Intervista a Marco Giusti e Luca Rea
Agosto 2004. Nella calda e deserta estate romana saliamo in un ufficio di Viale Mazzini per incontrare Marco Giusti e Luca Rea, i curatori del primo segmento del progetto Storia segreta del cinema italiano, dedicato, per volontà del direttore Marco Müller (alla sua prima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia), agli Italian Kings of the B’s. Non una semplice retrospettiva, ma 25 film che fanno parte di un progetto molto più vasto e articolato.
Ci volete illustrare le linee guida del progetto Italian Kings of the B’s, e quali sono stati i criteri di selezione per i film?
Marco Giusti: Da una parte c’era il bisogno di mostrare a Venezia una serie di film – noir western, polizieschi… – che avevano reso la cinematografia di genere, di serie B o di pratiche basse, un fenomeno rispetto al cinema considerato alto, lungo un arco temporale che va dagli anni Sessanta ai primissimi anni Ottanta. Dall’altra c’era soprattutto il desiderio di far vedere film considerati perduti o non dati come avrebbero meritato, di fatto invisibili da anni negli attuali canali mediatici. E questo ha comunque bloccato il recupero di opere troppo viste come la quasi totalità dei film della commedia sexy, che era inutile ridare visti i frequenti passaggi televisivi. A ciò va aggiunto il padrinato eccellente di una serie di autori americani, come Quentin Tarantino, Joe Dante, Jonathan Demme, che hanno visto in questo tipo di cinema e in certi autori i loro “maestri”. Io e Luca Rea, che è più giovane di me di quasi vent’anni, ci siamo messi insieme per costruire una squadra col compito di ritrovare questi 25 titoli che dovrebbero far felici una gran parte di appassionati di cinema, o di quel cinema lì.
Luca Rea: L’intento è innanzitutto quello di indicare una serie di opere da riportare alla luce, da riscoprire, che non un tentativo più generale di rivalutare il singolo autore, la singola personalità… A parte l’eccezione clamorosa di Di Leo, ovviamente.
Il quale verrà presentato proprio da Tarantino, suo grande fan.
Luca Rea: Tarantino rimarrà per tutto il periodo, anche se, chiaramente, con Di Leo avrà un rapporto privilegiato.
Marco Giusti: Infatti Tarantino è anche un fan di Sollima, di Sergio Martino, il suo appoggio in realtà sarà molto più vasto. Inoltre è prevista una serata in cui Quentin tirerà fuori dalla sua valigia dei materiali da proiettare sul cinema italiano che ama, ma non sappiamo esattamente di cosa si tratti.
Quanto a Joe Dante? Presenterà anche lui qualcosa in particolare?
Marco Giusti: Dante ci ha indicato un film abbastanza sperduto di Tinto Brass, che è Col cuore in gola, un noir del 1967, che dovrebbe portarci lo stesso Brass in una sua copia personale.
Scorrendo i titoli della retrospettiva, mi sembra si possano isolare soprattutto due filoni principali: una sezione di restauri, dedicata ai film di prossima uscita in DVD, ed una di veri e propri “sperduti nel buio”, con film quasi invisibili e non disponibili, in molti casi, dai tempi della loro uscita in sala.
Luca Rea: In realtà ci sono tre situazioni distinte: una prima parte di opere restaurate, di cui è stato rigenerato il negativo originale in vista dello sfruttamento commerciale in DVD, comprendente i Di Leo, Blindman di Baldi, o Lo strano vizio della Signora Wardh di Martino e L’Aldilà di Fulci; di questi ultimi tre verranno proiettati proprio i master beta digital da cui verranno fatti i DVD da immettere nel mercato l’autunno prossimo. C’è poi un altro piccolo gruppo di film che al momento non ha ancora nessun legame con le distribuzioni in DVD, ma le cui copie sono state ristampate dai negativi originali rigenerati grazie proprio al contributo della Biennale, e tra questi spicca Estratto dagli archivi segreti di polizia di una capitale europea di Riccardo Freda, che credo quasi nessuno abbia mai visto; e c’è infine un terzo gruppo di titoli, altrettanto oscuri e non visibili da anni, di cui semplicemente abbiamo trovato delle copie in buono stato e che proiettiamo portandoli all’attenzione per un possibile futuro restauro completo. Ci sono giusto due o tre titoli che non attengono a nessuna delle precedenti situazioni, come Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci, che è un restauro fatto due anni fa dalla Cineteca Nazionale, ma che ci è parso giusto inserire per omaggiare Lucio Fulci insieme a L’Aldilà, oppure Spasmo, film non introvabile ma che potremmo proiettare come ulteriore omaggio ad Umberto Lenzi, vista la sua presenza al Lido per il recupero di Orgasmo. Comunque, al momento, almeno fino a settembre, tutti i film della retrospettiva non sono ancora disponibili sul mercato home-video nella loro versione definitiva.
