La rieducazione

La rieducazione è quella alla quale il collettivo di Guidonia Amanda Flor dovrebbe dedicarsi nei confronti del cinema italiano. Una boccata d’ossigeno realmente “indipendente”, che parla di lavoro senza cadere mai nei cliché del film ‘d’impegno’ ma operando dal basso, e in forma collettiva. Alla Mostra di Venezia 2006, ma poi rimasto inedito in sala.

Se potessi avere qualche euro al mese…

Marco ha 28 anni, una laurea in tasca, una madre tossica e un padre che non lo sopporta più. Non ha uno straccio di lavoro e passa tutto il suo tempo tra preti e bambini. Palletta, il padre di Marco, ha le tasche piene di questa situazione e, su suggerimento di Denis (un costruttore molto conosciuto in zona) decide che, probabilmente, lavorare come manovale sveglierà un po’ il figlio. Sul cantiere I suoi “colleghi” di lavoro, invece di comprendere la situazione di un laureato senza alcuna esperienza di cantiere, lo subissano di scherzi e piccole atrocità. Quando inizia ad integrarsi, però, altri due macigni si abbattono sulla sua testa… [sinossi]

Il sogno di ogni cineasta autoprodotto che si rispetti è quello di girare un film con pochi mezzi, circondato da amici e conoscenti, e approdare trionfante a un festival internazionale: ovviamente questo rimane nel 99% dei casi un pio desiderio. Quell’un per cento che rimane è stato rappresentato, all’interno dei lavori della Settimana Internazionale della Critica della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2006, da La rieducazione: prodotto con appena cinquecento euro (almeno a quanto affermano i quattro autori), girato a Guidonia con attori ovviamente non professionisti e gli stessi registi in scena, La rieducazione ha creato intorno a sé un piccolo caso ben prima del suo approdo al Lido: articoli di giornale, brevi cenni in televisione, un sotterraneo ma costante tam tam mediatico avevano accompagnato questo lungometraggio “fatto in casa” nel viaggio che lo avrebbe condotto sul palcoscenico cinematografico più importante d’Italia. Molteplici erano i dubbi sul reale valore dell’esordio di Alfonsi, Fusto, Guerrini e Malagnino: come non insospettirsi di fronte a un’opera così “piccola” lanciata sulla ribalta internazionale? Come non ipotizzare che fosse stata scelta più per il valore mediatico che per quello puramente cinematografico?

Eppure i quattro cineasti sono riusciti a portare a termine un lavoro di tutto rispetto, a tratti magari sconnesso, non sempre convincente, ma sicuramente da difendere a spada tratta. La storia di un neolaureato senza lavoro letteralmente “scaricato” dal padre nel raffazzonato cantiere edile di un amico, diventa l’occasione per lanciarsi in un pamphlet sulla derelitta periferia nostrana che a prima vista può anche apparire divertito e scanzonato ma che in realtà nasconde in profondità una visione del mondo estremamente cupa e pessimistica.
La messa in scena del lavoro nero, le dinamiche interne in un ambiente di lavoro, il disagio dell’intellettuale a contatto con chi non ha molto da chiedere alla vita e si accontenterebbe di poter pagare l’avvocato per la causa che ha in corso, sono tutti elementi che fanno de La rieducazione un film lontano anni luce dai cliché ai quali ci ha abituati il panorama del nostro cinema contemporaneo. Tralasciando le sbandate comiche che in minima parte deturpano la solidità terracea, quasi materiale, dell’universo umano scandagliato, resta la meraviglia per un prodotto così palesemente scarno, povero in senso quasi francescano, ruvido, privo di orpelli inutili. Il titolo, che azzecca in maniera sorprendentemente lucida il rimando maoista – e in questo apre nuovi interessanti varchi di approfondimento -, racchiude in sé un cinismo salutare; la rieducazione etica di un borghese che non ha mai sgobbato trova alla fine la sua sublimazione in un ribaltamento improvviso che fa crollare sonoramente il castello di carta delle buone intenzioni morali che sembrava fino a quel momento il naturale punto di approdo del racconto.

Alfonsi, Fusto, Guerrini e Malagnino mostrano una sensibilità notevole anche nella scrittura dei dialoghi, dove l’avere a che fare con attori non professionisti avrebbe potuto facilmente creare crepe strutturali; e invece in più di un’occasione la descrizione del cantiere e dell’umanità che lo abita riporta alla mente l’analisi sfaccettata e “realistica” condotta nel corso degli anni da Ken Loach. Con l’unica differenza che La rieducazione (si) vieta qualsiasi svolazzo poetico e utopico: non esiste solidarietà di classe, ogni personaggio pensa esclusivamente al proprio profitto, raggirando senza farsi scrupoli morali i propri simili, in un homo homini lupus universale dove non contano le amicizie di vecchia data né i legami parentali. In un cinema solitamente consolatorio come il nostro La rieducazione potrebbe portare una ventata d’aria fresca senz’altro necessaria.
Alcuni momenti inoltre (la prima discussione nel cantiere, la telefonata del padre all’ex-moglie, i dialoghi tra operai) volano veramente in alto, e fanno dimenticare in fretta e furia le ingenuità e i giri a vuoto, legati soprattutto al personaggio del protagonista.
La sorpresa positiva del festival, senza dubbio: in un paese improduttivo come l’Italia potrebbe rappresentare una piccola speranza. Sempre che sia abbia la voglia di rischiare, di non farsi schiacciare dal brontosauro delle grandi produzioni, di non ragionare a priori. Chissà…

Info
La rieducazione, il film completo su Youtube.
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    di , Torna il cinema di Amanda Flor, brillante collettivo artistico di stanza a Guidonia; Il codice del babbuino è un'immersione nel buio della notte, un viaggio oscuro nei meandri di una capitale disfatta e disillusa. Un'opera rabbiosa ma dimessa, che si insinua nel corpo (mal)sano del cinema italiano.

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