The Good Shepherd – L’ombra del potere

The Good Shepherd – L’ombra del potere

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A tredici anni di distanza da Bronx Robert De Niro torna a fare il regista dirigendo The Good Shepherd – L’ombra del potere, un affascinante e fluviale racconto della nascita della CIA, colpa radicata nel cuore dell’America, e della rappresentazione di sé. In concorso alla Berlinale 2007.

Nascita di una fazione

Edward Wilson è un patriota che conosce il significato e il valore della parola segretezza, e che ha fatto della discrezione la sua ragione di vita, dopo una tragica e privilegiata infanzia. In virtù della sua intelligenza, della sua reputazione immacolata e della sua incrollabile fiducia nei valori fondanti dell’America, Wilson diventa il candidato ideale ad una carriera nel mondo dello spionaggio. Durante la Seconda Guerra Mondiale, il giovane idealista viene assunto presso l’Ufficio Servizi Strategici (OSS), antesignano della CIA, una decisione che cambierà per sempre il corso della sua vita e modificherà la configurazione geopolitica del mondo fino ai giorni nostri. Essendo uno dei fondatori della CIA, e lavorando nel cuore dell’organizzazione dove la doppiezza è una dote fondamentale e dove nulla è quello che sembra, l’idealismo di Wilson verrà lentamente eroso dalla sua natura sempre più sospettosa che rispecchia un mondo che sta per entrare nella decennale paranoia della Guerra Fredda. [sinossi]

Ci sono voluti tredici lunghi anni prima che Robert De Niro decidesse di tornare dietro la macchina da presa; a dirla proprio tutta tra Bronx e questo The Good Shepherd c’era stato The Score, ufficialmente assegnato a Frank Oz ma in pratica co-diretto dall’attore simbolo del New American Cinema, ma si trattava comunque di un progetto sicuramente meno personale. Quella degli attori che di quando in quando stazionano nella cabina di regia è oramai pratica sufficientemente diffusa in quel di Hollywood, ma c’è da dire che a suo modo De Niro rappresenta una piacevole anomalia all’interno di questo trend: il suo, e The Good Shepherd ne è una splendida conferma, è un approccio alla materia cinematografica totalmente consapevole, maturo, capace di una profondità stilistica e autoriale che non si trova con facilità nei suoi colleghi (forse si potrebbe azzardare lo stesso per l’Al Pacino di Looking for Richard e Chinese Coffee, altro perfetto exemplum di un sentimento cinematografico forte e audace) e che si sperava non avesse smarrito con il procedere degli anni.
E invece The Good Shepherd assurge a vette difficili da pronosticare; la storia di Edward Wilson, la cui carriera si muove di pari passo con la formazione e l’espansione di quell’ufficio degli affari segreti degli Stati Uniti destinato a diventare universalmente celebre attraverso l’acronimo CIA, nasconde al suo interno una sottile e ramificata rete di rimandi impossibili da circoscrivere alla sola politica statunitense o alla contingenza storica.

