Cuori

È un cinema che nega l’immobilismo dell’autorialità, quello di Resnais, ma che al contempo è tra i più folgoranti paradigmi di coerenza poetica che si ricordino. Lo dimostra con grande compiutezza anche Cuori, presentato nel 2006 in concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Effetto neve

Thierry fa l’agente immobiliare e sta cercando disperatamente un appartamento per una coppia di clienti difficili: Nicole e Dan. Nel frattempo sta anche cercando di sedurre la sua collaboratrice Charlotte, sexy ma quasi una santa! La sorella di Thierry, Gaelle, cerca l’anima gemelle, incontra Dan tramite un annuncio sul giorn, tutto bene finché lo vede con Nicole. [sinossi]

Alain Resnais, ottantaquattro anni suonati, può essere considerato uno dei più grandi “pittori di interni” della storia del cinema; interni che escludono la possibilità di un esterno credibile, in un gioco insistito sul campo/fuori campo che si aggiunge di volta in volta di nuove riflessioni.
Anche Cuori, vale a dire Coeurs, tratto dalla pièce teatrale Private Fears in Public Places di Alain Ayckbourn (la cui opera era già stata sfruttata da Resnais ai tempi di Smoking/No Smoking) si adatta alla perfezione alla poetica del cineasta: l’interno diventa da subito metafora di un’esistenza umana abituata alla desolazione, alla sconfitta, all’impossibilità di una relazione con i suoi simili che eluda le trappole del mascheramento della propria personalità. Elementi che fungono da trait d’union per i protagonisti della pellicola, anime derelitte alla deriva in una Parigi materialmente inesistente – gli esterni così palesemente finti, mai resi partecipi dell’azione dei personaggi, letteralmente invasi da una neve a sua volta artificiosa, digitale, priva di una consistenza reale – ed evocata solo a parole, in un’elencazione di luoghi che non fa che acuire ulteriormente la già forte sensazione di distacco tra l’uomo e l’esterno da sé.

Private Fears in Public Places (questo titolo e Coeurs sono in pratica intercambiabili) è una storia di amori impossibilitati a sbocciare o destinati inesorabilmente a crollare, morire, perdersi nel limbo della memoria, eppure rispetto a celebri episodi del passato (Nuit et Brouillard, Hiroshima mon amour, L’année dernière à Marienbad, Je t’aime je t’aime, solo per citare alcuni dei momenti più esaltanti della sua carriera) il tema della memoria perde in forza, relegato soprattutto in alcuni frammenti, pur estremamente evocativi.
Anche la deriva che sembrava aver preso il suo cinema negli ultimi anni, prima con On connaît la chanson e successivamente con Pas sur la bouche, dove la memoria della musica serviva ad aprire varchi notevoli sulla necessità di un riconoscimento collettivo del vissuto di una nazione o meglio ancora di un’identità europea, non è possibile ritrovarla, se non velatamente, in quest’ultima fatica. Che per certi versi può essere ricondotta più dalle parti di Je t’aime je t’aime – l’amore come involucro staccato dal mondo, anche se in quel caso la matrice fantascientifica permetteva un simbolismo più estremo, reso materiale dalla presenza della capsula in cui si addormentava il protagonista –, Mélo, del quale ritroviamo l’artificiosità palese del cinema d’interni, svelata nella sua falsità dalle riprese dall’alto degli appartamenti, e Smoking/No Smoking – forse l’opera più sottovalutata e incompresa di Resnais, altresì essenziale proprio in virtù del discorso che intraprendevamo in precedenza sul sapiente uso del fuori campo e dell’esterno. È un cinema che nega l’immobilismo dell’autorialità, quello di Resnais, ma che al contempo è tra i più folgoranti paradigmi di coerenza poetica che si ricordino: nel suo sperimentare continuo e nel suo essere distante dalla ritorsione su di sé e dall’autocelebrazione, piaga che ha colpito nel corso degli anni molti colleghi della sua generazione, l’autore di Muriel ou Le temps d’un retour e Providence (altro capolavoro incompreso dai più) dimostra di avere ancora molto da dire. Forse non propriamente dal punto di vista dello scavo dei sentimenti e pensieri umani – per quanto la messa in scena dell’ambiguo e dello sfaccettato che i personaggi di Cuori mettono in mostra non sia assolutamente da sottovalutare –, ma senza dubbio alcuno per quanto riguarda la pura messa in scena. Quella che Christian Metz definì una regia a “dizione controllata” esplode qui in tutta la sua classe e profondità: se abbiamo già avuto modo di parlare dell’uso degli interni e del fuori campo (magistrale in questo senso l’inquadratura impossibile dell’anziano padre del barman costretto a letto e pronto a inveire contro chiunque) è doveroso rimarcare l’utilizzo dei piano sequenza, del fuori fuoco e dello zoom. Ennesima negazione, qualora ancora ci fosse bisogno, di quella messa in scena “teatrale” di cui Alain Resnais è ancora oggi, incomprensibilmente, accusato.

Anche alla base di questi accenni critici ci si trova dunque concordi con la scelta operata dalla giuria della Mostra di Venezia di assegnare a questo sfolgorante ritorno sulla scena di Resnais il Leone d’Argento: Cuori non è il capolavoro di questo anziano maestro della Settima Arte, ma di fronte al rischio (certezza, almeno a giudicare dagli sbuffi in sala al Lido) di vederne relegato il valore in quella nicchia polverosa nella quale vengono solitamente stipati i “lavori minori” il premio sembra il riconoscimento più giusto, quasi doveroso nei confronti di un autore che ha passato la vita a descriverci minuziosamente la ricerca estrema della felicità e il labile confine che divide la sua realizzazione materiale dall’immaginazione.
Dall’impossibile, come l’eterno effetto neve che ci sovrasta.

Info
Il trailer originale di Cuori.

  • cuori-2006-alain-resnais-01.jpg

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