Kancil’s Tale of Freedom

Kancil’s Tale of Freedom

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Con il documentario Kancil’s Tale of Freedom Garin Nugroho conferma la statura maiuscola del suo cinema, esperienza fondamentale per la rinascita della produzione indonesiana.

Dov’è la libertà?

Il film segue le vite quotidiane di quattro ragazzi che vivono nelle strade di Jakarta: Kancil, Topo, Sugeng e Hatta si muovono attorno alla leggendaria Malioboro Street, che fu epicentro della resistenza contro i giapponesi e gli olandesi. Il documentario commemora anche il cinquantenario dell’indipendenza voluta da Sukarno… [sinossi]

Parallelamente alla carriera di regista di film a soggetto, grazie ai quali ha raggiunto oramai la consacrazione internazionale (basti pensare a Love is a Slice of Bread e And the Moon Dances – quest’ultimo premiato a Berlino), e nei quali si fonde la più pura ricerca cinematografica a una sorta di antropologia visiva, memoria delle radici culturali di un paese frammentato, Garin Nugroho sviluppa un impegno costante nell’arte documentaria. Uno dei suoi prodotti è Kancil’s Tale of Freedom. L’idea di frammentazione culturale dovuta in parte alla stessa conformazione geografica dell’Indonesia, arcipelago di isole, trova qui il suo aberrante contrasto, il suo cinico risultato. Bambini provenienti da isole diverse, da culture diverse, da situazioni familiari diverse, spinti da motivazioni psicologiche diverse, condividono, nella capitale dell’Indonesia, uno stile di vita quasi standardizzato nella sua cruenta realtà: il vagabondaggio, la vita dei senza tetto. Come i meniños de rua brasiliani – ma in fin dei conti così diversi dai bambini che strascicano due note d’organetto sulle nostre metro? – creano una sub-società con le proprie regole e i propri tabù che altro non è se non una visione distorcente di quella che li sovrasta e che vorrebbe avere la possibilità di non renderli noti. In un mondo in cui lo sfruttamento delle energie infantili è stato assunto come simbolo di vergogna eterna senza comprendere quanto quello sfruttamento sia dovuto proprio al sistema produttivo e sociale che pompa vita e profitto nel mondo che lo condanna, seguiamo la giornata-tipo di Kancil, bambino di strada, e dei suoi amici Sugeng e Heru. Una giornata passata a vagabondare per la città, cercando qualcosa da mangiare nella spazzatura (“i ricchi buttano via un sacco di cose che si possono mangiare”), sperando di raccattare due soldi da spendere ai videogames e di riuscire a comprare un po’ di colla per rendere meno fredda e noiosa la nottata. Sempre sovrastati dall’opprimente ombra di una polizia violenta e spietata, che vorrebbe trattare questi bambini da adulti.

Perché, se è vero che le pulsioni che muovono Kancil e i suoi amici vanno ben al di là della loro età (droga, ma anche sesso rapido con le prostitute con le quali dividono i viali notturni) è altrettanto vero che li si vede sorridere soprattutto davanti allo schermo di un videogioco da bar, con il joystick in mano mentre cercano di distruggere le astronavi nemiche e di evitare gli asteroidi. La videocamera di Nugroho li segue con una levità e una dolcezza rare, si sofferma sui loro primi piani senza mai cercare di rubargli sorrisi o smorfie, li pedina mostrando un’attitudine che non appare pretestuoso ricondurre a Zavattini. E, soprattutto, condividendo le loro esperienze non li giudica mai, ma – e questo è tanto estremo come gesto da dover essere rimarcato – si giudica. Criticando l’idea di società che ha prodotto questo, automaticamente l’autore critica se stesso, prodotto (più fine, più raffinato, ma sempre prodotto) di quella società, dalla quale ha ricevuto i natali e i finanziamenti per uscire e raggiungere il riconoscimento internazionale. Persiste dunque la figura di una società indonesiana confusa, torre di babele culturale che rischia di essere destinata ad implodere e ad estinguersi, evidenziata dalla messa in mostra delle strade livide e fredde della capitale, (epi)centro politico e parvenza estrema di una stabilità impossibile, crepata in più punti e ancora lontana dalla libertà che nei film di Nugroho è sempre urlata al vento. Forse perché deve essere trasportata e divulgata, forse perché si spera con l’eco di lanciarsela contro, forse perché semplicemente non si sa ancora dove sia. L’Indonesia attuale, come Kancil, vive nell’illusione della libertà, in realtà stretta a tanti di quei vincoli da apparire sempre più come una prigione.

Info
Kancil’s Tale of Freedom su Imdb.

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