isola, e così al contrario. Fallita l’iniziativa, se ne prova un’altra mirata a trovare uomini le cui famiglie sono state uccise durante il conflitto per conservare campioni del loro sperma da esporre in una mostra. Ali è tra i prescelti. Temel, colpevole di molti omicidi, sa che nel fango sono nascosti i corpi ma non ha il coraggio di andarli a ripescare… [sinossi]

Il film che ha aperto la sessantesima mostra prima dell’apertura “ufficiale”, affidata all’ennesima dimostrazione di amore e nevrosi newyorchesi tracciata da Woody Allen in Anything Else, è stato Çamur (Fango è la traduzione letterale) di Dervis Zaim, in concorso nella sezione “Controcorrente”.
Il film analizza le tensioni politiche tra turchi e greci attraverso lo studio di due personaggi: Alì, sfuggito a un massacro nel 1974 e praticamente muto e Temel, suo amico, gestore di un ristorante in riva al mare, che lavora per un’associazione pacifista svizzera, nella speranza che la difficile situazione fra le due culture possa essere appianata. Temel cerca di mettere in pratica i suoi intenti pacifisti attraverso la costruzione di statue, calchi di gesso che ritraggono greci e turchi e che vengono scambiati tra le due parti; così il calco che raffigura Alì – a cui è metaforicamente posto in mano un microfono – viene portato nella zona greca, mentre il calco di un greco fuggito dalla zona turca diventa ornamento per l’appartamento di Anye, sorella di Alì. Alì svolge il servizio militare nella zona dei fanghi, distesa desertica nella quale la gente va a fare i bagni di fango, considerati nella credenza popolare miracolosi, e si convince che questi possano curare la sua voce. Nella disperata ricerca di fango, Alì si imbatte in una statua ben più antica di quelle costruite da Temel, residuo di civiltà perdute, di memorie antiche. E Halil, l’uomo di Anye, pensa bene di approfittare della situazione per fare soldi con il mercato nero: convince così Alì a scavare ancora e a procurare altri resti archeologici.

Questa l’intricata trama che avvolge l’opera di Zaim, pervasa dai campi lunghi nei quali si muovono i protagonisti, costretti a confrontarsi con assolati spazi desertici, distese di sale, mari. Uno spazio dove tutto viene celato, nascosto, e dove la necessità di scavare e di portare alla luce i vari passati produce strappi dolorosi e porta a una nemesi se non particolarmente giusta, certamente inevitabile nella sua progressiva catarsi. Dalle profondità della terra non emergono infatti solo i resti archeologici sui quali metterà le mani la malavita, emerge soprattutto il ricordo del massacro del 1974 e la sua conseguenza, ovvero la personale rappresaglia nei confronti dei greci portata avanti anche da Temel: il suo desiderio di pace nasce dunque da una opprimente sensazione di colpa, e in questo mondo liminare, nel quale le tensioni non hanno lo spazio adatto per esplodere – sopite dalla solitudine e dal silenzio –, tutti hanno il modo di sentirsi in colpa e di incolpare: Temel, assassino pentito che cerca di espiare la propria memoria del delitto con l’ipotesi di pace, Alì, peso morto a cui deve badare la sorella, Anye, che abortisce in seguito allo sforzo profuso nello scavare il fango che Alì ritiene miracoloso, Halil che tradisce la fiducia di Anye e Alì e fugge con i reperti trovati per tornare trascinando con sè i criminali che metteranno fine alla vita dei due amici. Non esiste logica, e anche la logica del mito è costretta a cedere il passo: Alì riacquista la voce, ma a cosa può servire in una civiltà destinata alla decadenza e alla morte?
Anche l’arte resta qualcosa di inerte e sotterrato, nascosto sotto la terra dall’ingiuria dei tempi e sotto il mare da Temel, fautore di un’utopica risoluzione pacifica. Arti diverse – la cultura classica che si scontra con lo stile moderno, così come il mito si scontra con un presente cinico e violento – che devono sottostare alle medesime regole: in un mondo che innalza fili spinati e muri non c’è spazio per l’arte. Il destino verso cui si muovono Alì e Temel è un destino di morte, e non esiste rassegnazione né rivolta nei loro gesti, ma semplice apatia e sensazione di smarrimento: l’idea di essersi persi, di non avere più una linea da seguire, di essere stati travolti da qualcosa che non si ha ancora la forza di riordinare. Perché la memoria è ancora troppo lucida, e nessuno ha la forza di essere sincero e di ammettere i propri delitti. Si preferisce restare in silenzio, obbedire a chi si ha intorno – Alì che svolge ancora il servizio militare e si lascia abbindolare da Halil, Anye che abortisce solo per assecondare le fantasie del fratello – e cercare di ricacciare indietro gli spettri della memoria. E quando la forza di andare contro se stessi prende corpo è tempo che il destino si compia, per mano di quei malviventi che hanno sfruttato l’arte per denaro. Temel riceve il suo colpo di pistola proprio accanto al luogo dove sono seppelliti i resti dei greci che lui stesso aveva assassinato per vendicare il massacro a cui sfuggì miracolosamente Alì: per la prima volta dall’inizio del film il passato e il presente si congiungono, e mettono la parola fine sulla vicenda.
Fine che non è poi, in fin dei conti, la fine del tutto: attraverso le nuove tecnologie biochimiche Anye può restare nuovamente incinta, stavolta sfruttando lo sperma di suo fratello. Quei due bambini che ha accanto sono un segnale di speranza, un segnale di pace: finalmente non affidato alla memoria – calchi di uomini, riproduzioni – ma all’ipotesi di un futuro diverso.

L’opera di Zaim è quanto di più attuale si potesse scegliere per aprire questa 60esima mostra: in un’epoca in un cui si sta praticando una corsa affannata alle proprie radici culturali (come se tutti gli esseri che ci circondano siano lì per derubarci di qualcosa di nostro, del nostro passato, della nostra essenza), elogiando le differenze fra le culture e barricandosi contro le contaminazioni – anacronistico, si è nel pieno dell’era delle contaminazioni, dall’arte alle scoperte scientifiche e il timore è quello di assorbire le culture altrui – questo film basato fin dal titolo sulla contaminazione (fango, ovvero acqua + terra) appare essenziale ben più di quanto si possa immaginare. E di buon augurio per questa mostra.

Info
Il trailer di Fango.
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