Mi sembra comunque che il piatto forte della retrospettiva, soprattutto per il cinefilo e l’appassionato, sia il ritrovamento di certi film che si pensava fossero andati perduti, o dimenticati in fondo a chissà quale polveroso magazzino. Penso soprattutto all’opera che hai citato di Freda, che nemmeno Steve Della Casa comprende nella sua monografia sul maestro italiano, oppure a W la foca! di Nando Cicero…
Marco Giusti: C’è anche Il dio serpente, che da allora non si era più visto.
Ecco, sono film che gli appassionati del genere hanno anche mitizzato, attribuendogli uno stato di culto, diciamo sulla fiducia, sulla semplice base della loro stessa invisibilità cronica… C’è una curiosità quasi morbosa per certi film introvabili, poi magari ingiustificata se una volta “scovati” si va a guardare il valore vero dell’opera.
Marco Giusti: In realtà questo programma è stato fatto proprio per i fan del genere, ma credo sia più un fattore positivo che un difetto.
E c’è anche il doverosissimo recupero di Colpo di Stato, il film “maledetto” di Luciano Salce.
Marco Giusti: Questo è un film particolarissimo. Intanto Salce stesso è un autore ancora tutto da studiare, nonostante abbia fatto film bellissimi come Basta guardarla. Mi ricordo che all’epoca, quando uscì, Colpo di Stato non riuscii a vederlo perché in sala durò pochissimi giorni, venne subito sommerso. Uscì in bianco e nero, in pieno ’68… Non lo so, ha una certa fama, ma andrà un po’ controllato.
Da quel che ho visto è un film molto libero, anche nel linguaggio, capace di mischiare, su di un impianto quasi brechtiano, la commedia all’italiana e certe tecniche del cinéma vérité, della nouvelle vague.
Marco Giusti: Però in generale di Salce non potevi fidarti sempre, era un autore molto discontinuo. A un suo film bello ne seguiva un altro invece piuttosto scialbo, anche se magari era sempre divertente. Un altro suo film molto bello era Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno, scritto da Rafael Azcona.
Aveva sempre una vena graffiante non comune, che in Colpo di Stato esplode letteralmente. La stessa presa in giro della televisione, con la Rai che le pensa tutte pur di non far passare la notizia dell’avanzata dei voti comunisti.
Marco Giusti: Su un tema analogo, se ti ricordi, c’era anche Vogliamo i Colonnelli di Monicelli, del 1973, che però è un film molto più visto rispetto a quello di Salce, che rimase in sale appena due giorni.
Luca Rea: Colpo di Stato però aveva una storia, un tipo di satira politica davvero all’avanguardia per quell’epoca, era un film molto in anticipo sui tempi.
Marco Giusti: Il problema era anche la mancanza di cast, per questo venne rifiutato anche dal pubblico. Comunque non dobbiamo scordarci che il Sessantotto è pieno di questi film misteriosi, un po’ politici, un po’ strani, tipo Sai cosa faceva Stalin alle donne?, lo stesso Colpo rovente è dell’epoca.
Luca Rea: …H2S di Faenza…
Marco Giusti: Ce n’era un altro che non ho mai visto, Stress… di chi era?
Di Corrado Prisco, con Lou Castel.
Marco Giusti: Oppure Fantabolous. Ce n’erano tantissimi… Vabbè, vai avanti.
Dicevamo dell’invisibilità, che comunque è uno dei criteri “forti” della retrospettiva.
