Grizzly Man

Grizzly Man

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Nel raccontare la vita dell’uomo dei grizzly Timothy Treadwell, Werner Herzog ci dice la sua sulla visione rassicurante della natura che caratterizza la cultura statunitense. Presentato al Torino Film Festival 2006.

Il guerriero fragile

Nel 2005, Werner Herzog ha deciso di realizzare un documentario sull'”uomo dei grizzly” Timothy Treadwell, un naturalista con un inusuale, ingenuo, sconsiderato entusiasmo per gli orsi e la vita nella wilderness. [sinossi]

Secondo Werner Herzog, quella del regista è una “missione” che esige la messa in gioco totale del
proprio Io, si tratta di portare a compimento una performance al tempo stesso fisica ed emotiva, da vivere fino in fondo, ricercando costantemente i propri limiti e scontrandosi, se necessario, con la natura più selvaggia e ostile.
Nessun altro regista è dunque più idoneo a riportare “le avventure dell’uomo dei grizzly” di chi ha avuto l’ardire di far valicare una montagna a una vecchia nave (in Fitzcarraldo) o di restare con la propria troupe in attesa dell’eruzione di un vulcano, quando l’intera popolazione locale era già stata evacuata (La Soufrière). Eppure ciò che emerge da Grizzly Man sono soprattutto le fondamentali divergenze tra il suo protagonista, il naturalista Timothy Treadwell ed Herzog, entrambi registi di documentari, utopisti incoscienti, guerrieri senza paura. Ma mentre Treadwell cantilena le sue dichiarazioni d’amore agli orsi e al paesaggio, Herzog sentenzia severo (con l’usuale voice over in prima persona) che niente è mai davvero in equilibrio in natura, la perfezione non le appartiene, il romanticismo non le compete, l’universo è governato da caos, ostilità, omicidio.

Grizzly Man è un documentario biografico/autobiografico composto dalle immagini filmate in prima persona dall’eccentrico naturalista a dalle riprese di Herzog, che tenta di ricostruirne il passato interpellando parenti e amici e, sovente, se stesso. Assistiamo dunque a una sorta di canto a due voci, alla combinazione di due punti di vista spesso opposti, resi da differenti modalità di ripresa. Non a caso Herzog scinde il Treadwell documentarista dal Treadwell ecologista, se con quest’ultimo non può non dissentire, apprezza di contro il filmaker perché ha saputo catturare immagini di eccezionale bellezza. In particolare Herzog ne loda lo scrupolo, un po’ paranoico, di ripetere le riprese anche fino a quindici volte, ciascuna vede poi la costante compresenza del protagonista e degli orsi, ovvero l’assenza del famigerato “montaggio proibito” di baziniana memoria. Le inquadrature di Treadwell conservano poi il carattere evenemenziale del cinema della modernità, quella qualità che Herzog chiama, con un’espressione di elegante poesia, “la magia inesplicabile del cinema”: quando l’inquadratura sembra terminata, ecco che l’inatteso si manifesta, e due volpi attraversano il campo visivo per raggiungere Treadwell in primo piano. A volte basta aspettare, e le immagini rivelano da sole il loro mistero.
Ancora un divieto baziniano torna in gioco per ricordarci che l’aspetto più sconvolgente di Grizzly Man deriva senz’altro dal suo approssimarsi pericolosamente allo snuffmovie, ovvero a quello che per Bazin era ormai il “nonpiùcinema”. Come in Il diamante bianco, dove la macchina da presa si arrestava sulla soglia della caverna degli indigeni, per non desacralizzarla, qui la registrazione audio della morte di Treadwell resta appannaggio del solo Herzog che, con gesto sin troppo eroico, si fa carico per noi dell’imponderabile ascolto.

