Stories from the North

Stories from the North

di

Viaggio nella Thailandia più rurale e povera, Stories from the North di Uruphong Raksasad è un documentario livido, essenziale, che sceglie un punto di vista strettamente politico e lo segue fino alle estreme conseguenze. Al Torino Film Festival 2006 in concorso.

La Thailandia che sta morendo

Il film accosta 9 brevi storie ambientate a Lanna, un piccolo paese nel nord della Thailandia. Protagonisti un vecchio uomo, un’anziana signora, un bambino, un coltivatore di riso e un bufalo d’acqua, soli abitanti rimasti nel villaggio dopo che i giovani sono partiti per vivere e lavorare nelle grandi città o all’estero. Come molti paesi in via di sviluppo, anche la Thailandia sta venendo a contatto con il capitalismo, perdendo così le sue vecchie tradizioni… [sinossi]

È curioso notare come un film sicuramente interessante ma non epocale come Renaglao jak meangnue (la cui traduzione letterale è Storie del nord, e il cui titolo internazionale – che qui si userà per comodità – è Stories from the North), esordio alla regia del giovane Uruphong Raksasad, possa permettere incursioni laterali in riflessioni di ben altro respiro. Si fa riferimento ovviamente alla querelle sulla direzione del Torino Film Festival che ha tenuto banco sulle riviste specializzate e nelle chiacchiere tra cinefili nel corso degli ultimi due mesi e mezzo: non volendo accendere nuovamente la miccia, ci si riserva di affermare solamente come l’edizione del Concorso Internazionale del 2006 sia apparsa fin da subito come una delle migliori e delle più competitive da anni a questa parte. La presenza, nella stessa sezione, di opere varie e di valore come Honor de cavaleria di Albert Serra, Manoro di Brillante Mendoza, The Guatemalan Handshake di Todd Rohal, Pleasures of Ordinary di Xia Peng e per l’appunto Stories from the North, aveva permesso una volta tanto di focalizzare l’interesse del festival anche sul solitamente sopravvolato concorso dei lungometraggi.
Per conto suo Uruphong Raksasad non fa altro che confermare l’ottimo livello medio raggiunto dal cinema thailandese nel corso degli ultimi anni: al di là dei capolavori conclamati, infatti, la terra di Bangkok si può fregiare di avere uno degli standard più elevati per quanto riguarda l’industria cinematografica. Per dirla in breve, sotto i numi tutelari Weerasethakul, Ratanaruang e Sasanatieng è possibile scorgere un gran numero di ottimi cineasti che rappresentano la base del cinema thailandese.

Il senso di Stories from the North è racchiuso interamente nel titolo dell’opera: si tratta di nove piccole storie che cercano di fotografare la realtà di Lanna, piccolo centro rurale del nord del paese. Nel corso di neanche un’ora e mezza si ha dunque l’occasione per incontrare agricoltori, allevatori di bestiame, contadini, musicisti, monaci buddisti, bambini, vecchie, giovani bulli, e via discorrendo. Un modo per penetrare un mondo solitamente mostrato ma non raccontato, e allo stesso tempo per chiuderlo in una teca; e già, perché di luoghi come Lanna anche in Thailandia non ne rimangono più molti. Il fenomeno del neo-capitalismo che ha di fatto invaso la nazione asiatica, non ha solo portato con sé dissesti politici finanche preoccupanti (si veda il recente colpo di stato), ma ha soprattutto minato nel profondo l’anima di una nazione da sempre divisa dal binomio composto da un lato dalla megalopoli Bangkok, città futuristica e mastodontica, e dall’altro dalla vita contadina. Quest’ultima, schiacciata dal peso delle sirene seduttive del capitalismo, sta rapidamente cedendo il passo; i giovani si riversano nei grandi centri e sdegnano nella maggior parte dei casi la vita che conducono i loro genitori e nonni, con il risultato che le campagne diventano sempre più desolate, abitate solo da anziani e bambini. In questo il fermo immagine proposto da Raksasad centra in pieno il bersaglio: non a caso i due frammenti che sono sembrati i più convincenti sono stati Giorno e notte e Il giorno più lungo. Il primo ha per protagonisti un gruppo di bambini, quasi pedinati nel loro peregrinare stancante ma privo di alcuna meta; il secondo è lo splendido resoconto di vita di una anziana che vive sola con il suo gatto.

In questi due istanti il ventisettenne esordiente riesce a condensare il senso di una vita destinata all’oblio, alla sparizione, alla sconfitta. Si avverte l’urgenza quasi disperata di un cambio di rotta impossibile, se ne riconosce l’umore dimesso e disincantato; è un retaggio culturale che sembra inesorabilmente votato alla rovina, all’estinzione. Non sempre in realtà è questo il risultato che Raksasad riesce a raggiungere: a volte, come quando si sofferma sulle abitudini dei buddisti e dei devoti, l’ingranaggio si inceppa e inizia a girare a vuoto. In questi casi l’afflato documentario perde in consistenza riducendosi di fatto a un semplice reportage giornalistico; il valore della testimonianza rimane intatto, ma tutta l’architettura morale e ideologica (se si capisce in quali modalità bisogna interpretare il termine) viene meno, costringendo la pellicola ad arrancare dietro una serie di avvenimenti non poi così essenziali. Ma sono peccati che si perdonano volentieri, soprattutto a fronte di un percorso sulle proprie radici culturali e storiche che non molti cineasti hanno il coraggio di affrontare (rimanendo in campo thailandese, la memoria corre immediata allo splendido e criminosamente sottostimato Syndromes and a Century, nel quale Apichatpong Weerasethakul apriva le porte della sua memoria davanti agli spettatori) e che invece questo giovanotto di belle speranze fronteggia con spirito combattivo. Come si diceva da principio Reanglao jak meangnue non passerà alla storia del cinema, ma si propone come anomalo e affascinante punto di vista su una società che sta cambiando radicalmente le proprie abitudini e la propria storia e quasi sembra non rendersene conto. Dopotutto come afferma lo stesso regista (che agisce sul set come vero e proprio One Man Band): “Non dico che il capitalismo non ci serva, ma non bisogna esagerare. Dobbiamo moderarci, avere coscienza, confrontarci e trovare la strada giusta. Non posso fare molto per questa crisi. La cosa migliore è girare un film…”

Info
La scheda di Stories from the North sul sito del Torino Film Festival.
  • stories-from-the-north-2005-uruphong-raksasad-03.jpg
  • stories-from-the-north-2005-uruphong-raksasad-02.jpg
  • stories-from-the-north-2005-uruphong-raksasad-01.jpg

Articoli correlati

  • Cannes 2015

    apichatpong-wheerasetakulIntervista ad Apichatpong Weerasethakul

    Ancora una volta sulla Croisette, ancora una volta con un capolavoro. Apichatpong Weerasethakul, con Cemetery of Splendour, racconta di un ospedale ricavato da una scuola, dove sono ricoverati dei soldati in uno stato di sonno perenne. Abbiamo incontrato il regista a Cannes.
  • AltreVisioni

    The Teacher

    di L'opera seconda di Brillante Mendoza, viaggio nelle Filippine rurali, dove l'alfabetizzazione è sinonimo di potere. In concorso al Torino Film Festival del 2006.
  • AltreVisioni

    Syndromes and a Century

    di Il cinema di Apichatpong Weerasethakul si conferma tra le visioni irrinunciabili della contemporaneità. In concorso a Venezia nel 2006.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento