Flightplan – Mistero in volo

Flightplan – Mistero in volo

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Flightplan – Mistero in volo è un thriller di piccolo cabotaggio, scritto frettolosamente e in modo raffazzonato e diretto senza particolari intuizioni dal tedesco Robert Schwentke, che punta tutto sull’interpretazione di Jodie Foster, sempre professionale ma sprecata in una parte priva di profondità e struttura.

Mamma, mi sono persa nell’aereo

Kyle Pratt, una giovane madre ancora sconvolta dalla recente perdita del marito, sta viaggiando sull’Atlantico insieme a sua figlia. Si addormenta per qualche minuto e quando si sveglia la bambina non è più accanto a lei, comincia a cercarla in tutto l’aereo senza trovarla. Ciò che rende ancora più drammatica la sua ricerca è il fatto che sulla lista dei passeggeri non risulta il suo nome e che nessuno, né il personale di bordo, né gli altri passeggeri l’hanno mai notata. [sinossi]

Vi sono determinati film la cui unica ragion d’essere è legata alla curiosità di osservare le evoluzioni nella carriera di uno sceneggiatore, di un regista, o di un attore. Così, soprattutto quando si ha a che vedere con un nome di un certo calibro, l’attesa sale in maniera esponenziale. È ovviamente questo il caso di Flightplan – Mistero in volo, thriller ad alta quota (praticamente in contemporanea nelle nostre sale a Red Eye di Wes Craven; che l’aereo, superato il tabù derivato dagli eventi del settembre 2001, si appresti a diventare un nuovo tópos nelle dinamiche del genere di appartenenza?) che avrebbe meritato ben poca attenzione se non fosse stato per la presenza in scena di Jodie Foster, quarantatre anni all’anagrafe di cui ben trentacinque passati a saltellare da un set all’altro. Non che negli ultimi anni il suo curriculum si sia distinto per scelte particolarmente oculate: fatta eccezione per Panic Room il resto non risalta certo agli occhi (il mediocre Una lunga domenica di passioni e il pessimo Anna and the King). E proprio al film di Fincher si può fare facilmente riferimento intavolando una discussione su Flightplan: come nel film del 2002, la protagonista si vede costretta a proteggere se stessa (e la sua progenie), chiusa in un ambiente claustrofobico. Lì si trattava della propria casa e qui di un aereo, ma il succo non cambia.
Il film diretto dal tedesco Robert Schwentke, approdato a Hollywood dopo il successo della sua commedia Eirdiebe e del thriller Tattou, ha la gravissima colpa di adagiarsi su una sceneggiatura a dir poco traballante redatta dall’esordiente Peter A. Dowling e da Billy Ray, al quale si devono sì begli ingranaggi come quelli approntati per Suspect Zero e Shattered Glass ma anche operazioni meno calibrate come Il colore della notte e Vulcano. Nel caso in questione ci si trova tristemente più nelle vicinanze di questi ultimi, scaraventati in un caos infernale che vorrebbe riuscire a mescolare insieme la suspense, il dramma psicologico e l’attualità finendo per fallire miseramente su tutti i fronti. La trama è confusionaria, contraddittoria, totalmente priva di ritmo e zeppa di buchi di sceneggiatura.

L’esempio più palese del pressappochismo con cui è stato portato avanti il progetto riguarda la ricerca della figlioletta dell’ex-enfant prodige americana: dopo alcuni minuti di puro panico alla protagonista che – per inciso – è anche colei che ha progettato l’intero aereo, viene detto che a bordo con lei non è mai salita alcuna bambina. Ora, tralasciando il buon quarto d’ora nel quale il film galleggia indeciso se procedere per la strada (ovvia) che porterebbe a una riedizione in chiave minore de Il sesto senso o imboccare quella (ancora più ovvia) che vuole che il colpevole sia l’unico personaggio che sembra dare retta alla sempre più invasata Foster, la soluzione più immediata per arrivare a capo dell’inghippo sarebbe stata quella di controllare le telecamere a circuito chiuso del velivolo al momento dell’imbarco. E invece no, la Foster pretende che l’aereo sia passato al setaccio, da cima a fondo, mettendosi contro buona parte dei passeggeri; al che viene da pensare, magari su questo aereo non ci sono telecamere a circuito chiuso… E quando tutti, dopo un’ora e mezza di film, hanno oramai archiviato la vicenda interessati (?) a scoprire in che modo la tenace donna riuscirà a far fuori il poliziotto marcio nell’anima e a recuperare la dolce infante, ecco che il buon Schwentke incentra un’intera sequenza sull’inquadratura di una telecamera a circuito chiuso.
E questa non è che una delle dimostrazioni di inadeguatezza nel trattare una materia delicata e a grave rischio banalità come il thriller: il fatto è che laddove si dovrebbe cercare di lavorare di sottrazione – soprattutto in un ambiente già di per sé fortemente caratterizzante come l’interno di un aeroplano – regista e sceneggiatori ragionano esclusivamente per eccesso, sia nella base di partenza (alla sempre più sfigata Jodie Foster non solo hanno rapito la figlia, ma sta tornando negli USA con la salma del marito, morto “suicidato” appena sette giorni prima) che nella sua evoluzione, creando personaggi inverosimili e abbandonando per strada le uniche intuizioni che potevano realmente essere di un certo valore (il personaggio del capitano, interpretato da Sean Bean, è assolutamente sprecato, mentre avrebbe potuto giocare un ruolo non indifferente vista la sua carica di ambiguità).

Flightplan è niente più che un mediocre film di seconda fascia, e non fosse per il cast e alcune soluzioni visive sembrerebbe più adatto a un passaggio diretto sul piccolo schermo che alle grandi platee internazionali. Dispiace vedere un’attrice come Jodie Foster impantanata in un ruolo che non le rende giustizia: di lei si apprezza la professionalità anche nel gettarsi in scontri corpo a corpo e in dialoghi imbarazzanti, ma meriterebbe ben altri copioni con i quali confrontarsi.

Info
Il trailer di Flightplan.

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