Il signore degli anelli – Il ritorno del re

Il signore degli anelli – Il ritorno del re

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Con Il ritorno del re si conclude la trilogia de Il signore degli anelli, che Peter Jackson ha tratto dal capolavoro letterario di John Ronald Reuel Tolkien. Un viaggio tra uomini (ed elfi, hobbit e nani) in guerra, in primo luogo contro se stessi.

“Nella terra di Mordor, dove l’ombra cupa scende…”

Mentre Frodo e Sam proseguono il loro viaggio verso Monte Fato, accompagnati dall’infido Gollum, il resto della compagnia cerca l’alleanza degli unici due regni degli Uomini che possano opporsi alle mire del Signore Oscuro, Rohan e Gondor… [sinossi]

Giunta alla fine anche l’ennesima saga epica del cinema Hollywoodiano – tripartita esattamente come tre è il numero perfetto della simbologia cristiana, a questo Tolkien aveva certamente pensato –, si possono tirare finalmente le fila di un discorso che dopo i primi due capitoli rischiava ancora di risultare incompiuto, diviso tra le divagazioni del primo capitolo e la staticità del secondo, occupato per buona parte dalla battaglia/monolite in difesa del fosso di Helm. Non stupirà dunque nessuno sapere che il capitolo conclusivo diretto da Peter Jackson, Il signore degli anelli – Il ritorno del re, è anche senz’ombra di dubbio il migliore; e, nonostante l’ovvio ridimensionamento della fonte d’ispirazione e le immaginabili modifiche del testo, è anche il più fedele allo spirito del romanzo. Il Jackson ri-creatore della Terra di Mezzo giunge a maturazione, abbandonando almeno in massima parte il ruolo di puro ricreatore (da intendere nel senso ludico del termine) e incentrando maggiormente l’attenzione sulla coesione dell’insieme. Il risultato è, a tratti, sbalorditivo: le tecniche di computer grafica si amalgamano perfettamente allo spleen poetico del film, trascinando lo spettatore in un’ossessiva e disperante marcia funebre. Perché in un insieme policromo ritoccato continuamente al computer prevale il grigio (grigio dei paesaggi, brulle distese di nulla, grigio degli orchi e dei Mûmakil, grigio delle nuvole che sovrastano i cieli: “Il sole ormai non sorge più” afferma disilluso Sam), laddove La compagnia dell’anello era pervaso di verde e Le due torri viveva sul sottile confine tra verde (la foresta di Fangorn, le distese cavalcate dai Rohimmir) e grigio (le prime avvisaglie di Mordor). Ed è morte il comune denominatore di quest’opera: morte dell’illusione in ogni sua sfaccettatura. Illusione dell’amore per Eówyn, illusione della morte in Faramir, illusione del potere per Sauron e infine illusione della pacificazione. Perché, al di là di ogni trionfalismo e di ogni atto eroico non può esistere una reale pacificazione, non può esistere una cura capace di guarire tutte le ferite. E il mondo, pacificato ma oramai non più puro – perché ha conosciuto la paura della morte, il disastro della guerra – è destinato a una nuova era, dominata dalla mortalità, regno dell’uomo. Gli elfi, gli stregoni, gli hobbit come Frodo e Bilbo non possono più appartenere a questo mondo. Ora che la morte ha avuto una parte decisiva nello svolgersi degli eventi – addirittura con i fantasmi di coloro che avevano tradito mille e mille anni prima pronti a combattere – non si può che assistere ad una rottura dell’equilibrio. Il potere del male, pur sconfitto, ha gettato semi troppo in profondità.

