Intervista a Jean-Pierre Améris

Intervista a Jean-Pierre Améris

Abbiamo avuto modo di incontrare Jean-Pierre Améris durante le giornate della Festa Internazionale del Cinema di Roma per parlare di Je m’appelle Elisabeth, il film che il cineasta francese presentava nella sezione Alice nella città. Quello che segue è il resoconto fedele dello scambio di opinioni.

Oggi rappresento la critica “vecchio stile”; nessun computer, nessun registratore. Solo io, una penna e un quaderno per gli appunti.

Jean-Pierre Améris: Beh, mi fa molto piacere.

Anche Je m’appelle Elisabeth potrebbe essere considerato un film “vecchio stile”, in un certo senso. Quell’atmosfera vagamente gotica…

Jean-Pierre Améris: Oh, mi fa davvero molto piacere che l’abbia notata. In effetti tutti i film che ho amato nella mia infanzia sono legati a questo tipo di cinema. Film anglosassoni, hitchcockiani, molto misteriosi, gotici. La grande casa, la soffitta, la campagna, la pioggia… L’atmosfera, sì, decisamente.

Ritengo che lei non abbia fatto un film sull’infanzia o per l’infanzia. Si tratta piuttosto di un film sull’umanità, sulla solitudine, visti con gli occhi di una bambina. Cosa ne pensa?

Jean-Pierre Améris: È estremamente interessante la sua affermazione. E pertinente, direi: cosa ci mostrerebbe il mondo visto con gli occhi di una bambina, se non l’assurdità di cui è pervaso? È sempre la bambina a osservare le cose, a cercarne il senso, a darne il senso: il fuggiasco, la crisi matrimoniale, il suicidio. È il punto di vista da cui radiografare il nostro mondo. L’infanzia è il cinema.

In che modo ha scelto la storia che è raccontata nel film? L’altro giorno, dopo la proiezione in sala, ha parlato anche di qualche piccola goccia di autobiografia…

Jean-Pierre Améris: Bè, il film è tratto da un romanzo… Che io naturalmente ho letto. Ma ho cercato di rendere il film più vicino possibile a me, al tipo di cinema che vedevo da ragazzo, alle paure che provavo io stesso all’epoca. Paure che sono tipiche dell’infanzia… La paura che i nostri genitori possano separarsi, la paura dei fantasmi, del buio e così via… Ho legato molto il film alla mia esperienza personale, senza però snaturarne lo spirito ovviamente. Ho iniziato a vedere film prestissimo e questi film hanno finito per mescolarsi nella mia mente. Il principio del cinema è lo stesso dell’infanzia, come dicevo prima: creare mondi reali nei quali ritrovarsi oppure perdersi.

Je m’appelle Elisabeth è tratto da un romanzo, eppure mi ha riportato alla mente due film: El espiritu de la colmena e El labirinto del fauno

Jean-Pierre Améris: Come sono i titoli?

Li ho citati in originale perché ignoro come si possano chiamare in francese… El espiritu de la colmena noi lo chiamiamo Lo spirito dell’alveare; è un film spagnolo, che parla di una bambina che durante gli anni Quaranta aiuta un repubblicano…uno che lotta per la repubblica…

Jean-Pierre Améris: Un partigiano!

Un partigiano, sì…

Jean-Pierre Améris: Ah, ma è L’Esprit de la ruche di Victor Erice.

Esatto, sì.

Jean-Pierre Améris: Oh, è un film che amo moltissimo, davvero… E l’altro?

El labirinto del fauno.

Jean-Pierre Améris: No, credo di non conoscerlo…

Era quest’anno a Cannes… È un bellissimo film, a mio parere, di Guillermo Del Toro, il regista di Cronos e El espinazo del diablo

Jean-Pierre Améris: Ho capito. In Francia si chiama Le Labyrinthe de Pan

Ah… Ecco, dicevo che ho trovato molte somiglianze tra Je m’appelle Elisabeth e questi due film. Lei cosa pensa al riguardo?

Jean-Pierre Améris: Bè, è un paragone che mi onora, perché sono due film che amo moltissimo. Soprattutto L’Esprit de la ruche, che a mio parere è un capolavoro vero e proprio. Certo, è possibile che lui mi abbia inconsciamente ispirato, e mi fa piacere che questo possa essere notato dall’esterno. Per quanto riguarda il film di Del Toro è invece impossibile, perché avevo già finito il montaggio quando l’ho visto: l’ho trovato comunque un bellissimo film, davvero.

Questi tre film citati hanno in comune una cosa: sono interpretati da una straordinaria piccola attrice. In che modo la scelta è caduta su Alba-Gaia? E com’è stato lavorare con lei?

Jean-Pierre Améris: È stata un’esperienza fantastica. Alba-Gaia è una bambina speciale; è molto intelligente, e col fatto che è abituata a fare teatro ha anche coscienza del suo essere in scena. È naturale, come sanno essere tutti i bambini, eppure è estremamente consapevole del proprio ruolo. Il che, ovviamente, le dà molti vantaggi. È una bambina con moltissime risorse, e quando dopo alcuni giorni sul set si è aperta completamente tutto ha iniziato ad andare nel verso giusto, senza che ci fosse bisogno di aggiungere nulla. Mi piacerebbe davvero molto lavorare ancora con lei.

Mi è piaciuto molto il complimento che le ha fatto l’altro giorno, dopo la proiezione del film… Quella frase sui suoi occhi…

Jean-Pierre Améris: Ah, sì… Vede, la cosa fantastica di lavorare con un bambino, ma con Alba-Gaia in particolare, è che riesci a farlo entrare nel personaggio facendogli credere quel che deve credere il personaggio. Basta guardarla in volto per capirlo. Alba-Gaia capisce la verità del gioco, vive pienamente la situazione in cui si trova. Insomma, quando il suo personaggio ha paura di qualcosa, è lei per prima ad averne. E questo riesce a trasmetterlo al pubblico. Quando ho filmato quegli occhi meravigliosi che tremavano per l’idea che ci fosse un fantasma, io riuscivo a vedere il fantasma riflesso negli occhi.

Il film mette in scena tematiche molto forti come il divorzio, il suicidio, la solitudine e l’amore, ma lo fa con una dolcezza estrema. È una sensazione che si prova subito quando si entra in contatto con Je m’appelle Elisabeth.

Jean-Pierre Améris: Quando scrivo o dirigo un film, quello che mi interessa è riuscire a raggiungere lo spettatore non solo da un punto di vista puramente visivo, ma nella sua interiorità. Voglio poter girare qualcosa che lo tocchi profondamente, che lo faccia riflettere. Posso migliorare da un punto di vista registico e tecnico, ma mi tocca qualcosa di più concreto. Nei film sono discreto (se c’è qualcosa nei film che mi rassomiglia è questo), e cerco sempre di essere sottile. Sono soddisfatto di Je m’appelle Elisabeth perché arriva senza imposizione, in maniera molto dolce. È il mio modo di arrivare alle cose. Sussurro alle orecche dello spettatore piuttosto che gridare…

Il suo curriculum prima di Je m’appelle Elisabeth è estremamente lontano da queste atmosfere: Les Aveux de l’innocent, Mauvaises fréquentations e C’est la vie sono opere diverse da quest’ultima. Cosa l’ha portata a questo cambiamento? Cosa ci riserverà il futuro?

Jean-Pierre Améris: È vero, in precedenza ho fatto film molto più realistici di questo, con un approccio più diretto, in un certo senso “violento”. Je m’appelle Elisabeth mi ha permesso di ricreare un mondo dal nulla. Il mondo che avrei voluto vivere anche io, probabilmente. Per quanto riguarda il futuro poi, non so proprio che dire: due dei miei miti dell’adolescenza sono John Carpenter e David Cronenberg. Due che sono andati diritti per la loro strada senza preoccuparsi di ciò che avrebbero dovuto fare. Ecco, mi piacerebbe poter essere come loro, continuando a fare film che mi piacciono, fantastici o realistici che siano. E mi piacerebbe poter girare qualcosa in cui ricreare tutto: la fotografia, i costumi, le scenografie… Chissà, magari ci riesco.

Magari. Io glielo auguro…

Jean-Pierre Améris: Grazie, anche per la bella chiacchierata.

Info
Il trailer di Je m’appelle Elisabeth.

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