Pontianak – Scent of the Tuber Rose

Pontianak – Scent of the Tuber Rose

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La matrice horror tende a mescolarsi con il melodramma e, seppur in maniera puramente immateriale, con il revenge movie. Peccato che l’intera struttura di Pontianak – Scent of the Tuber Rose ceda praticamente da subito, persa tra buchi neri di sceneggiatura e una messa in scena a dir poco dilettantesca. Presentato al Far East Film Festival 2005.

Non c’è niente da capire

Nel 1949, a famosa danzatrice Meriam rifiuta le avance del ricco e viscido Marsani. Assassinata da questi, dà alla luce un figlio mentre muore, e ritorna come pontianak, perseguitando in particolare la famiglia di Marsani. Nel 2003 Marsani, tenuto relativamente giovane da cure “scientifiche”, vive nel senso di colpa e nel terrore della pontianak. Crede di riconoscerla nella giovane Maria, che in effetti ha un marchio sul collo. Fra incubi e infestazioni spettrali, Meriam e Maria si confondono… [sinossi]

La Malesia continua a rimanere agli occhi occidentali – anche ai più attenti alle varie storie segrete – uno dei misteri più inviolabili del mondo in celluloide, anche e soprattutto in relazione a stati a lei confinanti quali Indonesia, Thailandia e Singapore. Anche l’apertura parziale dei principali festival internazionali al cinema malese non sembra aver particolarmente aiutato l’esportazione dei prodotti della settima arte da Kuala Lumpur; e se l’esordio alla scorsa Mostra di Venezia con Puteri Gunung Ledang di Saw Teong Hin aveva comunque ben impressionato (forse anche perché la messa in scena, pur così legata alle radici culturali della terra malese, lanciava sprazzi di memoria infantile dei tigrotti di Mompracem e della perla di Labuan) non si può certo dire altrettanto della prima volta di una produzione malese all’oramai sempre più onnicomprensivo Far East Film Festival di Udine (settima edizione). Se la scelta operata denota una certa furbizia, visto che all’apparenza Pontianak risulta essere un horror, genere che negli ultimi anni sta seriamente rischiando di porsi come minimo comun denominatore del cinema orientale, almeno per occhi non particolarmente sverginati, l’attitudine dell’opera presenta effettivamente tracce che potrebbero permettere un trait d’union tra il film di Shuhaimi Baba e quello di Saw Teong Hin. Se lì si notava l’urgenza di una scelta stilistica ibrida in grado di mescolare melodramma e avventura – non senza incursioni nell’action più pura – qui la matrice horror tende a mescolarsi nuovamente con il melodramma e, seppur in maniera puramente immateriale, con il revenge movie. Peccato che l’intera struttura ceda praticamente da subito, persa tra buchi neri di sceneggiatura e una messa in scena a dir poco dilettantesca.

La trama, tra l’altro con dubbie ambizioni storiche, sospesa tra la contemporaneità e la memoria dei fattacci successi ai protagonisti nel 1949, prende spunto da una serie di credenze tribali. Insomma, il solito morto innocente che torna per vendicarsi dei suoi aguzzini: peccato che la vendetta sia rivolta solo contro il colpevole “morale” – mentre l’esecutore materiale dell’omicidio non viene più minimamente preso in considerazione durante lo svolgimento del film – e, soprattutto, sia una vendetta talmente blanda da non giustificare alcun tipo di suspance.
La Pontianak, questa sorta di incrocio tra un nostro vampiro e gli spiriti del male delle religioni animiste che altro non è che una donna uccisa durante la gravidanza e che ama prendere possesso di altre anime per raggiungere la tanto agognata rappresaglia, preferisce perdersi in noiose digressioni di danze rituali piuttosto che colpire nel vivo la sua vittima, né la struttura del film permette di costruire eventi climatici in grado di risaltare al di sopra del resto. Se fossimo costretti a tracciare una trama dettagliata il risultato sarebbe più o meno questo: “Nel 1949 una ballerina viene uccisa da un suo spasimante mentre è incinta di uomo disperso in mare. Nel 2003 la Pontianak di quella ballerina viene ridestata dal suo sonno a causa di alcuni lavori in corso. Un ingegnere muore cadendo in una buca. La Pontianak si reincarna in un’altra ballerina e inizia a perseguitare il nipote dell’assassino, che nel frattempo si è fatto mantenere giovane per aspettare il ritorno dell’amata uccisa. Ma quando ce l’ha davanti cerca di ucciderla a sua volta”. Insomma, un pastrocchio senza capo né coda tirato tra l’altro veramente per le lunghe, visto che il film si dipana fino a raggiungere le due ore.

La prima parte, quella ambientata durante il 1949, è completamente dominata dal personaggio della Primadonna, famosa danzatrice, il che basta alla regista e sceneggiatrice per giustificare una sequela francamente inutile e alla lunga logorante di balli tribali. La seconda parte, ambientata nel 2003, è invece un guazzabuglio di idee francamente sparate a casaccio: si cerca di tenere in piedi la storia spingendo il pedale sia sull’horror – e quanto affatica la vista quest’orrore attuale basato su occhi che diventano rosseggianti, risate malefiche e visioni più vicine a un pessimo sceneggiato di primo pomeriggio che alla messa in scena dell’onirismo – che sulla memoria melodrammatica dell’anziano colpevole, senza rinunciare a patetiche digressioni nella commedia identificabili nel personaggio interpretato da Eizlan Yusof e ai soliti minuti buoni di danze popolari. Tutto questo sempre accompagnati da una sceneggiatura sconnessa e priva di qualsivoglia logica, da un uso improprio della fotografia – che inizia suddividendo il passato dai colori sfumati e dal forte chiaroscuro dal presente nettamente stagliato per poi dimenticarsi di questa scelta stilistica e confondere confondendosi – e da una recitazione sovraccarica, quasi da divi del muto (e il trucco esagerato si pone sulla stessa falsariga). Un film vuoto, operazione inutile e sfiancante, incapace di dire la sua sia sul difficile campo del melodramma, vista l’assoluta mancanza di epica e di pathos, sia sul versante orrorifico, venendo a mancare inventiva e crescendo climatico. Un vero e proprio saggio sul ridicolo involontario, talmente supponente da far rimpiangere le castronerie delle varie serie Z mondiali. Eppure in patria Shuhaimi Baba è considerata tra le migliori espressioni del cinema malese e anche questo Pontianak – Scent of the Tuber Rose si è portato a casa diversi premi dal 17° Malaysia Film Festival (saremmo veramente curiosi di scoprire quali), il che fa venire il serio dubbio sulla possibilità di far convivere gusti e necessità locali con quelli nostrani.

Info
La scheda di Pontianak – Scent of the Tuber Rose sul sito del Far East.

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