La Face cachée de la lune

La Face cachée de la lune

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La Face cachée de la lune apre agli spettatori il palcoscenico surreale e tragico di Robert Lepage, qui alle prese con memorie dello Sputnik, delle divisioni tra est e ovest, di un Canada moderno ma ancora lontano dal ‘riveder le stelle’…

Impossible Moons

L’azione si svolge nel 1960 in Quebec e nell’Unione Sovietica. Quando muore sua madre, Philippe e suo fratello, perfettamente agli antipodi, rimangono i soli membri della famiglia. Mentre suo fratello è un annunciatore metereologico per la televisione, Philippe fallisce, per la seconda volta, la discussione della sua tesi di dottorato sull’importanza del narcisismo nell’odissea dei programmi spaziali sovietico e americano. Lavora al servizio televendite del quotidiano Le Soleil. Solo, ma avendo come tutti gli esseri umani bisogno di una direzione da seguire, comincia a lavorare a un video per il SETI. L’organizzazione organizza un concorso planetario di messaggi da inviare nello spazio per eventuali presenze extraterrestri… [sinossi]

Fino a quando il satellite sovietico Sputnik non ha mostrato all’intera umanità, nel secondo dopoguerra, il volto nascosto della luna, quello martoriato dallo scontro con i meteoriti, la credenza popolare vedeva nel pallore lunare l’immagine riflessa della terra. L’universo come specchio delle piccolezze umane, questo assioma è alla base del quinto lungometraggio di Robert Lepage, a quattro anni di distanza da Possible Worlds, presentato alla Mostra di Venezia nel 2000. Lì i mondi possibili erano rappresentati dall’istinto cerebrale, superiore anche alla morte, di inventare storie e intrecci, qui l’immaginazione continua a rivestire un ruolo dominante, ma acquista una forza maggiormente retrospettiva, tesa a ricostruire la propria memoria, il proprio passato. Gli unici oblò che vengono mostrati non sono i portelloni di un’astronave, ma quelli delle lavatrici in cui la madre di Philippe – il protagonista della vicenda – portava a pulire i propri panni, l’unico vero cielo stellato è quello dipinto sulla parete della camera da letto del ragazzo.

Queste sono le memorie infantili di Philippe, quarantenne alla disperata ricerca di qualcuno che gli sponsorizzi e approvi la sua tesi di dottorato, basata sul “narcisismo come unica motivazione agli avvenimenti storici del ventesimo secolo”: la madre di cui ricorda i sorrisi, le gambe, le lavatrici è morta da un paio di settimane, con il fratello minore André – speaker del meteo televisivo – non esiste la possibilità di un dialogo, il suo lavoro di telefonista per conto del quotidiano Le Soleil non si può certo definire soddisfacente. Questa, di fatto, la trama di un film che appare quasi criminoso raccontare: il vero senso è dato dagli avvenimenti apparentemente inutili, il dialogo occasionale e non cercato con una ex, lo straordinario monologo con il quale Philippe ossessiona il barman di un albergo. Apparentemente inutili perché in realtà esplicazione dell’assioma di partenza, ora che appare chiaro come la terra non sia altro che Philippe e l’universo che lo circonda gli funga da superficie riflettente.
La struttura teatrale tipica del cinema di Lepage, che è infatti, drammaturgo prima che cineasta, viene superata di slancio da una messa in scena pirotecnica, che evita accuratamente ellissi e dissolvenze grazie ad una regia fluida e scorrevole.

Le intuizioni oniriche alzano poi il livello dello scontro, permettendo veri e propri voli pindarici pieni di grazia, come la collina innevata che si trasforma nella distesa dell’allunaggio o il Philippe adolescente che si ritrova, gigante, a spiare dalle finestre della propria casa, orco alla ricerca del fratellino/Pollicino da punire. Ma soprattutto come la sequenza finale, all’aeroporto di Mosca – dove Philippe era stato invitato a discutere la propria teoria sullo scienziato russo Tsiolkovsky, arrivando però a conferenza già terminata – con Philippe seduto nella sala d’attesa, sovrastato alle spalle da un cartellone raffigurante i maggiori cosmonauti sovietici che incita ad andare “più su”, che inizia a volteggiare delicatamente in assenza di gravità e a spingersi, finalmente, verso quella luna impossibile da raggiungere, non più specchio riflettente di se stessi, ma simbolo della strenua ricerca del proprio io, del proprio significato.
In 2001: A Space Odissey Kubrick mostrava l’Universo come ventre materno, Lepage lo immagina come memoria del passato e spinta verso il futuro, punto di raccoglimento e di contatto – folle, come l’idea di lanciare messaggi nella speranza di incuriosire altre forme di vita nello Spazio, molto più reale quando permette (forse) un ricongiungimento familiare e umano -, e derivazione delle nostre fantasie. Le chiavi di lettura di quest’opera così densa e al contempo leggera e divertente potrebbero essere molteplici, arrivando a identificare uno scontro tra l’Unione Sovietica e gli USA (non casualmente i confini geo-politici del Canada), tra la Sostanza e la Forma, tra la ricerca concettuale e filosofica di Philippe e quella più meramente estetica di André, tra le ossessioni sferiche di Philippe (gli oblò, la boccia del pesce, gli specchi rotondi) e i tagli geometrici che lo circondano (le case, la sala delle conferenze, i rettangoli sovrapposti delle lavagne).

Un lavoro realmente sorprendente, di un autore che raggiunge forse qui la sua perfezione nell’uso dei tempi e degli spazi, senza banalizzare mai le situazioni e senza appesantire il tutto con domande retoriche che potrebbero apparire quasi ovvie, visto il tema trattato. Una perla ammirabile in tutta la sua lucentezza nella sezione Panorama della Berlinale 2004, fugacemente passata a Roma, nella speranza che il destino riservato in Italia alle passate opere dell’autore, ovvero la totale oblivione, venga risparmiato a questo piccolo capolavoro della commedia surreale.
Per dirla à la Pink Floyd: And if your Head Explodes with Dark Forbodings Too, I’ll See You on the Dark Side of the Moon.

Info
Il trailer de La face cachée de la lune.
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