Marco Giusti: È il criterio iniziale, di fondo. C’è anche una parte di gioco in questo: se dai W la foca! – che tra l’altro siamo riusciti ad avere solo dopo moltissime insistenze – è molto chiaro che il gioco diventa quello di smaccare il Festival in maniera evidente. Però d’altra parte hai comunque Tarantino a proteggere l’operazione. Poi certo, i vecchi critici, che sono sempre gli stessi, da allora, sono qui ad attaccarci ancora oggi. Ci sono anche strani esempi, come il caso di Fofi, che ha fatto un articolo su Panorama parlando un gran bene di Di Leo, ma non mi ricordo ne avesse mai scritto in vita sua. Mi ricordo di uno screzio perché lui amava Buzzanca, che a me allora faceva schifo, io ero più pro-Franco e Ciccio, pro-Alvaro.
Buzzanca non ti piace neanche adesso?
Marco Giusti: non come ne parlava lui, ne parlava in maniera entusiastica. Insomma, i film sono abbastanza carini, non mi piace moltissimo il personaggio. Però ti dico, dai critici di un certo tipo abbiamo già avuto attacchi.
C’è anche una disinformazione di fondo, se pensi che sui quotidiani vengono storpiati anche i nomi dei titoli e W la foca! diventa “Vita da foca”, con evidente frantumazione del calembour originale.
Marco Giusti: Bé, ognuno conosce i film che ha visto, sono in pochi a ricordarsi del film di Cicero. Semmai la cosa grave è che l’Italia è ancora il paese in cui Bava, Cottafavi e Freda non vengono considerati come autori! È una guerra lunga cinquant’anni ormai. La guerra su Bava è stata fatta a Bava vivo, quando uscì Diabolik noi eravamo in guerra contro i critici, siamo ancora in guerra contro i critici. Ma a questo punto i giochi sono fatti, quando hai Tim Burton, Tarantino, o Martin Scorsese che rivalutano in pieno Bava, non esistono giochi.
Negli ultimi anni comunque c’è stato un progressivo allargamento di vedute su questi argomenti. Una parte della critica ufficiale sta ravvedendosi, anche se probabilmente non tutti sono in buona fede. Anche questo evento veneziano sta a segnalare un interesse di fondo molto più aperto verso un certo tipo di cinema.
Luca Rea: Sì negli ultimi anni c’è stato un riavvicinamento da parte della critica, ma molto spesso si è trattato di revisionismo.
Marco Giusti: Il caso Fofi è emblematico di questa tendenza, però non credere che ci sia davvero una reale voglia di rimettere in discussione la storia del cinema italiano. All’epoca mi ricordo per esempio che il gioco era se fosse meglio Nando Cicero e Mariano Laurenti, di Pasquale Festa Campanile o degli ultimi Monicelli, degli ultimi Dino Risi. A me i primi sembravano realmente più interessanti come cinema, non soltanto per giocarci, per fare un’operazione bizzarra o snob. Con me c’era anche Giovanni Buttafava, che subito aveva scritto una parte del Patalogo 1 sulla commedia sexy ed una del Patalogo 2 sul poliziesco. Il gioco è vecchissimo.
C’era anche “Il Falcone Maltese”, storica rivista genovese che operava già nel 1974.
Marco Giusti: Sì, dove già parlavamo di Margheriti e Bava, certo. Il “Falcone” lo abbiamo fondato io, Teo Mora, ed Enrico Ghezzi.
Ed erano anche gli anni dell’operazione Matarazzo, passata ormai alla storia.
Marco Giusti: Matarazzo è stato fatto a Savona da Tatti Sanguineti, Alberto Farassino, Barbera, Turigliatto, Freccero, che era la vera anima dell’iniziativa, Adriano Aprà e Sergio Germani. Ma anche su Matarazzo la guerra è infinita e non è ancora smessa. Sono battaglie critiche che durano da una vita, noi ormai siamo invecchiati tutti e i film sono morti.
Luca Rea: Però ci sono sempre battaglie attorno ai film, in un modo o nell’altro…
Marco Giusti: Bé, meglio. Per lo meno rimangono vivi, sono gli ultimi vent’anni che non si sa più su cosa combattere, talmente c’è il vuoto.
Un altro esempio probante di insofferenza critica mi sembra quello di Tullio Kezich, che ha definito la vostra come la retrospettiva sul “trash” italiano, come se con questa etichetta si potesse racchiudere in senso dispregiativo tutto il cinema popolare e/o di genere italiano.
