Terra di confine – Open Range

Terra di confine – Open Range

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In Terra di confine – Open Range poco è concesso al lirismo del paesaggio, rappresentato con un naturalismo scarno e quasi documentario, mentre l’entusiasmo di Costner e della mdp è tutto per i protagonisti principali e per il loro rapporto. I profili dei due si affiancano in primo piano, le loro sagome a cavallo si stagliano in controluce sul paesaggio a simboleggiare la sua ideale conquista. Costner realizza un western di ispirazione classica, a tratti talmente sobrio da risultare inusuale e un po’ naïf.

Tuoni sulla prateria

Boss, Charley, Mose e Button sono quattro cowboy che conducono le mandrie per le praterie americane. La loro vita è basata su un antico codice di amicizia e onore, ai margini dell’ondata civilizzatrice che sta cambiando per sempre le tradizioni del West. Paladini delle giuste cause, i quattro cercano in ogni modo di evitare la violenza ma una città di frontiera governata dalla paura e dalla tirannide cambierà le loro vite costringendoli all’azione… [sinossi]

Non esiste genere più estremo del western, che richiede, soprattutto nel panorama del cinema contemporaneo, delle scelte forti e senza compromessi: l’immagine deve essere con la “I” maiuscola, il paesaggio maestoso e grave, i sentimenti forti e contrastati, la messinscena grandiosa e rigorosa, il dramma sempre e comunque a forti tinte, la violenza (almeno da Peckinpah in poi) senza censure. A maggior ragione dunque di tutti questi ingredienti c’è bisogno oggi, quando già da decenni si parla di morte del genere (salvo eccellenti eccezioni ) e stupisce pertanto Terra di confine – Open Range nel risultare un prodotto “medio” di un genere “defunto”. Stupisce perché nella narrazione e nella messinscena è molto più vicino ad un werstern di serie b, o magari ad un film di Bud Boetticher, che all’epica e al rigore drammatico di Ford o alle più recenti riprese in chiave ludica. Distante dunque da qualsiasi tentazione al gioco citazionista o parodico postmoderno, il film di Costner non tiene conto del western crepuscolare né perde tempo ad omaggiare eventuali maestri di riferimento.

Nell’incipit un campo lunghissimo in pieno sole (condizione atmosferica che ritroveremo soltanto nel duello finale) ci proietta in una vasta prateria dove i protagonisti (Costner e Rober Duvall) sono intenti in discorsi quotidiani sulla mandria e sull’opportunità di sostare in loco a causa di un incipiente temporale. I tuoni che sentiamo in lontananza preannunciano infatti pioggia e oscurità. La durezza delle imprevedibili leggi metereologiche che costringono i protagonisti a sostare in quei pascoli all’apparenza privi di padrone, si scontrerà presto con le altrettanto incomprensibili leggi umane, che hanno decretato la fine del pascolo libero e l’avvento della proprietà privata. Pertanto il boss protocapitalista della vicina cittadina reclama i suoi diritti di possidente e intima ai quattro cowboys erranti di liberare i suoi pascoli dalla vorace mandria “mangia erba a sbafo”.
In questo Western atmosferico sono proprio le oscillazioni del barometro poi a generare il dramma che condurrà alla morte del grassone Mose e al grave ferimento del compagno adolescente, innescando una serie di violenze e vendette che troveranno degna conclusione nello scontro finale nella main street della cittadina.

Il paesaggio in Terra di confine – Open Range risulta costantemente illuminato da una luce solare debole e invernale e questa tendenza all’oscurità, che simboleggia l’avvento delle illogiche e contraddittorie leggi umane – qui annunciate dal tonare del temporale, poi sostituito da quello delle pistole -, è supportata dalla prevalenza di scene girate al tramonto e all’alba. In Terra di confine – Open Range poco è concesso al lirismo del paesaggio, rappresentato con un naturalismo scarno e quasi documentario, mentre l’entusiasmo di Costner e della mdp è tutto per i protagonisti principali e per il loro rapporto. I profili dei due si affiancano in primo piano, le loro sagome a cavallo si stagliano in controluce sul paesaggio a simboleggiare la sua ideale conquista: ciò che prevale è sempre l’uomo, con il volto inciso delle intemperie naturali e dal peso delle esperienze di un oscuro passato. L’amicizia virile, che lega i protagonisti pricipali, è privata di ogni aspetto conflittuale. Per quanto Boss (Robert Duvall) sia severo con i suoi due compagni di viaggio più distratti e avventati, il giovanissimo Button (Diego Luna) e il grassone Mose (Abraham Benrubi), il suo rapporto con Charlie (Costner) è del tutto privo di chiaroscuri. I due si vogliono così bene che temono di rivelare apertamente i loro pensieri per paura di deludere l’altro o nella deliziosa, utopica speranza che l’altro intenda senza spreco di parole quali siano le cose giuste da fare. La lealtà è data per scontata, non compare neanche il sospetto del tradimento o dell’incomprensione: i due, come Boss dirà in una tenera scena domestica, sono“come una vecchia coppia sposata”.

Quanto alla violenza, che dalla fine degli anni 60 è un ingrediente indispensabile per una corretta rappresentazione dell’epopea della frontiera, si risolve qui in un effetto esclusivamente rumoristico: il fragoroso tonare degli spari e un paio di corpi che si schiantano sul terreno durante il duello finale. Non è certo questo pudore ad infastidire, ma il fatto che a questa “violenza” manchi del tutto sostegno drammatico. Nessun gran dilemma, nessuna morale che vacilla, tranne in un poco credibile momento che concede tuttavia un po’ di tensione: l’eroe buono, ma con macchia (qualche cadavere di troppo alle spalle) desidera giustiziare un cattivo che oramai striscia inerme e mortalmente ferito lungo la polverosa main street, ma viene prontamente bloccato dal Boss. Ogni aspetto drammatico viene dunque attutito, smorzato, gli errori passati sono raccontati davanti ad un cielo stellato benevolo e redentore, e il “terribile” segreto nascosto nel passato del Boss è quello di chiamarsi Gelsomino Spearman.

Poca tensione si registra in fin dei conti anche nel duello conclusivo, scarno e realistico e senza concessioni alla suspence né alla spettacolarità. Peccato poi quel superfluo prolungamento finale che vede l’apparizione sulla scena del “morto che cammina” e della “donzella impavida”. E ancora: a giochi fatti Charlie, spossato dalla sparatoria e appoggiato esanime ad un carro, osserva un gruppo di abitanti locali che, preso coraggio dall’esito favorevole del conflitto, rincorrono con zappe e lanci di pietre l’ultimo cattivo superstite. Infine, gli elementi di romance o di commedia, che erano già stati dilazionati nel corso del film dove però risultavano credibili e ben inseriti nella narrazione costituendone oltretutto i momenti più riusciti e illuminati (Costner che prepara la colazione, la scena della cioccolata, l’incresciosa faccenda del servizio da the in porcellana), nel sottofinale esplodono con tutta la loro carica mielosa da feuilleton.
Ed è un vero peccato per questo western che aspira ad una classicità senza epica, che si manifesta in uno stile talmente sobrio da risultare a tratti persino inusuale e obsoleto. Ma in fondo a destare stupore sopra ogni cosa in Terra di confine – Open Range è proprio la scarna semplicità delle immagini, davvero insolita per gli occhi dello spettatore contemporaneo.

Info
Il trailer di Terra di confine – Open Range.
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