Man on Fire – Il fuoco della vendetta

Man on Fire – Il fuoco della vendetta

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Man on Fire – Il fuoco della vendetta mette in mostra una volta di più le qualità registiche di Tony Scott, in grado di muoversi su diversi registri espressivi senza perdere il polso della storia che sta narrando. Peccato che la sceneggiatura di Brian Helgeland non venga in suo soccorso, così come l’interpretazione abbastanza monocorde di Denzel Washington.

Piccolo Orsacchiotto Creasy Supermaxieroe

Creasy, un ex marine con la passione per la bottiglia, è costretto ad accettare un delicatissimo lavoro a Città del Messico: proteggere una bambina i cui genitori sono minacciati da una banda di sequestratori. Il bodyguard e la bimba diventeranno molto amici fino a quando lei verrà rapita e lui rischierà la vita per salvarla. [sinossi]

In un’epoca storica nella quale il cinema statunitense sembra interessato più che mai ai possibili drammi collettivi (ovviamente Michael Moore, ma anche il bel The Manchurian Candidate di Jonathan Demme e The Day After Tomorrow), Tony Scott costruisce la sua ultima fatica su una serie di drammi privati. La redenzione che si trasforma in vendetta, identificata nel personaggio interpretato da un Denzel Washington mono-espressivo fino all’inverosimile, non ha in sé nulla di originale. E proprio nell’eccessiva linearità e prevedibilità del prodotto risiede il difetto principale di un film come Man on Fire: la struttura narrativa segue dei binari predefiniti, adagiandosi su dei veri e propri tòpoi culturali. La standardizzazione della visione raggiunge picchi di banalità impensabili, in un gioco di decodificazione dei formulari visivi troppo scoperto per risultare anche vagamente affascinante. L’evoluzione del protagonista, ex-agente segreto alcolizzato che accetta per denaro il ruolo di guardia del corpo della figlia di un ricco imprenditore messicano, fino a diventare amico/padre/confidente/autista/personal trainer della mocciosa (interpretata da Dakota Fanning, già vista accanto a Sean Penn in I Am Sam e pronta all’avventura sul set della War of the Worlds spielberghian-wellsiana) e a trasformarsi in sanguinario vendicatore quando la bambina viene rapita e uccisa, sembra presa pari pari da un qualsiasi manuale di sceneggiatura per autori hollywoodiani.
Il film è schematicamente diviso in due grandi sezioni: la prima si interessa al dramma privato di Creasy – questo il nome di Washington nel film –, al suo rapporto con l’alcool e al graduale avvicinamento alla bambina, a sua volta abbandonata a se stessa da una coppia di genitori più interessati alla vita mondana che all’educazione della piccola, costretta a trovare confidenza solo nell’orsacchiotto di peluche al quale dà (in un chiaro momento di follia) il nome di “Little Bear Creasy”. Questa unione di spiriti solinghi viene spezzata dalla mano crudele dei rapitori; qualcosa durante il pagamento del riscatto va storto e la bambina viene uccisa. E qui inizia la seconda parte del film, altrettanto ovvia nel suo sviluppo. Ci si trova infatti di fronte al classico revenge movie, nato come sottogenere dei prodotti western e noir e assurto a gloria personale alla metà degli anni Settanta grazie in particolar modo al Charles Bronson de Il giustiziere della notte. L’orsacchiotto Creasy inizia dunque a indagare, scoperchiando il classico nido di vespe e uccidendo a destra e a manca, senza troppi scrupoli. La sua furia vendicativa non risparmia nessuno in quel mondo corrotto e dominato dal potere del denaro che è il Messico: piccoli spacciatori, carcerieri, poliziotti, perfino lo stesso padre della bambina, tutti sono destinati a crollare sotto i colpi incessanti dell’ex-uomo perduto, capace per amore di infante di rispolverare l’etica da agente che aveva sotterrato anni prima. Fino al colpo di scena finale e alla catarsi, inevitabile.

Ma allora cosa c’è da salvare in questo marasma di ovvietà? Una messa in scena ben calibrata e gestita con notevole professionalità dal sempre valido Scott, capace di gestire i due macro-elementi presenti (il post-romanticismo e la furia sanguinaria) senza farli scontrare l’uno con l’altro e in grado di costruire almeno una sequenza realmente notevole, quella del rapimento della bambina. Sequenza interamente basata sull’uso di elementi in antitesi fra loro: mentre Creasy si rende conto che alcune macchine si aggirano in maniera sospetta la bambina sta svolgendo una lezione di pianoforte, intramezzandola con continui e rumorosi rutti. Il paradossale connubio tra goliardia e tensione si regge qui in miracoloso equilibrio: quei due elementi che per il resto del film saranno tenuti bene a distanza fra loro trovano in questa scena un punto di contatto che riesce a non inficiare la forza né dell’uno ne dell’altro. Per il resto Scott gioca sul sicuro, fotografando il brullo territorio messicano così come piace in questi anni, ricalcando toni e colori di Traffic di Steven Soderbergh e di 21 Grammi di Alejandro González Iñarritu. Ennesima dimostrazione di un film compatto, incapace di prendersi alcun rischio ed estremamente prevedibile, salvato esclusivamente da una regia accurata e dalle partecipazioni straordinarie (per tutte valga lo sguardo dolente, il passo pesante e disilluso di uno splendido Christopher Walken). Tony Scott dopotutto è un autore che rende al massimo delle sue potenzialità soprattutto quando viene accompagnato da una buona sceneggiatura (come in Miriam si sveglia a mezzanotte e Una vita al massimo) e non è certo il caso dello script fornito da Brian Helgeland, estremamente inferiore a quanto aveva abituato nelle collaborazioni con Clint Eastwood. Una cosa è certa: se Sergio Leone si vantò di aver inventato per Eastwood le due recitazioni (con il cappello e senza) il fratellino di Ridley può dire di aver creato per Washington altre due recitazioni: con la pistola in mano e senza.

Info
Il trailer di Man on Fire.

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