Omaggio a Luigi Di Gianni

Omaggio a Luigi Di Gianni

L’omaggio all’arte di Luigi Di Gianni offerto dal RomaDocFest nel 2006; un viaggio tra documentario e finzione, alla riscoperta di un nome fondamentale del cinema italiano.

Il momento più straordinario di ogni festival cinematografico che si rispetti, quell’attimo che dà lo scarto tra una kermesse interessante e una realmente significativa, risiede nella scoperta di nomi che per un motivo o per l’altro non era stato possibile frequentare in precedenza.
È stato così anche per la sezione retrospettiva dedicata dall’edizione 2006 del RomaDocFest all’arte cinematografica di Luigi Di Gianni, tra i padri del documentario italiano quello forse meno conosciuto e compreso. Con questo non si vuole di certo affermare che non se ne riconosca il merito acquisito sul campo, e lo ha dimostrato anche il Festival di Berlino che nel 2003 lo ha omaggiato con una mini retrospettiva intitolata “Il culto delle pietre”, ma è indubbio che rispetto a nomi celebrati quali quello di Vittorio De Seta, il cinema di Luigi Di Gianni sia sopravvissuto soprattutto nella mente degli addetti ai lavori, quasi nell’oscurità. Oscurità che è uno dei tratti peculiari della sua messa in scena, come si vedrà in seguito, e che permette di entrare subito nel vivo della questione. Perché ridurre il cinema di Luigi Di Gianni al solo campo del documentario significherebbe non averlo compreso in pieno, non averne portato alla luce le radici, non averne sviscerato il senso ultimo. E questo non solo per le scorribande occasionali dello stesso Di Gianni nella fiction (tra le opere presenti al festival il celebrato Il tempo dell’inizio, ma anche il cortometraggio La tana), dove l’elemento di finzione apre sempre il fianco a divagazioni oniriche, surreali e metaforiche, ma anche e soprattutto per la potenza della messa in scena di ciò che si sta documentando.

Di Gianni non è un semplice osservatore, il suo sguardo non si fa mai neutrale nei confronti dell’oggetto della disamina, ma al tempo stesso la ricerca antropologica che lo anima non ha in sé nulla di estetizzante: anche quando la sua esperienza sembra poter essere ricondotta a quella del già citato De Seta (si veda la costruzione del quadro in Nascita e morte nel Meridione, per esempio) è impossibile non notare la brutalità quasi orrorifica che guida la mano di Di Gianni. Laddove De Seta alza al cielo un ecumenico elogio degli umili, riabilitati agli occhi del cinema da una costruzione scenografica impeccabile, Di Gianni sfrutta le armi della Settima Arte per evidenziare con ancora maggior forza la lotta dell’uomo contro la natura, il fato, la povertà. Le genti del meridione che spesso sono protagoniste delle vicende narrate dai documentari di Di Gianni hanno sul loro viso una sofferenza eterna, tramandata di generazione in generazione, sovrastate come sono contemporaneamente dal potere naturale (Frana in Lucania, Nascita e morte nel Meridione) e da quello sociale (Donne di Bagnara, lo straordinario Tempo di raccolta). È dunque un cinema di ricerca e di denuncia quello di Di Gianni, sicuramente debitore dell’opera di Ernesto De Martino, che prestò la sua consulenza scientifica agli esordi del cineasta, quando ancora fresco di diploma al Centro Sperimentale andò a girare Magia Lucana, resoconto affascinante dello stretto rapporto tra vita di tutti i giorni e riti ancestrali in quel fazzoletto d’Italia che comprende paesi come Albano, Colobraro e Grottole. Così come De Martino aveva studiato i riti magici e le superstizioni racchiudendo la ricerca poi in quel volume fondamentale per l’antropologia che è Sud e magia, Di Gianni mette in scena un mondo che ha assorbito la religione cattolica – ed ecco tornare valido il discorso sul potere affrontato in precedenza – senza snaturare in niente i propri miti e il proprio credo magico.

Il rapporto con il sovrannaturale è dunque uno dei tratti peculiari della poetica di Di Gianni, ancora vivo negli ultimi lavori portati a termine dal regista, come il bel La Madonna in cielo, la matre in terra, dove il montaggio viaggia per l’Italia documentando la permanenza forte di riti connessi alla fertilità femminile: in questo ritorno su tematiche sviscerate anche in precedenza si può leggere la summa del pensiero artistico ed etico di Di Gianni. Se la messa in mostra dell’umana sofferenza è stata già rimarcata con forza è ora il caso di passare a trattare più da vicino l’impronta autoriale del cinema di Di Gianni: il realismo esasperato non è mai infatti la base di partenza dei suoi film. Quando deve mostrare il monotono e doloroso incedere delle giornate lavorative delle raccoglitrici di olive in Tempo di raccolta, Di Gianni le immortala in una danza meccanica e deforme; allo stesso modo quando si sofferma sui primi piani dei devoti in La Madonna in cielo, la matre in terra, prende spunto dall’espressionismo tedesco. Il suo documentare non ha nulla del neorealismo, pur venendo alla luce a un decennio di distanza dall’esplosione del fenomeno, viaggia su linee direttrici più umorali, oniriche. Dentro la sua ricerca cinematografica si rintracciano espressionismo, surrealismo, l’horror classico, Dreyer, Kafka (che ha incontrato più volte nel corso della sua carriera, dal saggio di diploma L’arresto fino a un Processo prodotto dalla RAI nel 1978, ma che è possibile riscontrare anche nella progressione drammatica de Il tempo dell’inizio).
La finzione che cerca di catturare la realtà senza snaturarla e senza assoggettarla a dinamiche esterne, mai. Perché il cinema di Di Gianni, lampo squarciante nel panorama del documentario, non ha pretese di poter catturare la verità, ma la ricerca in continuazione, con una forza e un’integrità etica sbalorditive.

Durante l’incontro con il pubblico al RomaDocFest l’anziano cineasta ha detto di avere come unico modello Manoel de Oliveira: non tanto per l’arte, quanto per il fatto di essere arrivato a un passo dai cento anni in splendida forma. Anche in questa sorniona e ironica affermazione è celato il pensiero di Di Gianni davanti al quale, senza indugi, occorre togliersi il cappello.

Info
Nascita di un culto di Luigi Di Gianni su Youtube.
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