Before Sunset – Prima del tramonto

Before Sunset – Prima del tramonto

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In Before Sunset Richard Linklater torna a far vivere sullo schermo i personaggi di Celine e Jesse, a nove anni di distanza da Prima dell’alba. Nel ruolo dei protagonisti, ovviamente, Julie Delpy ed Ethan Hawke.

L’att(im)o sacro

Quando Jesse e Celine s’incontrarono per la prima volta a metà degli anni Novanta, le poche ore spontanee che trascorsero insieme a Vienna cambiarono la loro vita. Nove anni dopo, il fulmine colpisce due volte. Jesse e Celine si incontrano inaspettatamente a Parigi, e avranno soltanto un effimero pomeriggio per decidere se condividere o meno i loro domani… [sinossi]

Se alla sua presentazione veneziana nel 2001 Waking Life era apparso come summa teorica del pensiero cinematografico di Richard Linklater, Before Sunset ne è la definitiva messa in pratica. Dopo aver assolto compiti puramente contrattuali firmando la divertente commedia School of Rock, l’autore texano torna a confrontarsi con la caratteristica peculiare del suo approccio alla struttura narrativa: il cinema inteso come attimo, momento. In Waking Life il personaggio interpretato da Wiley Wiggins assiste dalla platea di un cinema a un dialogo tra Caveh Zahedi (autore indipendente che ha firmato gli esperimenti visivi I Was Possessed by God e Underground Zero) e David Jewell, che pur essendo un tecnico del suono ha visto citata una sua poesia proprio nel Before Sunrise padre/fratello maggiore dell’ultima fatica linklateriana: in quell’occasione Zahedi parla del cinema come del momento sacro, attimo nel quale una precisa persona svolge una precisa azione in un preciso luogo. Linklater fa dunque sua la teoria baziniana del momento sacro, prendendo nettamente le distanze dal mondo del cinema istituzionale, in particolar modo da Hollywood. Secondo lui (e secondo Zahedi) Hollywood avrebbe manipolato il senso reale del cinema, usandolo esclusivamente come riproduzione visiva della letteratura, interessandosi a una catena di montaggio tesa alla produzione in serie di storie. Di fronte a questa standardizzazione del lavoro creativo, il cineasta statunitense si oppone proponendo una visione del cinema dove né la trama né la sceneggiatura acquistano un’importanza rilevante, lasciando spazio al puro lavoro sull’attore, corpo in movimento da riprendere da cui deve nascere tutto.

E questa serie di annotazioni teoriche sono alla base di Before Sunset. Pur partendo da una base solida come Before Sunrise, opera quarta che permise a Linklater di vincere nel 1995 l’Orso d’Argento per la miglior regia a Berlino, il suo seguito ne scardina l’essenza e la struttura. Laddove il film di dieci anni fa si riallacciava con uno sguardo neanche troppo nascosto alla pratica rohmeriana, all’etica della love story riletta in chiave anti-hollywoodiana (ma l’intero cinema di Linklater può essere letto nell’ottica di un’azione terroristica nei confronti dei compartimenti stagni della logica delle majors), Before Sunset non è riconducibile a nessuno stereotipo cinematografico, al di là della pura questione autoriale. Facendo giungere a piena maturazione il discorso sulla struttura narrativa, Linklater rivolge lo sguardo unicamente a sé, riallacciandosi più che al prototipo del 1995 a Slacker e Tape (oltre al pluri-citato Waking Life). Così come “prima dell’alba” due giovani ventitreenni decidevano di passare insieme quindici ore in una città sconosciuta a entrambi, “prima del tramonto” gli stessi due diventati adulti cercano la motivazione per perpetrare la stessa logica a nove anni di distanza. Mentre in Before Sunrise l’attimo vive di dilatazioni e distrazioni, mettendo in relazione i due ragazzi con un mondo da scoprire che li circonda, l’attimo in cui si dipana Before Sunset non può permettersi digressioni di alcun genere; il film vive dunque in tempo reale l’ora e venticinque minuti che lo scrittore americano e l’attivista politica francese hanno in concessione prima che lui faccia ritorno a New York. Fin da subito, dunque, la struttura narrativa si mostra come immagine speculare dell’approccio di Linklater: se nove anni fa il suo cinema viveva ancora di digressioni e dilatazioni, avviluppato nella comoda coperta della citazione (anche se sarebbe più giusto parlare dell’appropriazione di un sentire comune), ora non è più possibile aspettarsi questo. Raggiunta l’età adulta l’opera linklateriana deve vivere esclusivamente di sé – e delle connessioni con i suoi sé che l’hanno preceduta: il dialogo sulla reincarnazione e sulla fede non è altro che la prosecuzione dello spezzone interpretato dai due in Waking Life, il quale a sua volta partiva da un estratto della sceneggiatura di Before Sunrise.

