Sakuran

Sakuran

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La fotografa giapponese Mika Ninagawa esordisce alla regia con Sakuran, scintillante balletto pop inguainato in scenografie debordanti. Evento Speciale alla Berlinale 2007.

Fior di Ciliegio e i suoi amanti

Yoshiwara è un “quartiere del piacere” dove si trovano prostitute e cortigiane di alto rango, le oiran . Una di loro, Kiyoha, si distingue per bellezza e caparbia e presto diventerà una leggenda. La popolarità di Kiyoha minaccia quella di un’altra famosa concubina e quando la protagonista incontrerà un uomo e se ne innamorerà la sua infelicità e la sua insofferenza la porteranno ad andare avanti da sola, con le proprie forze e a ribellarsi alle regole del quartiere. [sinossi] 

Presentato come evento speciale al 57° Festival di Berlino, Sakuran è un prodotto che trasuda Giappone da qualsiasi prospettiva lo si guardi. Tanto nella forma (uno scintillante balletto pop inguainato in scenografie debordanti) quanto nel contenuto, incentrato sulla vita di una giovane cortigiana all’interno del quartiere Yoshiwara – lo stesso sul quale Max Ophüls aveva elaborato il suo splendido Yoshiwara, il quartiere delle geishe –, Sakuran è il prototipo perfetto dal quale partire per elaborare un discorso sulla natura cinematografica nipponica, sulle sue radici culturali, sulle sue deformazioni e necessità.
Diretto dalla fotografa Mika Ninagawa, qui al suo esordio dietro la macchina da presa in un lungometraggio (a tre anni di distanza dal suo corto Cheap Trip), il film sposa una progressione narrativa bizzarra e indolente, inadatta agli schemi classici e sovente più vicina a determinate derive dell’arte moderna.

Che Ninagawa approdi al cinema dopo una lunga e proficua frequentazione del mondo della fotografia – che l’ha vista accaparrarsi premi a destra e a manca negli ultimi dieci anni – diventa evidente fin dalle primissime inquadrature; in quest’ottica si veda la sequenza del primo bagno insieme alle altre geishe della piccola e riottosa Kiyoha, dove la sua iniziazione a un mondo estremamente corporeo e carnale come quello delle cortigiane viene risolto dalla cineasta con una serie di zoom sempre più intrecciati, rapidi e ossessivi sui seni nudi e sulle gambe delle altre donne. L’intera sequenza, vista attraverso gli occhi della bambina, fa esplodere il reale senso della messa in scena di Sakuran: un accumulo di istantanee tese a portare alla luce un mondo in perenne bilico tra tragedia e grottesco, nel quale l’astrazione e la tensione emotiva si dimostrano unici veri collanti possibili, laddove sia la narrazione classica che l’afflato avanguardista rischiano alla fin fine di mostrare la corda.

Perché non è tanto nella parabola (solo apparentemente, e ironicamente) cristologica di Kiyoha/Higurashi che Sakuran gioca le sue carte migliori: anzi, è proprio qui che vengono a galla gli eccessivi rimandi a un “pensiero comune” che lega a doppio filo l’ambiente che l’ha partorita. Nella sua derivazione dal manga omonimo di Moyoko Anno (mangaka di successo, appare nella parte di se stessa in Koi no Mon), riletto in fase di sceneggiatura da Yuki Tanada, l’esordio della Nanigawa a tratti annaspa, ma compensa le sue mancanze con un lavoro fotografico sorprendente e con alcune scelte di visione notevoli. La più riuscita di queste riguarda le ripetute e deliranti riprese attraverso la grande vasca dei pesci rossi, metafora onnipresente della condizione umana nella quale si trova(va)no le prostitute, oggetti di piacere venerati solo nella loro rappresentazione materiale e deistica del desiderio; “sei una dea”, afferma compiaciuto uno dei clienti a Higurashi, ed effettivamente le movenze, gli sguardi e le poche frasi sibilline – prima della catarsi finale e della rivolta – della protagonista (interpretata dalla brava Anna Tsuchiya che avevamo già visto in Kamikaze Girls di Tetsuya Nakashima) rimandano in più occasioni alla messa in mostra del divino, dell’irraggiungibile, del misterioso. Hirugashi si muove in un modo colorato fino all’eccesso, dove le figure sono immerse nel rosso degli interni e nell’abbacinante viola dei ciliegi in fiore, posti in antitesi tra loro e che spesso sembrano tendere a una resa cinematografica del kenning della tradizione norrena.
Difficilmente Sakuran (la cui traduzione letterale è, per l’appunto, “fior di ciliegio”) riuscirà a convincere tutti i suoi spettatori, ma quello che appare certo è che al suo primo film Mika Ninagawa ha centrato, almeno in parte, il bersaglio: ci si diverte, e non poco, a scoprire passo dopo passo le scelte ai limiti del trash sposate dalla cineasta. E quando, uno dopo l’altro, vengono sciorinati brani rock, jazz, pop, ci si ritrova anche (inconsapevolemente?) a seguire il ritmo con il piede. Che il Jap-pop ci abbia definitivamente traviato?

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