Je m’appelle Elisabeth

Je m’appelle Elisabeth

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Je m’appelle Elisabeth, visto nel 2006 alla Festa del Cinema di Roma all’interno della selezione di Alice nella Città, è l’opera più matura tra quelle dirette fino a questo momento dal transalpino Jean-Pierre Améris; un film sull’infanzia che guarda con insistenza in direzione del gotico, senza timori reverenziali.

La bambina, il pazzo, il cane e il mondo

Betty è una bambina di 10 anni che ha paura del buio e dei fantasmi. Dopo la partenza della sorella, Betty rimane da sola insieme ai genitori in piena crisi matrimoniale. Conosciuto Yvon, un bambino taciturno e molto fragile, Betty ne diventa molto amica, condividendo paure e gioie. Fino a quando, un giorno, i due ragazzi decidono di fuggire insieme… [sinossi]

Quale mistero insondabile è, per occhi adulti e maturi, l’infanzia: no, non la prima adolescenza, frequentata dal cinema con una certa (e molto spesso proficua) costanza, ma proprio l’infanzia. È oggettivamente difficile mettere in scena un bambino: certo, lo si potrà lasciar andare per la propria strada, affidandosi a quella naturalezza che non può far altro che funzionare – da qui il malcostume che vuole tutti i bambini in grado di recitare -, ma difficilmente si riuscirà a svelarne la complessità che lo agita e i paradossi che convivono al suo interno.
Alcuni sono riusciti nell’impresa, ovviamente (il François Truffaut de L’Argent de poche, Roberto Rossellini e via discorrendo), ma sono rarità che sarebbe il caso di valutare con un’attenzione maggiore di quella che viene loro solitamente concessa. Quando, a novembre inoltrato, ha trovato accoglienza sugli schermi della penisola Il labirinto del fauno, piccolo splendente gioiello a metà tra il fantasy e la ricostruzione storica firmato da Guillermo Del Toro (lo stesso che aveva mescolato con sapienza i due ingredienti già all’epoca de La spina del diavolo), quasi nessuno si è accorto dell’eccezionalità dell’evento. I più coraggiosi – e sono stati comunque troppo pochi – ne hanno riconosciuto il valore estetico, qualcun altro nell’impossibilità di comprenderlo ha cercato di relegarlo nel limbo indefinito dei “film per bambini”, altri hanno storto con una semplicità criminale la bocca. Eppure con la sua storia tragica e romantica il film di Del Toro segnava il ritorno di un approccio alla materia cinematografica sempre più raro da trovare, e dunque prezioso.

