Mare nero
di Roberta Torre
Mare nero sarebbe dovuto essere il punto di snodo della carriera registica di Roberta Torre. Purtroppo il condizionale è d’obbligo, perché in questo film di genere-senza-genere la regista milanese finisce per perdere la propria identità, schiacciata dal peso della produzione. Presentato in concorso a Locarno nel 2006.
Chirurghi, non viscere
Un delitto, un fatto di cronaca come tanti. Per Luca, ispettore di polizia alle prese con il trasloco della sua compagna che ha deciso di andare a vivere insieme a lui, in principio è solo una chiamata di servizio in un momento inopportuno. Ma Luca si dedica al suo lavoro con scrupolo ed è dotato di una sensibilità che lo distingue dal cinismo disinvolto dei suoi colleghi. È anche per questo che Veronica si è legata a lui con uno slancio che le ha fatto accettare con entusiasmo – a lei, francese – l’idea di trasferirsi in Italia. [sinossi]
Mare nero sarebbe dovuto essere, almeno a giudicare dalle premesse e dal gran vociare che si faceva intorno all’opera solo un anno fa, il punto di snodo della carriera cinematografica di Roberta Torre, da sempre considerata un personaggio atipico all’interno della settima arte italiana. Dopo essersi concessa al demone del pop e del trash sia in Tano da morire che nel successivo Sud Side Stori ed essersi lasciata ammaliare da ipotesi ben più “realistiche” (il virgolettato è d’obbligo) in Angela ed esserne uscita sempre irrimediabilmente scornata non tanto per demeriti propri – i suoi film, per quanto perennemente in stato di instabilità strutturale e a rischio di crollo, presentano comunque spunti d’interesse non così facili da trovare nel cinema italiano contemporaneo – quanto per disinteresse della critica e disaffezione del pubblico, la cineasta milanese si affida al noir introspettivo di Mare nero per cercare di superare la burrasca una volta per tutte. Come si vedrà, senza successo.
Un presupposto da cui partire: la rinascita del cinema di genere in Italia è pratica abusata dalla critica ma solo timidamente tentata dalla produzione. Si prova a uscire dalle secche distributive che affliggono le pellicole con prodotti ascrivibili al “genere” (e qui, ancor più di prima, il virgolettato appare l’unica scelta possibile), ma il caos mediatico è tale da non agevolare minimamente questi episodi produttivi, come dimostra il caso paradigmatico dell’ottimo Occhi di cristallo di Eros Puglielli, “suicidato” di fatto dalla RAI nel 2004.
Ora, risolto questo punto, è doveroso rimarcare il fatto che Mare nero non è assolutamente un film di genere, ma verrà spacciato come tale in fase di distribuzione. Questo per vari motivi: innanzitutto per il cast che ripropone Luigi Lo Cascio nelle vesti di un poliziotto proprio come nel sopraccitato Occhi di cristallo e al suo fianco inserisce Anna Mouglalis già testata in Romanzo criminale di Michele Placido. In secondo luogo per la vicenda, che sembra voler seguire l’indagine su un brutale omicidio legato all’ambiente a luci rosse dei privée e dei locali per scambisti e invece poi dirazza e va da tutt’altra parte. E infine per la messa in scena livida, che si avvicina a tanto noir del nuovo millennio con le luci bluastre a dominare gli interni e il nero a tenere le redini degli esterni – tutti rigorosamente notturni, ovviamente.
Proveranno in tutti i modi a spacciare Mare nero come un film di genere, ma non fidatevi. La verità è che Roberta Torre, coadiuvata alla sceneggiatura da Heidrun Schleef (che, nonostante un curriculum che presenta La seconda volta, Giro di lune tra terra e mare, La parola amore esiste, La stanza del figlio e Arrivederci amore, ciao, firma qui una scrittura inconcludente, zeppa di vuoti, sballata e diseguale), avrebbe voluto firmare il suo Eyes Wide Shut personale. La crisi dell’uomo di legge che vede poco a poco crollare tutto il mondo di certezze che si era edificato con cura e sprofonda in un universo fatto di abiezione, squallore e violenza ricorda in effetti da vicino il progressivo dissolversi umano del Tom Cruise dell’ultimo capolavoro di Stanley Kubrick.