Marco Giusti: Vedi, io per esempio uso “trash”, a volte, per dire il cinema delle pratiche basse, ma non do assolutamente alcun giudizio di valore. È chiaro che se metti insieme W la foca! o Fernando Di Leo è molto sbagliato, è ovvio, eccetera. Però in generale, il cinema delle pratiche basse era tutto questo insieme, contro il cinema delle pratiche alte, il cinema serio, da Festival.
Tipo i Rosi? I Montaldo?
Marco Giusti: Ecco, non dobbiamo scordarci che il nostro cinema è stato sempre considerato quello, cioè Rosi, Montaldo, Pontecorvo, Maselli, lo stesso Scola.
Luca Rea: Fino a un punto in cui si è detto facciamo solo quello, perché fare ancora il cinema “basso”? Che bisogno c’è?
Che ne pensi invece di quei cineasti considerati “medi”, che non rientrando né nel “basso” né nell’“alto” sono oggi ancor più emarginati e tagliati fuori da qualsiasi studio approfondito?
Marco Giusti: Tipo?
Bé, oltre a Salce, di cui abbiamo parlato prima, penso a un Paolo Spinola, autore di pochi film oggi quasi dimenticati, a cineasti come Massimo Franciosa, lo stesso Pasquale Festa Campanile, che a parte le commedie maggiori ha fatto anche dei film più piccoli ma molto curiosi.
Marco Giusti: Di Spinola era molto bello L’estate.
Anche quello scritto da Azcona.
Marco Giusti: Comunque ognuno ha una storia a sé. Soprattutto Campanile, Franciosa, questi che vengono da Risi o dalla commedia all’italiana, una volta passati alla regia potevano fare dei film ottimi, pessimi o medi, non potevi saperlo. Per quanto riguarda Festa Campanile, mi ricordo che già allora c’era tutta una tendenza per rivalutarlo – ti parlo dei primissimi anni Settanta – perché era l’unico che faceva un cinema commerciale che potesse piacere anche al gruppo Positif. Aveva fatto La sculacciata con Sydne Rome e Antonio Salines, molto carino, su cui ci fu una discussione da noi in sede critica. Era una commedia sexy, abbastanza erotica. Visti la prima volta, molti suoi film erano un po’ bruttini. Magari rivisti guadagnano. Adulterio all’italiana, ad esempio, è molto pop. Allora era anche più semplice realizzare prodotti di un certo livello, si aveva a disposizione un cast tecnico con operatori fantastici, musica fantastica, scenografo fantastico. C’era in piedi una vera produzione. Idem quando parliamo della commedia sexy successiva… Fare un film con quel cast tecnico e artistico era certamente più semplice che fare lo stesso film vent’anni dopo.
Luca Rea: Comunque ci sono sempre questi nomi di cineasti “medi” che rimangono fuori dal discorso del recupero, della rivalutazione, perché una delle caratteristiche fondamentali della rivalutazione è quella di affermare con forza la novità della scoperta, il fatto di poter dire “Vedete? Questo autore l’ho scoperto io! Nessuno di voi l’aveva mai capito prima e invece…”. Mentre qui parliamo di nomi che hanno avuto o un buon successo di pubblico, o comunque sono stati molto dentro la commedia all’italiana, che è un genere che da tutti quelli che poi praticano il recupero e la riscoperta viene visto come “Serie A”, in un certo senso, perché è il genere per eccellenza, tant’è vero che queste persone ti diranno che di Festa Campanile il film migliore è Autostop rosso sangue…
Certo, perché è estremo.
Marco Giusti: È un film molto buono.
Luca Rea: Si è un film molto buono, però poi in realtà viene subito fuori come film da recuperare perché non è una commedia.
Marco Giusti: Mi ricordo anche di un altro suo film molto carino, con Catherine Spaak…
Con quale amore, con quanto amore?
Marco Giusti: Esatto. Invece La matriarca era così così, Dove vai tutta nuda? Orrendo… Insomma uscivano uno a ridosso dell’altro, non potevi assolutamente fidarti, capisci? Anche per Giorgio Capitani vale la stessa cosa, un altro che ha lavorato sempre, da sessant’anni. Alcuni suoi film sono molto interessanti, altri per niente. Ma il motivo per cui non lo rivaluti è perché da noi in Italia si tende sempre a rivalutare l’autore e non il singolo film. In questo modo Fulci è trattato esattamente come si tratta Bava o come si tratta Fellini, cioè il genio nella cui filmografia (e non solo in qualche film) si può sempre andare alla ricerca di certe tracce di genialità creativa.
