The Rainmaker

The Rainmaker

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The Rainmaker segna l’esordio alla regia dell’indonesiano Ravi Bharwani. Un’opera ammaliante, dura, evocativa e di grande potenza espressiva. A Locarno 2006 nella sezione Open Doors.

Pioggia opportuna su un rituale vuoto

Su una remota isola indonesiana devastata dalla siccità, i sogni di tre personaggi si incontrano. Johan, meteorologo, è ossessionato dall’idea di produrre pioggia grazie a nuovi procedimenti scientifici che permetterebbero alla regione di rinascere. Asih, cantante tradizionale che vive e lavora nello stesso villaggio, si dedica anima e corpo a distrarre gli abitanti, che l’adorano. Terzo personaggio, la donna di servizio di Asih, a lei totalmente devota. Silenziosa, quest’ultima osserva la vita che la circonda, accettandola com’è, senza recriminare né aspettarsi altro. Quanto a Johan, affascinato da Asih, si butta senza riserve in una storia d’amore con lei, scatenando la rabbia degli autoctoni persuasi che la cantante appartenga soltanto a loro. Questi tre personaggi si cercano, si trovano e a volte si straziano in un turbine di sentimenti… [sinossi]

The Rainmaker è un film importante per una lunga serie di motivazioni. Innanzitutto per la sua dislocazione geografica, ovvero l’Indonesia: lo stato di Jakarta è infatti, tra quelli del Sud-Est Asiatico uno dei più sconosciuti cinematograficamente parlando. Forse solo la Malesia approda con la stessa difficoltà nell’occidente cinefilo: ma mentre quest’ultima ha, al di là di tutto, una produzione abbastanza florida, l’Indonesia vive una profonda crisi delle arti performative.
Sono veramente pochi i registi che potremmo nominare nel tentativo di tracciare un diagramma della storia cinematografica recente dell’arcipelago indonesiano: su tutti, ovviamente, Garin Nugroho, geniale cineasta che ha creato praticamente dal nulla una nouvelle vague con sede a Jakarta. E poi, di seguito, Nia Di Nata, Riri Riza, Rudi Soejdarwo e Nan Triveni Achnas: ma questi ultimi, al contrario di Nugroho, non hanno praticamente mai visto la luce al di fuori di rari e complessi percorsi festivalieri.

È stata dunque una sorpresa estremamente piacevole assistere, all’interno delle Open Doors ospitate dal Festival di Locarno 2006 proprio per favorire la produzione e lo sviluppo del cinema nel sud-est asiatico, a The Rainmaker, lungometraggio d’esordio di Ravi Bharwani. Che è importante, oltre alla motivazione citata in precedenza, perché apre il cinema a una via stilistica estremamente personale, rara, sorprendente e deviante. Non è facile assistere a un’opera prima così profondamente sicura di sé, consapevole del ruolo che svolge e matura: un’opera ostica, mai disposta a scendere a patti con le esigenze della massa, a tratti quasi snervante nella sua pervicace reiterazione visiva e sonora.
Immagine e suono, dunque, con il cinema che torna alla sua esigenza primaria di mostrare prima ancora che di raccontare: un cinema fatto di suggestioni, dalla ricerca fotografica strabiliante eppure mai manierista, anche quando il quadro si dimostra estremamente costruito. E un cinema attraversato da suoni, rumori, da sentire prima ancora che da ascoltare, perché la parola pronunciata non ha poi tutta questa importanza nell’architettura creata da Bharwani. Il cinema della suggestione, verrebbe da chiamarlo: eppure il giovane cineasta indonesiano sposa a questa ricerca ardita e complessa uno studio antropologico e sociale di non minore importanza. Lega il moderno all’ancestrale nello stesso modo in cui ci ha insegnato a vedere l’Indonesia Nugroho attraverso i suoi film: un universo a parte, incapace di trovare una stabilità politica e ancor meno in grado di far convivere le diverse culture e necessità del proprio popolo.

Così come il protagonista di Love Is a Slice of Bread, lo splendido primo lungometraggio di Nugroho del 1991, si chiedeva se dietro alle maschere tipiche indossate per i riti propiziatori si celassero o meno bocche impegnate a ingurgitare hamburger, le marionette che animano le feste di The Rainmaker servono soprattutto per deridere lo straniero giunto dalla capitale per cercare di portare la pioggia in quella che è l’area più arida dell’intera Indonesia.
In un mondo che non sa gestire le proprie radici, che non ha speranza nel futuro (la splendida sequenza del suicida che si impicca per la mancanza d’acqua) e che è usata senza vergogna dal potere politico, non resta che affidarsi a un rituale vuoto, quello della pulizia dei piedi da parte della cantante locale, stancamente reiterato di volta in volta, in un crescendo che non può che condurre a una catarsi drammatica.
The Rainmaker è un’opera pervasa da simbolismi e riti, non tutti francamente decifrabili ma soprattutto non tutti realmente figli di uno studio antropologico. È stato lo stesso Bharwani, intervenuto al termine della proiezione locarnese, ad ammettere di aver creato lui stesso dal nulla la maggior parte dei riti e dei simboli che sono la base stessa della pellicola.
Ennesima dimostrazione di un caos politico e culturale che ancora non ha trovato un proprio assetto definitivo e continua a fluttuare. Come le lucciole costrette a vivere sottovetro dal protagonista del film, come la cantante che perde la voce insieme alla propria purezza e deve andarle a ritrovare immergendosi nel fiume, come la pioggia che non arriva mai, sostituita da una caduta artificiale di fogli pubblicitari inviati dal governo.
Un cinema che fluttua a sua volta, e che ci sorprende, ci spiazza, ci colpisce duramente. Perché inusuale, forse, o semplicemente perché dotato di una potenza devastante. Con The Rainmaker è nato un grande regista, ne siamo certi. Il Festival di Locarno, grazie a Open Doors, sta agevolando la sua opera seconda. E questo è già un ottimo inizio.

Info
The Rainmaker sul sito del Festival di Locarno.
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