Se già Il labirinto del fauno aveva riportato alla mente lo splendore de Lo spirito dell’alveare, è stato impossibile non trasalire in più di un’occasione durante la visione di Je m’appelle Elisabeth. Si è dunque arrivati a parlare finalmente dell’opera sesta di Jean-Pierre Améris, apparsa nella sezione “Alice nella città” durante la Prima Edizione della Festa Internazionale del Cinema di Roma: effettivamente Je m’appelle Elisabeth ha più di un punto in comune con il film con cui nel 1973 Victor Erice esordì al lungometraggio – carriera ben strana la sua, appena tre film in oltre trent’anni, e tutti preziosi. Entrambi hanno per protagonista una bambina (Ana Torrent per Lo spirito dell’alveare e Alba Gaïa Kraghede Bellugi per Je m’appelle Elisabeth) che, in una situazione instabile – la Guerra Civile nel primo caso, il divorzio tra i genitori nel secondo -, cerca rifugio nelle proprie fantasie, chiudendosi nel proprio mondo immaginario. Lo scontro inevitabile con la realtà arriverà quando la bambina dovrà dare asilo a un fuggiasco; per Erice si tratta di un repubblicano ferito, per Améris di un evaso dal manicomio diretto dal padre della piccola protagonista. Come si può dunque facilmente notare, è risultato pressoché istintivo correre con la memoria indietro nel tempo e andare a ripescare questo gioiello ingiustamente dimenticato.
Ma risulterebbe altrettanto ingiusto soffermarsi, nella disamina, solo sulle correlazioni possibili tra le tre opere sovracitate: Je m’appelle Elisabeth (ispirato tra l’altro da un romanzo di Anne Wiazemsky, già sceneggiatrice dell’episodio di Claire Denis per Tous les garçons et les filles de leur âge…), e questo dovrebbe realmente contare, è un’opera di assoluto valore, costruita con perizia e intelligenza da un regista che finora aveva abituati a ben altri scenari. L’approccio realistico che aveva caratterizzato Les Aveux de l’innocent o Mauvaises fréquentations (tornati a casa con premi rispettivamente da Cannes e da Santa Barbara) si tramuta qui in atmosfere chiaroscurali, misteriose. Si assiste a una metamorfosi a pochi passi dal gotico, con la fotografia di Stéphane Fontaine che immortala una campagna plumbea, dai colori mai particolarmente vivi, fredda e aspra come il mondo dal quale fugge, con l’immaginazione, la piccola Elisabeth: con i suoi genitori che stanno divorziando e l’adorata sorella maggiore in collegio, può solo immaginare una vita insieme ai pazienti della casa di cura psichiatrica gestita dal padre. Anche la tata Rose (una brava Yolande Moreau, che ha attraversato il cinema francese degli ultimi venti anni lavorando con Agnès Varda, Jean-Paul Rappeneau, Étienne Chatiliez, Coline Serreau, Jean-Pierre Jeunet) viene da lì, così come il misterioso fuggitivo Yvon, colpevole di matricidio. Ed è con lui, e con un cane che ha rischiato la soppressione, che Betty – così viene chiamata la piccola dai familiari – cercherà di crearsi una nuova, seppur grottesca e fragile, famiglia.

Attraverso un racconto dai tratti eleganti e delicati, Améris spalanca le porte di un mondo a parte, pronto a franare contro le avversità della vita eppure così dolce, carezzevole, confortante. Il regista non si affida mai esclusivamente al volto – di per sé già estremamente espressivo – della protagonista, e la storia che viene narrata è gravida di sottotesti, e presenta una trama la cui complessità non viene mai sfiorata dai rischi della ritorsione su se stessa o dell’incongruenza. Tutto scivola via con una semplicità ammirabile, anche e soprattutto considerando il fatto che le tematiche sviluppate nella pellicola non sono certo abituali per un film di questo genere: crisi matrimoniale, senso di colpa, malattie psichiatriche e tendenze al suicidio non fanno parte della scrittura classica dei film sull’infanzia. Ed è forse su questo che è necessario spostare ulteriormente l’attenzione: Je m’appelle Elisabeth non è un film sull‘infanzia e nemmeno un film per l’infanzia, come invece molti potrebbero affermare. È altresì un viaggio profondamente morale sull’umanità, sulla solitudine e sull’amore visti attraverso gli occhi di una bambina, ed è solo cogliendo questa sottile differenza che si può realmente comprendere la compiutezza dell’opera di Améris. Opera che agisce sottopelle, quasi subdolamente, in un percorso “di pancia” che non si può fare a meno di applaudire: perché nella naturalezza di una messa in scena così apertamente costruita e artificiosa è possibile ascoltare il sussurro di un cinema puro.
Je m’appelle Elisabeth è un’opera dolce, sentita, a suo modo tragica come già lo erano Lo spirito dell’alveare e Il labirinto del fauno. Perché al di là della bellezza del personaggio della piccola protagonista (un plauso particolare alla stupefacente interpretazione della Kraghede Bellugi, il cui sguardo rimarrà impresso a lungo nella mente), resta la messa in scena di un mondo malato, depresso, crudele. E anche il bagliore di speranza finale resta appeso, maledettamente instabile come i passi di Yvon sulle tegole.

Info
Il trailer di Je m’appelle Elisabeth.
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