Le quattordici ore che diventavano attimo disperdendo ad hoc l’atto peserebbero come un corpo morto nell’esperienza attuale dell’autore. Attimo e atto dunque si compenetrano, alla ricerca ossessiva di un cinema capace di universalizzare i concetti partendo da situazioni semplici fino a sfiorare la banalità. Così l’incontro con caffè e passeggiata annessi tra Ethan Hawke e Julie Delpy è l’occasione per riflettere sul senso dei rapporti umani e sulla politica statunitense. Linklater segue spesso in piano sequenza i suoi due protagonisti, lasciandoli liberi di essere prima dell’apparire, senza apparente gabbie strutturali, quasi in pieno flusso di coscienza. Eppure tutto è completamente e profondamente scritto, ragionato, discusso: l’opera di introspezione dei personaggi che si poteva evincere da Before Sunrise si trasforma in una messa in discussione dei due attori della propria vita. E se Hawke sembra diviso a metà tra la sua funzione di messa in scena della propria esperienza umana e quella, ben più metalinguistica e propriamente cinematografica, di alter ego di Linklater, Julie Delpy si mette propriamente a nudo. Perché oltre all’esperienza umana (con tanto di tre sue canzoni presenti nella colonna sonora del film), lei deve confrontarsi anche con il luogo geografico: Parigi è la sua città, non si è più immersi in un luogo-non luogo come poteva essere Vienna, qui si vive il rapporto con uno spazio conosciuto e profondamente vissuto. Linklater meritoriamente lascia fuori la Parigi-cartolina che piace tanto agli americani, lasciandosi guidare dalla sua protagonista per vie mai troppo caratterizzate (si intravede Notre Dame, è vero, ma solo perché funzionale al discorso che i due stanno intraprendendo). Alla ricerca estrema del cinema come momento, Linklater non ha dunque paura di riempire il suo film di anafore, balbettii, rumori di fondo, non solo da un punto di vista verbale ma anche propriamente visivo: impossibile non leggere sotto quest’ottica le immagini riutilizzate dal 1995, trait d’union tra le due opere che non serve né da catalogazione mnemonica della prassi strutturale di dieci anni fa né da the way we were nostalgicamente hollywoodiano. Si potrebbe facilmente storcere il naso davanti a un’ora e venticinque minuti di dialoghi fitti, serrati, spesso e volentieri inconcludenti. Ma proprio sulla battuta finale e sulla dissolvenza in nero – primo stacco netto, prima vera accettazione dei dettami dell’industria – che conclude l’opera non si può non affermare di essersi trovati davanti a una delle più belle storie d’amore raccontate al cinema e a uno dei più ammalianti percorsi autoriali degli ultimi anni. Perché, e Before Sunset ne è la prova definitiva, Richard Linklater è uno dei massimi autori contemporanei statunitensi.
Info
La pagina Facebook di Before Sunset.
Before Sunset sul sito della Warner Bros.
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