Il giorno del falco

Il giorno del falco

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Il giorno del falco non è solo un ottimo esempio di cinema, è anche e soprattutto un film utile. Utile a far capire come le vie del cinema italiano debbano dilatarsi, aprendo brecce in forme narrative finora raramente esplorate quando non totalmente disabitate. Perché la tanto desiderata rinascita del cinema nostrano deve evitare fin dalla sua genesi di costruirsi una gabbia che prima o poi volenti o nolenti troveremo sicuramente troppo stretta.

Italian Nord Est

Un giornalista di una televisione locale del Triveneto decide di realizzare un approfondimento su una vicenda che lo ha particolarmente scosso: una tentata rapina effettuata da due persone incensurate, con il volto coperto da due maschere, quella di un vecchio e quella di un cinese. Sotto queste due maschere il giornalista scopre il volto e la vita dei due protagonisti: Michele, un meccanico in procinto di sposare una ragazza russa, e Lucio, un fioraio ambulante che conduce, senza particolare entusiasmo, l’attività assieme alla sorella… [sinossi]

Se si dovesse essere costretti a trovare un senso nel cinema contemporaneo, qualcosa che ne motivi l’esistenza anche a occhi vergini, si potrebbe forse identificare nell’opportunità unica di scardinare e rovesciare i luoghi comuni. Magari giocandoci, come fa Rodolfo Bisatti – pupillo di un Grande Vecchio capace di evitare le ingiurie degli anni come Ermanno Olmi – nel suo esordio dietro la macchina da presa. Il giorno del falco si appropria infatti di molti luoghi comuni, a partire dal contesto geografico, quel Nord-Est del nostro paese fiore all’occhiello dello sviluppo economico industriale. Ma quanto di realmente portentoso si nasconde dietro il miracolo economico? Quale mondo vive, oscurato, all’ombra di questa mastodontica macchina industriale? È ciò che arriverà a scoprire il giornalista protagonista della vicenda, nel tentativo disperato di trovare una motivazione al gesto di due cittadini qualsiasi, il Vecchio e il Cinese, morti in una folle rapina in banca. Ed ecco il secondo luogo comune, direttamente consequenziale al primo: nel Triveneto si viaggia oramai stabilmente con una media di una rapina in banca al giorno. La ricostruzione tipica di stampo giornalistico, sensazionalista e iper-dogmatica, viene dunque appaiata a una ricerca della memoria, a una ricostruzione di un mondo destinato probabilmente a scomparire, nel quale la poesia da bettola la fa da padrone. Il terzo luogo comune, quello che delinea definitivamente i confini di ricerca di Bisatti, riguarda dunque i rapporti umani, il cinismo di un mondo costruito sulla ciclicità che va scontrarsi con il recupero di un modus vivendi lento e inesorabile, magari macchiato di malinconia ma in grado di reagire ironicamente a ogni avversità.

E proprio le armi dell’ironia e del paradosso sono quelle usate da Bisatti per dare corpo e tessitura alla trama: un cinema che mostra il reale distorcendolo e deformandolo senza per questo fargli perdere la sua verità, in un crescendo surreale e al contempo estremamente umorale. La prima mezz’ora vive di trovate a ripetizione, geniali digressioni sul ruolo della ricerca e della ricostruzione degli indizi: dall’errore che porta il giornalista e il suo cameraman – tra l’altro due corpi alieni, l’uno del centro l’altro napoletano, stranieri costretti a (ri)trovare identità in un mondo che non gli appartiene – a scambiare il cimitero per animali per quello per umani, fino alla descrizione ai limiti del goliardico di un mondo televisivo laido e dalle tinte tutt’altro che rutilanti. Quando poi entrano in scena, finalmente non più maschere ma veri e propri personaggi, il Vecchio e il Cinese, lo stile di Bisatti fino a quel momento dominato dal caos e dalla rapsodia di un universo impossibile da decifrare si fa lento, contemplativo. E se la figura ieratica e al contempo estremamente carnale del Vecchio, fine poeta avvinazzato e artista fioraio, prende logicamente il sopravvento sull’umbratile Cinese è anche vero che quest’ultimo, con il matrimonio pianificato con un’emigrata rumena e la quotidianità di un lavoro molto meno creativo, ha più possibilità di trasformare ulteriormente il proprio ruolo, passando da personaggio a metafora. Metafora di un mondo che al contrario dell’ovvietà e della piattezza dei canali informativi non ha un’esplicazione unica, né particolarmente chiara.

A conti fatti, Il giorno del falco non è solo un ottimo esempio di cinema, è anche e soprattutto un film utile. Utile a far capire come le vie del cinema italiano debbano dilatarsi, aprendo brecce in forme narrative finora raramente esplorate quando non totalmente disabitate. Perché la tanto desiderata rinascita del cinema nostrano deve evitare fin dalla sua genesi di costruirsi una gabbia che prima o poi volenti o nolenti troveremo sicuramente troppo stretta (non fu forse questo uno dei difetti principali del neorealismo?). Esempi come questo, ma anche come quello degli ultimi Puglielli e Sorrentino o di Daniele Gaglianone, dimostrano che un lumicino in fondo in fondo c’è. Stiamo a vedere.

Info
Il trailer de Il giorno del falco.

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