Ed è proprio la sete di possesso l’altro punto cardine dell’interpretazione che il regista neozelandese dà dell’opera di Tolkien, e questo appare palese fin dall’incipit che arriva a anticipare i titoli di testa: assistiamo alla rievocazione dei fatti che portarono Smèagol a tramutarsi in Gollum. Jackson pone definitivamente l’accento sul binomio potere/possesso: il potere viene inteso esclusivamente come possesso, sia da Sauron – la cui forza viene meno con la distruzione dell’Unico Anello – sia da chi ha avuto a che fare con l’anello. E proprio nella sequenza della sua distruzione il cineasta neozelandese inserisce un’annotazione personale di un certo interesse: mentre nel romanzo l’anello cadeva nel fuoco insieme a Gollum a causa di un maldestro balletto della pietosa creatura, ora ciò avviene in seguito a una lotta snervata tra Frodo e lo stesso Gollum, entrambi animati dal desiderio di dominare l’anello, ed esserne di conseguenza dominati – la teoria del male come accettazione del dominio, già riscontrabile nel re Théoden succube di Saruman. Rinviene nuovamente in superficie uno strisciante pessimismo di fondo, già presente in maniera molto forte nel romanzo, ma che rischiava di andare perduto in un prodotto mainstream di questa portata; una piacevole anomalia dunque, per un film che alla tonitruante epica contemporanea preferisce di gran lunga – e come dargliene torto? – l’epos classico. E i rimandi stilistici vengono incontro a questa idea: si notano facilmente richiami alla pittura simbolista di Arnold Böcklin – in particolar modo l’uso della luce e dei paesaggi ricordano da vicino la celeberrima Isola dei morti – ma anche al rigore e alla nettezza dei contrasti di Max Klinger –  si vedano Venere mostra Psiche all’Amore e Adamo.

E se Jackson sembra a volte giocare con il cinema, come nella proposizione degli eserciti di Mordor, così geometrica da ricordare le adunate naziste riprese da Leni Reifensthal, o come nella splendida sequenza della lotta con Shelob, che riporta alla mente i film d’avventure dei fratelli Korda e della Hollywood del tempo-che-fu, sempre più spesso ci si rende conto di come Il signore degli anelli sia stata l’occasione per lui di fondere l’immaginario visivo del più celebrato scrittore fantasy del Novecento (accezione un po’ riduttiva, comunque) con il suo. I morti adunati da Aragorn sono poi così dissimili dai fantasmi che popolavano Sospesi nel tempo? E i cavalieri e gli orchi non erano già figli della fantasia delle due ragazzine matricide che in Creature del cielo immaginavano un reame composto di uomini di fango? Ma forse, soprattutto, non abbiamo assistito in questi ultimi tre anni alla trasformazione di Jackson in Colin McKenzie, il geniale regista che in Forgotten Silver – tuttora il suo capolavoro – veniva finalmente riscoperto [1]? McKenzie aveva dedicato la sua vita a cercare di mettere in scena il mito dei miti (la Bibbia), Jackson ha dedicato buona parte della sua carriera a un altro mito, riuscendo infine ad appagare il suo desiderio. Dicevamo all’inizio che Tolkien non aveva scelto a caso i “numeri” (tre anelli – il numero perfetto della cristianità, Padre/Figlio/Spirito Santo – per gli Elfi, sette – il numero perfetto più i quattro punti cardinali – per i nani, nove – la redenzione umana, secondo Dante – per gli uomini, uno – l’assoluto, il non condivisibile – per il male), e ora forse il cerchio arriva addirittura a chiudersi.

Sarà facile farsi confondere dall’impatto primario di quest’opera, azione e avventura, ma c’è qualcosa da scorgere forse di più interessante di una mera operazione commerciale (anche qui c’è un regalo fatto ad un pubblico da blockbuster e che Tolkien difficilmente avrebbe digerito: Legolas che usa la proboscide di un olifante come fosse una pista da skateboard). Almeno così appare.

Note
1. A tal proposito, è curioso notare come per interpretare Déagol, lo Sturoi ucciso da Smeagol, sia stato chiamato Thomas Robins, che fu Colin McKenzie in Forgotten Silver.
Info
Il trailer italiano de Il signore degli anelli – Il ritorno del re.
Il trailer originale de Il signore degli anelli – Il ritorno del re.
Il sito ufficiale de Il signore degli anelli – Il ritorno del re.
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