Wallace & Gromit – La maledizione del coniglio mannaro

Wallace & Gromit – La maledizione del coniglio mannaro

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Wallace & Gromit – La maledizione del coniglio mannaro, primo lungometraggio del mitico duo animato creato da Nick Park nel 1989, è l’ennesima dimostrazione della creatività del cineasta britannico, habitué della note degli Oscar.

Anti-Pesto, salvaci!

Wallace e il suo cane Gromit hanno una nuova professione: in occasione del Concorso di Verdura Gigante, si ribattezzano la società “Anti-Pesto”, e liberano gli orti dei vicini dai conigli e tutti gli animali che potrebbero rovinare le loro preziose verdure, catturandoli e imprigionandoli senza ucciderli, usando talvolta un valido macchinario che li aspira e li immagazzina in un serbatoio. Si impegnano anche a liberare l’enorme tenuta di Lady Campanula Tottington, dove si terrà il festival, e così attirano l’inimicizia del borioso Lord Victor Quartermaine e del suo bulldog, che diventeranno loro nemici. Non avendo cuore di uccidere i conigli, li tengono in casa e li alimentano; ma arriva il giorno in cui nelle gabbie sotterranee non c’è più spazio per ospitarli… [sinossi]

E così si è ripetuta anche quest’anno la consacrazione dell’Oscar per lo sciocco inventore Wallace e il suo fedele cane Gromit, creature in plastilina ideate da Nick Park nell’ormai lontano 1989. Diciassette anni, tre mediometraggi e un assemblaggio di corti (Cracking Contraptions), praticamente sempre baciati dalla dea degli Oscar – fa eccezione l’esordio A Grand Day Out, ma c’è da dire che anche il quell’occasione fu comunque Park a spuntarla, con l’altro suo lavoro Creature Comforts. Anche l’esordio nel lungometraggio diretto da Park in compagnia di Peter Lord, Chicken Run, aveva fatto incetta di premi a destra e a manca.

Insomma, c’è da scommettere che colui che fu considerato l’enfant prodige dell’animazione britannica non si sia scomposto più di tanto alla notizia del suo primo Oscar per un lungometraggio: e sì che non tutti si sarebbero potuti permettere lo sfizio di lasciare a secco contemporaneamente Hayao Miyazaki e Tim Burton senza sollevare polveroni critici degni di una carica di bisonti nel Far West.
Eppure, pur provando rammarico per la mancata premiazione di due straordinari esempi di cinema quali Corpse Bride e Il castello errante di Howl, non si può nascondere una certa soddisfazione per l’esito della serata in cui Hollywood celebra il (proprio) cinema.
Come si è già avuto modo di dire l’approdo al lungometraggio per la premiata coppia Wallace e Gromit è stato tutto tranne che avventato: Park ha preparato il campo a questo avvenimento nel corso degli anni cosicché, quando sui titoli di testa la macchina da presa si muove in panoramica sulle ironiche foto familiari che vedono protagonista il duo si capisce immediatamente come sia forte la volontà, da parte dell’autore, di dare spazio al background storico della coppia. Non un cinema per iniziati, ma neanche un annullamento totale del passato.

Il gioco autoreferenziale è sempre in atto, magari saggiamente velato per impedire che infici la forza dello script, che è di per sè dinamitarda: Wallace e Gromit formano la Anti-Pesto S.W.A.T. Squad, che si occupa di preservare gli ortaggi della città, in vista dell’annuale fiera ortolana, dall’attacco dei coniglietti che se ne nutrono. Un esperimento di trasmissione della capacità cerebrale tra Wallace e un paffuto coniglietto è funestato da un imprevisto; da quel momento un mostruoso coniglio mannaro deprederà gli orti della cittadina durante le notti di luna piena.

Al di là del divertissement cinefilo che permette di cogliere a piene mani dall’universo dell’horror classico – L’uomo lupo con Lon Chaney jr., Frankenstein, la trasformazione che rievoca il Lupo mannaro americano a Londra di Landis e L’ululato di Dante, addirittura King Kong, quando il Wallace/Were-Rabbit prende sottobraccio l’amata donzella e si arrampica sul tetto del castello – il film di Park stupisce piacevolmente proprio per la capacità di ricondurre un magma visivo così standardizzato all’interno di un percorso estetico lineare e oramai ultra-decennale: nel passaggio dalla forma breve del cortometraggio e del medio a quella del lungometraggio non si notano cadute di stile né (soprattutto) perdite di ritmo. Così come ne I pantaloni sbagliati, il capolavoro del 1993, il ritmo forsennato non aveva nulla da invidiare alle girandole delle commedie d’azione statunitensi – con in testa, ovviamente, Back to the Future di Robert Zemeckis –, oggi è impossibile trovarsi a sbadigliare o perdere attenzione di fronte a La maledizione del coniglio mannaro, tale è la capacità inventiva di Park e Box (quest’ultimo alla seconda esperienza come regista dopo il cortometraggio Stage Fright premiato al BAFTA Film Award nel 1997, ma da sempre collaboratore di Park nei suoi progetti animati).

La base su cui poggia l’idea di comicità di Park non è poi minimamente mutata: attraverso l’uso del grottesco e del paradosso c’è ancora la volontà di descrivere senza abbellimenti i chiaroscuri della società borghese, microcosmo accentratore che finisce per omologare tutto e mettere in quarantena l’inventiva – non a caso il leit-motiv del personaggio di Wallace è quello di non essere compreso e di essere messo alla berlina, o addirittura diventare preda come nel caso in questione.
Opera adatta a qualsiasi fascia d’età, grazie alla possibilità di essere letta a più strati, La maledizione del coniglio mannaro è anche l’ennesima dimostrazione della straordinaria capacità tecnica della Aardman, la casa di produzione di Nick Park con sede a Bristol: la fluidità dei movimenti, l’uso della macchina da presa, la capacità espressiva dei protagonisti ne fanno uno dei capisaldi dell’animazione contemporanea.

Info
Il trailer di Wallace & Gromit – La maledizione del coniglio mannaro.
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