Ma, come è usuale, ciò che al cinema ci viene sottratto allo sguardo (o all’ascolto) assume inevitabilmente un ruolo di primo piano: ecco dunque che alla fine della proiezione persiste l’impressione di aver effettivamente ascoltato (e magari anche visto) il protagonista morire. Il merito di questo effetto è da attribuirsi anche alla modalità di messinscena prescelta dall’autore teutonico per questo ascolto “proibito”: mentre Herzog è di spalle, con le cuffie, davanti a lui (e dunque di fronte a noi) Jewel, l’ex fidanzata di Treadwell, lo guarda con apprensione, il volto contratto in un’espressione di raccapriccio difficile da dimenticare.

Herzog prosegue le sue interviste, ma lascia soprattutto che sia Treadwell a raccontarsi allo spettatore attraverso le proprie riprese, in una sorta di diario intimo per immagini in cui il protagonista non si risparmia e ci svela tutto di sé: vitalismo, entusiasmo, debolezze. Un momento su tutti ci appare rivelatorio: Treadwell si appresta a concludere il suo documentario e, sulla riva di un lago, racconta di come ha protetto e salvato i suoi orsi, quando d’un tratto si interrompe e inveisce contro le autorità del parco nazionale poi, senza soluzione di continuità, torna indietro e ripete la scena, ora le sue movenze sono più fluide, le parole più scandite e naturali. Ma quello che sembra un esercizio quasi di stampo “attoriale”, utile a suscitare emozioni, è in realtà un incontrollabile grido di disperazione. La rabbia è sempre artistica, commenta Herzog, e fa senz’altro riferimento a Kinski quando aggiunge di aver già osservato una simile esplosione di egocentrismo furente. È proprio Kinski: Il mio nemico più caro il parente più stretto di Grizzly Man, entrambi i documentari si configurano come una ricerca profonda nell’anima di un’altra persona, una sorta di studio antropologico condotto con rigore e passione, ma nella consapevolezza che l’altro, per quanto amato (o odiato), è irriducibile a sé, imprevedibile come una creatura feroce da osservare a debita distanza. Ed è in fondo proprio la mancanza dell’opportuno distacco che ha condotto Treadwell alla morte, l’uomo che voleva farsi orso ha valicato un confine invisibile pensando di potersi identificare completamente con l’oggetto della sua ricerca. Questa proterva convinzione fa apparire Treadwell come un colonialista violento e incauto, che rischia di turbare l’intero ecosistema del parco nazionale in cui opera e pertanto viene contestato dai naturalisti più ortodossi. Potremmo dunque riconoscere nell’uomo dei grizzly l’utopia colonialista e violenta di Aguirre, ed è lo stesso Treadwell a offrirci l’opportunità di questo ardito accostamento, quando si definisce come una sorta di missionario che, con i suoi filmati, porta al pubblico la verità sugli orsi e agli orsi la sua protezione.

Grizzly Man è forse, a oggi, il film più americano di Werner Herzog, l’occasione per il regista tedesco di confrontarsi con la cultura statunitense e la sua visione rassicurante della natura; la rabbia di Treadwell contro la società e le sue leggi irrazionali è infatti la stessa che aveva spinto Thoreau a riparare a Walden. Ma se per l’ingenuo neopioniere la terra dei grizzly è la promessa di una nuova opportunità, per Herzog ciò che risalta dai filmati di Treadwell è proprio il suo passato: le radici sono ineludibili, cancellarle è impossibile e forse anche osceno. Alla fine di questo complesso biodocumentario, ciò che emerge è soprattutto l’epitaffio di un avventuriero panteista, che spande un amore omnidirezionale nella natura più ostile, ma mentre persegue la sua fuga “rigenerante” nella wilderness, si fa netta l’impressione che il tragitto lo riporti ineluttabilmente all’indietro, verso le proprie origini, culturali e intime. Abbiamo così ripercorso il ciclo vitale dell’ultimo panteista utopista, il suo è stato un cammino ardimentoso, ricco di entusiasmanti scoperte, necessariamente privo di lieto fine.

Info
Il sito ufficiale di Grizzly Man.
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