Syndromes and a Century

Syndromes and a Century

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Con Syndromes and a Century il cinema di Apichatpong Weerasethakul si conferma tra le visioni irrinunciabili della contemporaneità. In concorso a Venezia nel 2006.

Country Malady

Nell’ospedale di una piccola cittadina, il signor Toa trascorre la mattinata cercando di corteggiare la dottoressa Tei e, nonostante sia terribilmente timido, cerca in tutti i modi di dichiararle il suo amore. La dottoressa però rimane insensibile: il suo cuore infatti si interroga ancora su Noom, l’esperto di orchidee incontrato durante una visita al suo vivaio… [sinosso]

Il cinema di Apichatpong Weerasethakul è dominato dal tormento e dall’estasi, in un continuo sposalizio tra la frammentazione tipica dell’apparato cerebrale e una deflagrante umoralità. Era così già in Blissfully Yours, in Mysterious Objects at Noon e in quel Tropical Malady che gli permise di approdare nel concorso principale a Cannes; anche un titolo solo apparentemente spurio all’interno della sua filmografia come The Adventures of Iron Pussy, delirante pastiche pop che cavalca l’onda del demenziale dalla grana grossa, nasconde in realtà in profondità quei tratti distintivi che permettono di leggere l’avventura cinematografica di questo trentacinquenne di Bangkok come un percorso dominato da una coerenza estrema.
Non si distacca da questa linea interpretativa neanche Syndromes and a Century (il titolo thailandese è Sang sattawat), il lungometraggio che segna l’esordio di Weerasethakul al Lido: come già in Tropical Malady il tema affrontato è quello del doppio, simboleggiato in maniera palese fin da una narrazione che poggia le sue basi sulla reiterazione di luoghi, personaggi e situazioni. Ma sarebbe troppo comodo e facile circoscrivere a questa dinamica l’intero universo creato dal cineasta thailandese, che dimostra altresì la sua insubordinazione rispetto agli schemi classicamente intesi proprio grazie a questa dicotomia strutturale. Il doppio di Syndromes and a Century non è la rappresentazione di uno specchio, non sta a ipotizzare sghiribizzi spazio-temporali, non è minimamente interessato a dare voce ai punti di vista dei vari personaggi. Se dovessimo trovargli una forma, sarebbe probabilmente un oggetto di vetro, trasparente, attraverso il quale l’immagine può al massimo deformarsi leggermente, veder confusi i contorni, senza che la realtà sia spinta a uno sconvolgimento coatto.

Già, la realtà: avevamo avuto l’impressione che Weerasethakul fosse tra i registi delle nuove generazioni uno dei più capaci a trattare con eleganza e naturalezza il rapporto tra sogno e realtà, e la sua ultima fatica non fa che confermare le nostre suggestioni. Non c’è linea di demarcazione, non esiste un confine, la narrazione procede senza soluzione di continuità tra l’onirico e il reale, in maniera addirittura più ricercata rispetto a Tropical Malady (il titolo che più di tutti è apparentabile a Syndromes and a Century) dove, in fin dei conti, le due sezioni del film erano suddivise da un pur labile recinto. Qui, pur muovendosi su un terreno sicuramente meno estremo rispetto all’opera precedente, i personaggi si aggirano per un mondo dominato da suggestioni di vario genere, dove l’arcaico e il moderno sono ancora in lotta per determinare la scala gerarchica. Questo conflitto, evidenziato con estrema efficacia soprattutto nei dialoghi tra i medici dell’ospedale – teatro immoto della vicenda – e i monaci buddisti che vi si recano per i controlli, è possibile oramai solo in un ospedale di campagna, in un non-luogo (come già la giungla di Tropical Malady), zona liminare lontana dalla tonitruante babele della metropoli, dove lo scontro tra moderno e antico ha già trovato una sua conclusione. Lì ci sono solo macchinari, industrie, branchi di persone che ballano tutte allo stesso ritmo; non è possibile soffermarsi ai piedi di una statua che troneggia su un campo di basket in disuso, trovare una rarissima orchidea selvaggia, innamorarsi in silenzio, perdersi nel proprio stesso movimento.
È un mondo morente, quello che mette in scena con amore e partecipazione Apichatpong Weerasethakul, fautore di un cinema che non ha paura di mostrare il suo volto più ostico, quello apparentemente più futile, quello che gli permette di coniugare tempi estremamente dilatati con una semplice storia d’amore inespressa. E che non ha paura, dopo un’ora e quaranta dal ritmo estremamente sommesso – la regia lavora di sottrazione, concedendosi tempi lunghi e prediligendo l’utilizzo della macchina fissa, in cui la costruzione scenografica e il movimento dei personaggi fungono da montaggio interno – di lanciarsi in un crescendo finale delirante, visionario eppure così reale, vivo, vincente. “E ora, finalmente, vedo qui me stesso” concludeva la voce fuori campo in Tropical Malady: nel leggere Syndromes and a Century come ideale prosecuzione e integrazione di quel capolavoro questa frase assume nuovo senso e forza. Perché si ha l’impressione, forte, che ciò che viene messo in scena dal cineasta thailandese altro non sia che il compromesso perfetto tra l’attualità e la memoria nostalgica del mondo che fu e che, per i più disparati motivi, non potrà essere in futuro: i protagonisti di questa sua ultima fatica, ma forse a ben vedere i personaggi di tutti i suoi film, sono dei fantasmi che si aggirano per i luoghi che gli furono cari in vita, alla ricerca disperata della memoria dell’amore. Il cinema di Apichatpong Weerasethakul è dominato dal tormento e dall’estasi, Syndromes and a Century è l’ennesima conferma del suo genio, quel genio che lo consacra tra i maggiori autori contemporanei. Peccato che di questo sembrino essersene accorti in pochi, per lo meno nella nostra desolante penisola: al Festival di Venezia 2006 il film è stato oggetto di fischi, critiche, derisioni di vario genere, incomprensioni. Se ne è parlato con una sufficienza che non merita, e che non sarebbe giusto dispensare verso nessuna opera artistica: il cinema thailandese – ma più in generale l’intero panorama asiatico – continua a essere visto come un passatempo esotico, divertissement senza troppa importanza.

È altresì ora che si aprano gli occhi su una realtà, come quella dell’industria cinematografica di Bangkok, che acquista film dopo film in imponenza (parliamo di uno stato che può contare tra i suoi massimi esponenti sulla triade Weerasethakul/Ratanaruang/Sasanatieng, il che è tutto dire) e che è una delle poche novità stimolanti della settima arte contemporanea.
Il primo treno è passato, ma quasi tutti dormivano. Facciamo che il prossimo sia quello buono, ok?

Info
Il trailer di Syndromes and a Century.
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