Ogni cosa è illuminata

Ogni cosa è illuminata

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La ricerca del giovane ebreo americano Jonathan Safran Foer, comicamente ribattezzato Jonfen, è un viaggio doloroso ma necessario nella memoria, nelle ferite ancora aperte del Novecento. Il villaggio ucraino di Trachimbrod diventa metafora del ricordo, della necessità di non cancellare la Storia e le storie. Ogni cosa è illuminata è un’opera prima sorprendente, intima e personale.

Jonfen, l’amico americano

Il giovane e timido Jonathan parte per l’Ucraina, alla ricerca della donna che salvò suo nonno durante la Seconda Guerra Mondiale. I compagni di questo viaggio nella memoria saranno l’esuberante Alex e il burbero nonno, sedicente non vedente con tanto di cane al seguito, Sammy Davis Junior Junior… [sinossi]

Liev Schreiber non è ancora un volto particolarmente noto, nonostante i tre episodi di Scream diretti da Wes Craven e l’eccellente performance in The Manchurian Candidate di Jonathan Demme. Un attore in grande crescita, ma non solo. Con la sorprendente opera prima Ogni cosa è illuminata (Everything Is Illuminated) dimostra di possedere ottime potenzialità anche dietro la macchina da presa. Non è facile, infatti, imbattersi in una pellicola d’esordio così misurata e matura. Schreiber riesce a coniugare comicità e dramma, affrontando temi spinosi come l’antisemitismo e la memoria personale e collettiva da un punto di vista originale. E anche sotto l’aspetto puramente tecnico, il risultato è più che convincente, grazie ad alcune raffinatezze registiche mai gratuite (si vedano le introduzioni dei flashback, come il lento scivolare della macchina da presa sul lenzuolo della nonna di Jonathan) e a una fotografia, affidata a Matthew Libatique (Tigerland, Π-Il teorema del delirio), che sembra adeguarsi al candore dei due giovani protagonisti.

Tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Jonathan Safran Foer (interpretato nel film da Elijah Wood), pubblicato nel 2002, Ogni cosa è illuminata conferma l’ottima annata della sezione Orizzonti della 62ª Mostra del Cinema di Venezia. Colpito da questa vicenda che molto si avvicina alla sua storia familiare, Schreiber ne ha curato personalmente l’adattamento per il grande schermo: “Quando mio nonno è morto, nel 1993, ho deciso di cominciare a scrivere una storia della sua vita nella speranza che potesse in qualche modo guidare la mia e, insieme, creare una testimonianza più permanente della sua. Alla fine i miei scritti hanno assunto la forma di un road movie in cui un giovane americano si reca in Ucraina in cerca del proprio patrimonio culturale. Alcuni anni dopo mi sono imbattuto nel romanzo Ogni cosa è illuminata di Jonathan Safran Foer e sono rimasto stupito dalle analogie tra la mia storia e la sua, sia per quanto riguarda l’argomento che i personaggi”. L’interesse personale di Schreiber emerge chiaramente dall’amorevole cura posta nella realizzazione, in tutte le sue fasi, dalla scrittura alla scelta e composizione delle inquadrature, di questo inusuale esempio di trasposizione cinematografica di un diario individuale e familiare che, non solo per la sovrapposizione Liev Schreiber/Jonathan Safran Foer, diviene documento collettivo: un altro piccolo ma significativo e sincero tassello della nostra zoppicante memoria storica – a differenza di altre pellicole sicuramente dignitose (tra le più recenti, La rosa bianca di Marc Rothemund), il valore aggiunto di Ogni cosa è illuminata, al di là del talento di Schreiber, risiede proprio in questa sua doppia valenza intima e universale.

Il novello regista/sceneggiatore ha selezionato su un cast decisamente convincente: bravo il suddetto Elijah Wood, bravissimi il debuttante Eugene Hutz e Boris Leskin. Tutta la prima parte scorre leggiadra anche grazie alla performance comica di Eugene Hutz, supportato da un imperscrutabile Elijah Wood e da Boris Leskin, prima spalla comica e poi, nella seconda parte, commovente e sofferto protagonista. Schreiber riesce brillantemente a fondere le due anime del film e il passaggio dalla comicità al dramma avviene con lievissima naturalezza, senza sussulti o stonature.

La ricerca del giovane ebreo americano Jonathan Safran Foer, comicamente ribattezzato Jonfen, è un viaggio doloroso ma necessario nella memoria, nelle ferite ancora aperte del Novecento. Il villaggio ucraino di Trachimbrod diventa metafora del ricordo, della necessità di non cancellare l’orrore e la mostruosità della Shoah. Ogni cosa è illuminata, capace di divertire e commuovere, funziona sia per le numerose gag iniziali – la presentazione di Alex, il cane Sammy Davis jr. jr., le incomprensioni linguistiche e culturali – sia per il messaggio illuminato. La parete del collezionista Jonathan, l’entrata in scena di Alex, la sequenza della cena con la patata, la casa immersa nei girasoli, il muro di scatole di Trachimbrod, l’inquadratura nella vasca da bagno…
Ogni cosa è illuminata dalla luce del passato. Schreiber è un autore (e un attore) da seguire.

Info
Il trailer italiano di Ogni cosa è illuminata.
Ogni cosa è illuminata sul sito della Warner.
Il trailer originale di Ogni cosa è illuminata.
Ogni cosa è illuminata sul canale youtube della Warner.
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