Luca Rea: Il fatto è che chi rivaluta tende sempre a tirar fuori autori che si sono mossi ai margini del mainstream vero e proprio. Chi ci ha lavorato dentro, invece, dà meno nell’occhio da questo punto di vista.
Forse allora, parlando di cinema “medio”, si dovrebbe fare un discorso sui singoli film da recuperare più che sulla nozione d’autore.
Marco Giusti: Però, vedi, noi stessi ricadiamo sempre sull’autore, capisci, anche quando ti trovi di fronte a Gianni Manera o a Tano Cimarosa, se non ti piacciono nella loro follia o demenza è perché sono “autoriali”, possono divertire perché c’è questa creatività folle. Invece sul prodotto appunto “medio” in realtà conta quasi più la macchina produttiva o il bravo metteur en scene. Ti faccio un caso, Ognuno per sé, che è un film scritto da Fernando Di Leo e diretto da Giorgio Capitani, è molto Capitani, ed è probabilmente anche molto Di Leo. È un film che a me piaceva moltissimo, ma forse è proprio un film a metà, cioè è proprio un “film”; al di là del singolo autore, ha una forza sua, propria. Ci sono dei casi in cui mi chiedo come sia stato possibile che un autore di solito mediocre o comunque non geniale abbia potuto fare un film così sorprendente. Ad esempio Per il gusto di uccidere, esordio di Tonino Valerii, era veramente molto bello.
Luca Rea: Bé, ha fatto anche Mio caro assassino…
Marco Giusti: Non lo so, non mi sembrava all’altezza del primo. Lo stesso I giorni dell’odio era poi invece molto brutto. Certo, ti sto parlando del mio gusto a quindici anni, ma poi ho visto che era lo stesso gusto di altri della mia generazione.
Tornando ai film di “Italian Kings of the B’s”, quali sono i titoli che avete voluto portare con tutte le forze, quelli a cui siete più legati?
Marco Giusti: Tutti quelli rari, ovviamente. Ma anche i Di Leo, perché era un discorso che si portava avanti da anni.
Luca Rea: Anche i DVD che verranno pubblicati dalla Minerva a settembre saranno un modo per saldare finalmente i conti con questo maestro.
Ad Avere vent’anni avete pensato?
Marco Giusti: Sì, come film di culto, però qui hai un corpus più omogeneo, quello dei noir. Poi certo, tra Avere vent’anni e I ragazzi del massacro io preferisco assolutamente il primo, però se il corpus è questo è giusto lasciarlo così. Avere vent’anni lo abbiamo visto anche recentemente [alla Sala Trevi di Roma, marzo 2004, NdR], è un film curioso, interessantissimo, che puoi amare, però è anche a tratti imbarazzante, comunque un film scombinatissimo.
È un film ibrido, molto personale ma anche pieno di buchi.
Luca Rea: Si è un film personalissimo, ma non mi pare un film da Festival. Era un film sicuramente da recuperare in DVD in home video, da vedere, come dicevi tu curiosissimo.
Marco Giusti: L’operazione giusta, semmai, sarebbe stata quella di portare in sala Gloria Guida e Lilli Carati. Un’operazione simile io la ritengo giusta, a livello spettacolare, perché devi anche pensare alla visione ludica. Ecco, gran parte di questi film rispetto ad allora non avevano questo tipo di visione, ma erano scoperti lì per lì, in sala, da pazzi d’epoca. Vent’anni dopo invece guadagnano questa dimensione ludica venendo riscoperti da una visione di gruppo o dalla visione singola in tv, che è un’altra cosa rispetto alla sala.