Evitando un paragone diretto tra le due opere che vedrebbe il film della Torre inabissarsi in un mare nero che più nero non si potrebbe immaginare, si cercherà di puntare l’accento sui difetti più macroscopici del quarto lungometraggio della regista milanese. Il primo, e probabilmente il più grave, riguarda direttamente l’intero impianto strutturale della vicenda: a rigor di logica, se si volesse descrivere lo sconfinamento di un uomo dai valori positivi in una spirale dominata dal delirio e dall’illegalità bisognerebbe prima descrivere con minuzia di particolari la normalità della vita del protagonista. E invece ci si trova da subito di fronte a un uomo magari ligio al dovere, ma tutt’altro che rassicurante. Non è un “buon borghese” l’ispettore Mocci, non è neanche una persona “dolce” o “simpatica”, e quando ce lo si ritrova puttaniere navigato intento a godere di fronte alle sevizie subite da una ragazzina non avviene quello scarto di senso che dovrebbe sconvolgere, irritare, inquietare.
In questo thriller psicologico dalle tendenze oniriche non c’è nulla che destabilizzi lo sguardo dello spettatore, nulla che ne convogli con mano sicura le emozioni, nulla che possa anche solo lontanamente rendere instabile il percorso del film. E se la professionalità di Lo Cascio – bravo nell’utilizzo del proprio corpo, meno a suo agio nei dialoghi – e la sorprendente spontaneità della Mouglalis – che non è doppiata, e gioca gran parte della recitazione sul bilinguismo – appaiono sperdute in un magma indistinto, a pesare gravemente sulla messa in scena sono gli svolazzi lirici che Torre si prende senza che nessuno ne senta la necessità. Il film nella sua ora e venti di durata è affastellato di una serie infinita di simboli e di metafore che non fanno altro che appesantire un corpo al quale invece avrebbe sicuramente giovato un trattamento più fluido, dinamico, umorale. Invece di lavorare di pancia (come sembrano fare sia la fotografia di Daniele Ciprì che il montaggio di Jacopo Quadri, note tecniche positive del film), Roberta Torre e Heidrun Schleef preferiscono ragionare e così facendo perdono ben presto la bussola.
Perché Mare nero, al di là di alcune trovate registiche non disprezzabili nell’utilizzo degli spazi chiusi, è decisamente girato con la mano sinistra e sembra veramente buttato via in fretta e furia. Sono dimostrazione palese di questa incuria alcune delle scene madri, tra le quali vale la pena ricordare il pretestuoso e bizzarro interrogatorio di uno dei sospettati, la patetica confessione del colpevole e la sciatteria della sequenza in cui Lo Cascio segue la coppia sposata nella loro dimora.
Mare nero sarebbe dovuto essere un punto di svolta della carriera di Roberta Torre (che per la prima volta non ambienta in Sicilia un suo film), ma così stando le cose potrebbe esserlo solo in negativo. E sarebbe davvero un grande peccato.
Cantava Lucio Battisti quarant’anni fa “O mare nero, mare nero, mare ne’/tu eri chiara e trasparente come me”: di chiaro e trasparente qui c’è ben poco, purtroppo.
Info
Il trailer di Mare nero.
- Genere: drammatico, noir, sentimentale, thriller
- Titolo originale: Mare nero
- Paese/Anno: Francia, Italia | 2006
- Regia: Roberta Torre
- Sceneggiatura: Heidrun Schleef, Roberta Torre
- Fotografia: Daniele Ciprì
- Montaggio: Jacopo Quadri
- Interpreti: Andrea Osvárt, Anna Mouglalis, Luigi Lo Cascio, Massimo Popolizio, Maurizio Donadoni, Monica Samassa, Rossella D'Andrea, Valerio Silenzi
- Colonna sonora: Shigeru Umebayashi
- Produzione: Babe Films, Cattleya, Rai Cinema
- Distribuzione: 01 Distribution
- Durata: 83'






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