A Colt is My Passport

A Colt is My Passport

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A Colt is My Passport di Takashi Nomura è uno dei “mood action” più innovativi e coinvolgenti prodotti dalla Nikkatsu. Con un monumentale Jo Shishido. Al Far East di Udine nel 2005.

Shishido non sorride più

Un sicario viene assoldato da una banda per colpire un oyabun (capobanda) rivale. L’uomo svolge il compito con un fucile da cecchino e fugge, insieme a un amico fidato. I loro problemi però sono appena iniziati: prima di riuscire a imbarcarsi sull’aereo che deve portarli fuori dal paese, vengono agguantati dagli sgherri della banda rivale. Grazie a una trovata ingegnosa riescono a sfuggire e si rifugiano in un albergo a poco prezzo per camionisti nei pressi di Yokohama. Organizzano una fuga in nave, ma mentre si dirigono verso il porto… [sinossi]

Quando la Nikkatsu dovette tornare a ragionare sui modelli produttivi da perseguire per avvicinare le nuove generazioni – che si stavano evolvendo con notevole velocità, mutando radicalmente gusti e prerogative rispetto al passato – individuò nel cosiddetto Mood Action la vera e propria gallina dalle uova d’oro. Nel melodramma mascherato da action-movie (o viceversa) che divenne vera e propria prassi nella seconda metà degli anni ’60 trovarono gloria i vari Red Handkerchief e The Velvet Hustler, entrambi del regista simbolo della casa, Toshio Masuda. Pur venendo alla luce nello stesso periodo, A Colt is My Passport non può essere invece imparentato con la produzione in serie di Mood Action; il film di Takashi Nomura presenta in sé dei tratti di estrema originalità rispetto alla media della Nikkatsu. È, innanzitutto, un action in tutto e per tutto, senza la girandola di generi che fu a lungo marchio di fabbrica della major nipponica (fino ad arrivare all’ibridismo sublime e totale di Black Tight Killers di Yasuharu Hasebe).

Nomura mette in scena una prima ora rigorosa, attraversata da un nichilismo quasi assolutista, privo di qualsiasi (auto)ironia; il genere non ha bisogno di valvole di sfogo e di pause di riflessione e procede con ritmo inarrestabile verso la catarsi finale. Questo ulteriore distaccarsi dalla prassi della Nikkatsu è evidenziato fortemente nella recitazione di Jo Shishido, uomo simbolo della casa di produzione insieme a Yujiro Ishihara e Akira Kobayashi; solitamente riconoscibile nel suo stato di icona per via del sorrido beffardo, accentuato dalle guance gonfie, sempre pronto a prestarsi al personaggio di malvivente dai modi vagamente guasconi, qui Shishido evita di calcare la mano sulla gestualità esasperata e sulle smorfie, lavorando splendidamente di sottrazione, con una recitazione dolorosa, mai particolarmente esibita. Il pathos, già fortemente riscontrabile nello script di partenza (di Nobuo Yamada e Hideichi Nagahara), viene dunque accentuato dal corpo sconfitto eppure sempre in piedi di Shishido, in viaggio verso la martorizzazione inevitabile.

Ma non è solo nella caratterizzazione dell’eroe che la pellicola di Nomura prende le distanze dallo stile classico della Nikkatsu: se nella maggior parte dei film dei suoi colleghi lo stereotipo cinematografico veniva messo in mostra come vero e proprio punto di forza e a volte addirittura come fulcro dell’azione, sia nell’utilizzo delle location (bar malfamati, il porto, le ville dei benestanti) che nei rapporti tra i personaggi, qui siamo di fronte a una serie di esasperazioni sfruttate per aprire nuove vie di fuga alla drammatizzazione. L’esempio perfetto resta quello della stanzetta d’albergo dove si svolge buona parte dell’azione nella prima metà del film: siamo pur sempre di fronte a un non-luogo – e l’albergo ha un grande valore simbolico all’interno della cinematografia asiatica del periodo, basti pensare all’utilizzo che ne fa King Hu –, ma il senso di claustrofobia e di sconfitta viene accentuato dalla scelta di mostrare quasi sempre una piccola parte dell’intero edificio. E anche il rapporto con gli stilemi narrativi occidentali – il più delle volte statunitensi – risulta meno ossessivo rispetto a molti altri film della casa di produzione: e sì che in Fast-Draw Guy proprio Nomura aveva messo in scena un perfetto western alla Mann, pur mescolandolo a elementi di pura ironia.

Ma il vero scarto che fa apparire A Colt is My Passport come uno dei migliori esempi di cinema d’azione giapponese del periodo si rintraccia negli ultimi venti minuti, nei quali tutta l’architettura sommessa e indolente sfoggiata nella prima ora viene completamente stravolta, esplodendo in una delle sequenze d’azioni più fulminanti – Jo Shishido che da solo uccide una decina di uomini facendo addirittura saltare in aria un automobile – che si abbia la possibilità di vedere. Ulteriormente, dunque, Nomura ci/si smentisce, costruendo un finale epico laddove l’assenza di epica sembrava un tratto peculiare della pellicola.
Mettendo in scena un cinema che non è un epitome di quanto già prodotto dalla Nikkatsu e neanche di quanto filtrato dalle cinematografie straniere, ma una pura dimostrazione di originalità. Di lì a pochi mesi uscì nei cinema giapponesi La farfalla sul mirino di Seijun Suzuki; qualcosa stava (ulteriormente) cambiando.

Info
A Colt is My Passport, trailer.
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