All’interno del programma c’è anche un gruppo di film molto particolari – Col cuore in gola, Colpo rovente, se ci sarà Se sei vivo spara – che sono legati tutti da un filo rosso comune…
Marco Giusti: Ecco, questi film hanno tutti una storia, una storia particolare loro e una storia d’epoca. Io li avevo studiati molto quando all’epoca feci con Ghezzi il libro su Kim Arcalli, perché erano legati da questa cosa del montaggio pop. Se sei vivo spara è anche il film manifesto della coppia “Jules et Kim”, come venivano chiamati all’epoca Giulio Questi e Kim Arcalli, ma non lo vidi subito, perché era vietatissimo. Lo vidi solo più tardi, quando ero già legato al mito di questo film, magari trovandolo anche meno bello… Bertolucci diceva che in fondo Giulio Questi rendeva troppo meccanica, troppo letteraria la follia di Arcalli. Ecco, Kim era uno ultravivo, ultra-scatenato e praticamente tocca quasi tutti i grandi film del ’68. Doveva montare lui C’era una volta il west di Leone; cambia completamente Il conformista; contemporaneamente monta un film pazzesco di Gianni Proia, che si chiama Realtà romanzesca, scritto da Fusco. È montato da lui anche Fermate il mondo voglio scendere, altro film interamente costruito al montaggio.
Dove tra l’altro inserisce i famosi provini scartati fatti a Donyale Luna…
Marco Giusti: Sì, ecco, diventa un personaggio chiave di un cinema un po’ pop, un po’ hippie, ma da ragazzino è stato anche capo-partigiano. Aveva sempre idee molto chiare sul cinema, adorava i film sovietici. Morì completamente alcoolizzato, con un tumore pazzesco. Lui faceva lo sceneggiatore senza mai scrivere un rigo, lo sai questo?
Sì, aveva anche un progetto con Di Leo, Il dio Kurt.
Marco Giusti: Sì hai ragione. Ma non ha mia scritto nulla, lui parlava e basta. Scriveva direttamente il film alla moviola. Comunque era un personaggio assolutamente chiave, non so nel ’68 quanti erano interessanti come lui.
Ecco, la retrospettiva mette in risalto anche questo cinema di cui hai appena parlato, questi tentativi di manipolazione in chiave pop del genere noir. Colpo rovente, montato da Kim o Col cuore in gola, montato da Brass, ma probabilmente sotto l’influsso di Arcalli, sono esattamente questo.
Marco Giusti: Bé, questo però non è sicuro. Sì, Tinto e lui erano amicissimi, nel primo film di Brass, In capo al mondo, Kim fa l’attore, recita proprio la parte del matto, come era lui stesso nella realtà.
Non credi che Brass e Arcalli avessero un modo molto simile di montare, in quegli anni? Gli stessi attacchi violenti, lo stesso ritmo frammentato, quasi convulso. D’altronde avevano lavorato insieme anche in Ça ira e negli esperimenti per la Triennale del 1965, con i due corti sul Tempo libero / Tempo lavorativo, dove misero in pratica proprio queste tecniche di montaggio.
Marco Giusti: In realtà non si sa bene chi dei due avesse iniziato prima. Gabriella Cristiani, un’amante storica di Kim, mi fece vedere Il passo, che è un episodio di Amori pericolosi diretto da Giulio Questi nel 1964, dove praticamente Kim per la prima volta monta alternato e spezza completamente il ritmo, rivoluzionando completamente il montaggio. Però negli stessi anni anche Brass lavora così. È difficile stabilire chi dei due avesse realmente influenzato l’altro. Fino a che Arcalli monta Colpo Rovente… Eppure secondo Arnaldo Bagliaffi che allora era l’assistente di Bertolucci, Kim uccide Bernardo, che aveva un montaggio tipo nouvelle vague, molto classico, con Roberto Perpignani. Quando arriva Kim glielo stravolge tutto: non esiste più il piano sequenza della nouvelle vague, Kim glielo massacra, cambia completamente i piani, infila gli scarti, fino a influenzare completamente Bernardo in Ultimo tango a Parigi, dove secondo tutti il personaggio di Brando è proprio Kim. Un personaggio simile riesce a cambiarti completamente un cinema un po’ fighetto, di papà. Per esempio entra anche dentro Bellocchio, montando Nel nome del padre. Lo chiama anche Coppola per Apocalypse Now, che non fece in tempo a realizzare perché morì. Era un personaggio stranissimo.
Forse l’unico che l’ha tenuto un po’ a freno è stato Antonioni. C’è proprio un’intervista nel libro che hai scritto, dove Antonioni ricorda le idee che aveva Kim sulla scena del deserto di Zabriskie Point.
Marco Giusti: Sì, Arcalli gli aveva fatto un montaggio a modo suo, tutto lampi e scene subliminali, che ad Antonioni parve bellissimo ma che non poteva approvare perché era tutto il contrario di come lo voleva. Così lo rifecero insieme.
