Piano Blues

Piano Blues

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Con la sua caratteristica voce stridula e una toccante discrezione, Clint Eastwood in Piano Blues conduce lo spettatore in un percorso sul blues pianistico, mettendosi personalmente in scena, accanto a mostri sacri come Ray Charles, Pinetop Perkins, Dave Bruker.

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Con toccante discrezione Eastwood ci conduce in questo suo personale percorso nel piano blues, mettendosi personalmente in scena, accanto a mostri sacri del calibro di Ray Charles, Pinetop Perkins, Dave Bruker. Che siano loro a fargli visita o viceversa poco importa, il nostro è un eccellente e premuroso padrone di casa, fa accomodare i suoi ospiti accanto a sé sullo sgabello a due posti, e commenta i loro racconti con i suoi striduli “yeah, yeah”, quando non si inserisce direttamente nei discorsi riportando le sue personali esperienze.

Una semplicissima equazione pronunciata dalla voce narrante dell’autore apre il documentario: “Il piano sta alla musica come l’invenzione della stampa alla poesia”. Una metafora elementare ma suggestiva, cui seguono alcune nozioni storiche sull’invenzione dello strumento, avvenuta in Italia, ad opera di Cristofori. La voce stridula di Eastwood continua il suo racconto mentre le immagini ci conducono all’interno di una fabbrica, dove il lavoro attento di operai e artigiani produce pianoforti. Prima di rivisitarne l’applicazione nel blues americano, Eastwood documenta il venire alla luce dello strumento, emozionato come un padre in sala parto, intento ad una documentazione ad uso prettamente domestico.
Quando finalmente la voce narrante si incarna, il nostro è in un piccolo studio di registrazione, al fianco di un lucente piano nero, in attesa del suo primo ospite. L’ingresso di Ray Charles nella saletta insonorizzata è a dir poco commuovente, e Eastwood lo accoglie con calore e familiarità. Affetto per l’ospite e per lo strumento sono due elementi portanti del capitolo della serie The Blues firmato da Eastwood, il penultimo di questa piccola enciclopedia (seguito poi da Warming by the Devil’s Fire di Charles Burnet, unico regista afroamericano del gruppo) ideata e patrocinata da Martin Scorsese, autore a sua volta dell’episodio Dal Mali al Mississippi (Feel Like Going Home, 2003).

Nel rispecchiare la struttura dei precedenti capitoli (alternanza di immagini del presente con filmati di repertorio) Piano Blues è illuminato dalla discreta (onni)presenza dell’autore, che si sente personalmente chiamato in causa (ricordiamo, qualora ce ne fosse l’occorrenza, che Eastwood è un apprezzato pianista ed esperto di blues e di jazz), e non può evitare di esporsi quando si parla di un argomento a lui noto. Il formato digitale accentua il suo pallore e, caso eccezionale, non raggela ricordi e sensazioni espresse dai personaggi: l’immagine livida restituisce soprattutto visi e mani nodose segnati dagli anni, e il volto di Eastwood, smunto ed etereo, dagli zigomi perennemente lucidati di rosa.
Professor Long Hair, un altro mostro sacro del blues intervistato da Eastwood, ricorda come durante l’infanzia avesse a disposizione soltanto un vecchio piano rotto e scordato, suo compagno e vero maestro. “Con un piano rotto in casa impari molto”, afferma il bluesman, l’imperfezione implica infatti un rapporto più stretto, una conoscenza più profonda dello strumento, necessario di cure e attenzioni: Professor racconta di come ne smontava i cuscinetti e i tasti, alcuni dei quali non emettevano alcun suono. Le sue dichiarazioni esplicitano un rapporto quasi feticistico con lo strumento, che ha contagiato anche Eastwood: dopo averne mostrato la fabbricazione, Clint in studio vi gira intorno, si siede allo sgabello, si specchia nella sua lucida superficie, e lo strumento prende vita, si fa quasi antropomorfo.
I ricordi in Piano Blues sono sempre evocati accanto al piano e traggono origine
esclusivamente dalle parole emesse dai volti invecchiati, sono assenti riferimenti a musicisti o esecuzioni del presente. La struttura del film è dunque tutta centrata sugli incontri del condottiero Clint Eastowood con i vari personaggi e sulle loro rievocazioni personali, nelle quali si inseriscono via via i filmati di repertorio riguardanti storici pianisti blues come Pete Johnson, Martha Davis, Marcia Ball, Big Joe Turner, e ancora Nat Cole e l’immancabile Muddy Waters, che ci ricorda pleonastico che: “due cose provocano il blues: mancanza di soldi e mancanza d’amore”.

Eastwood mette in scena in Piano Blues la propria e altrui vecchiaia, arricchendo i colloqui con i pianisti intervistati di aneddoti personali: rievoca una scena di Honkytonk Man, il suo film del 1982 sulla vita dissoluta di Red Stovall, un countrybluesman
(da lui interpretato) tisico e alcolista, in un Oklahoma squassato dalla depressione e dagli uragani; poi, in un momento successivo, il regista ricorda di quando Fats Domino volle esibirsi nel paesaggio del Wyoming, dove Eastwood stava girando Fai come ti pare (Any Which Way You Can, 1980): unici spettatori della performance pianistica, dieci alci.

Il piano è dunque per l’autore anche uno strumento di conquista e violazione del paesaggio, ha conquistato il west alla stessa stregua di fucili e picchetti dei pionieri, e dopo un tirocinio nei saloon e nei bordelli dell’ovest ancora selvaggio, ha poi acquisito dignità attraverso i grandi musicisti del blues, unica vera forma d’arte oriunda americana.

Info
Il trailer di Piano Blues.
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