Mi pare un’ottima cosa che la retrospettiva tenda a far riemergere anche questo aspetto del lavoro di Kim Arcalli, che tutti conoscono quasi solo come montatore di Bertolucci, di Antonioni o della Cavani, ignorando completamente il suo apporto più sperimentale nei film di molti altri autori.
Marco Giusti: Moltissimi sono legati a Kim. Anche Fernando Di Leo, che usava di solito Montanari come montatore, in realtà aveva insieme a Kim anche un altro progetto oltre a Il Dio Kurt. È una storia interessante comunque.
È bello che questa storia riemerga anche attraverso film come Col cuore in gola e Colpo rovente, due opere molto sottovalutate che non si vedono da parecchi anni.
Luca Rea: Sono film che non esito a definire sperimentali: Col cuore in gola, Colpo rovente, lo stesso Colpo di Stato; il fatto dell’invisibilità è altrettanto importante. Il film di Brass è uscito in videocassetta una ventina d’anni fa ed è praticamente introvabile. Colpo rovente ha avuto invece solo un paio di passaggi notturni su Rete4, ma la versione trasmessa era tagliata di venticinque minuti rendendo il film quasi incomprensibile, soprattutto la parte di Carmelo Bene.
Ma anche il lavoro di Arcalli risulta assolutamente decurtato nella versione tv del film. Scompaiono molte sequenze di raccordo centrali per l’architettura del testo, oltre a dei momenti quasi d’avanguardia.
Luca Rea: Sì, l’uso dei jump-cut…
Marco Giusti: che ricordo Kim usava anche in Realtà romanzesca, mi pare.
Ci sono dei film che avreste voluto inserire ma non siete riusciti a portare?
Luca Rea: Sicuramente Quattro mosche di velluto grigio. Poi L’etrusco uccide ancora di Armando Crispino, che ci è sfuggito per un soffio. Magari Il rosso segno della follia di Bava.
Marco Giusti: Ecco, un Bava diverso dal solito, tra i meno visti in assoluto.
Luca Rea: Tra l’altro bisogna aggiungere che ognuno dei titoli presenti ha davvero una storia a sé. Ci sono dietro dei grovigli infiniti per riuscire a ottenere ognuno di questi film, oppure per trovarne una copia decente. Ovviamente non si può proiettare la prima copia che trovi da un collezionista privato, magari tutta rossa e della durata di sessanta minuti. Certamente i titoli da recuperare sarebbero tantissimi, ma tra quelli che abbiamo scelto mi pare che di cose interessanti ce ne siano. Poi ovviamente, una delle diatribe più prevedibili di tutta la faccenda riguarda proprio l’esclusione di questo o quel titolo. Io penso che sarebbe meglio concentrarci su quello che c’è invece di stare a pensare a quello che manca. Se andremo avanti, si vedrà. È certo che il caso di Dario Argento è comunque clamoroso, anche dal punto di vista commerciale.
Infatti, se uscisse oggi in DVD andrebbe letteralmente a ruba. Quanto al proseguimento del progetto “Storia segreta del cinema italiano, se andrà avanti ancora con voi, avete pensato già ad altri periodi da esaminare?
Luca Rea: I prossimi segmenti di questa Storia segreta dovranno necessariamente allargare la prospettiva ad altri periodi ed altri autori. La nostra è una presentazione sugli anni Sessanta e Settanta, ma non bisogna assolutamente ridurre la riscoperta soltanto a questo periodo pur ricco della storia sommersa del nostro cinema.
Avete già avuto dei segnali da parte di case di distribuzione per una eventuale re-immissione nel circuito mediatico (DVD, sale attrezzate, altri festival e manifestazioni) dei titoli della retrospettiva?
Luca Rea: Oltre ai titoli di Di Leo già annunciati dalla Rarovideo e ai film di Martino e Fulci che usciranno prossimamente per la NoShame Films, c’è anche l’interesse di una nota label per l’acquisto de Il dio serpente. Ci sono anche dei buoni segnali per la nuova immissione in alta definizione dei film di Di Leo, ma vedremo meglio dopo l’evento veneziano.

Django & Django
Italia (de)genere – La nuova onda
W la foca