Come già avveniva in Bronx, De Niro sfrutta l’arma della storicizzazione per aggiungere capitoli sempre nuovi all’epopea del grande romanzo americano: in questa occasione riflette da vicino sulla progressiva e inesorabile perdita di verginità di un’intera nazione. Tema non nuovo, si potrebbe facilmente obiettare, e del quale proprio De Niro nelle vesti di attore si era dimostrato esempio fulgido (ovviamente il Travis Bickle di Taxi Driver, ma c’erano già stati Johnny Boy in Mean Streets e Jon Rubin nel dittico Greetings/Hi, Mom!); tutto vero, ma c’è da dire che il “nostro” lo affronta da un’angolazione particolare, e mai particolarmente trattata nel cinema americano. La formazione della CIA dalle costole di quella che fu durante la Seconda Guerra Mondiale la OSS (Office of Strategic Services) rappresenta, nell’immaginario comune statunitense, un momento di passaggio fondamentale per comprendere il superamento del periodo bellico – che era costato migliaia di vite umane e milioni di dollari di spesa – e il raggiungimento di quello status di “guida” dell’occidente che è ancora oggi punto fermo della politica della Casa Bianca. È, per dirla con parole povere, uno dei capisaldi del way of life statunitense; il che lo trasforma automaticamente in un argomento a dir poco spinoso. Non a caso il periodo di massima instabilità interna gli USA lo vissero tra il 1961 (anno dell’ingloriosa operazione nella Baia dei Porci, a Cuba) e lo scandalo del Watergate del 1972: in entrambe le occasioni le operazioni erano gestite dalla CIA.
E proprio dagli infuocati giorni dell’aprile 1961 parte il racconto, destinato a un continuo flashback, di The Good Shepherd. Edward Wilson è uno spento quarantenne, grigio, dimesso, prototipo perfetto del topo d’ufficio. Ci si stupisce non poco di vederlo aitante e brillante nel 1939 a Yale, dove si mette in mostra come uno dei migliori studenti del suo corso di studi. È da qui, da quei successi accademici, dall’accettazione nella setta segreta dei Bonesmen che si sviluppa tutta la sua vita. Edward Wilson è un vero patriota americano, non mette mai in dubbio i dogmi della sua patria, non pone mai un divieto morale agli ordini che gli vengono impartiti; eppure non c’è giudizio in questa lettura, non si è di fronte a un atto d’accusa né a una requisitoria. De Niro conduce altresì lo spettatore in un mondo chiuso, dove il collante che permette di mantenere unite tutte le parti in gioco è la segretezza, unico vero giuramento impossibile da infrangere; perché così facendo verrebbe a crollare l’intero sistema, e questo è ciò che bisogna evitare a qualsiasi costo. Nel corso della sua vita Wilson sacrifica ogni cosa gli sia stata cara: non lo fa a cuor leggero, ma cionondimeno non si abbandona mai allo sconforto, non retrocede neanche per un momento, non abbandona mai la partita.

Potrebbe risultare difficile comprendere e accettare un personaggio così profondamente “colpevole” – nel senso più alto del termine, nella sua accezione più estesa – come quello interpretato splendidamente da Matt Damon (ma l’intero parco attori è costantemente sopra al livello medio, da un John Turturro straordinario fino a William Hurt, Timothy Hutton, Michael Gambon, Joe Pesci, Alec Baldwin, e ovviamente lo stesso De Niro che si riserva un piccolo ma incisivo cameo), ma è qui che si gioca realmente la sfida lanciata da Robert De Niro: se si riesce a comprendere la morale – perché ce n’è in abbondanza, e sarebbe grave non rimarcarlo – che muove le azioni di Wilson e del manipolo di uomini con il quale collabora, allora si può realmente percepire la grandezza e la profondità dello sguardo che l’attore italo-americano ha lanciato sul suo paese. Uno sguardo profondamente americano che svela, senza alcuna pesantezza retorica, il lato oscuro della politica statunitense: pratica questa che ha fatto di Clint Eastwood uno dei più grandi cantori dell’America, tanto per fare un nome. The Good Shepherd è un appassionante viaggio nei meandri di un’America (parzialmente) segreta e spietatamente bianca, condotto con una sobrietà che non lesina improvvise esplosioni umorali – l’eccezionale sequenza dell’interrogatorio al profugo russo, l’angosciante montaggio alternato sulle nozze del figlio di Wilson – da una regia sapiente ed estremamente consapevole. Nella sua proclamata equidistanza Robert De Niro apre uno squarcio profondo e doloroso nella coscienza americana: la perdita della purezza che è sempre stata idealmente circoscritta all’invasione del Vietnam e allo scandalo che portò alle dimissioni di Richard Nixon, era in realtà avvenuta molto prima.

Così come l’improvvisa escalation che mira da vicino la sicurezza di Wilson era in realtà il frutto delle scelte giovanili, anche la cruda realtà gettata in faccia al popolo statunitense aveva radici estremamente profonde; ora queste radici vengono alla luce in tutta la loro carica tragica, esempi di una Storia che ci è già terribilmente lontana nonostante risalga a poco più di cinquant’anni fa. Edward Wilson non si sporca mai personalmente le mani (quando il figlio di appena sei anni gli chiede se ha combattuto, se ha mai ucciso nessuno, lui gli risponde con un dimesso “no” che sottintende l’esatto opposto), ma tiene a suo modo le redini della storia, partecipando a quel processo politico che segnerà con precisione gli anni della Guerra Fredda. È interessante fare il confronto tra la Storia messa in scena da The Good Shepherd e dal coevo The Good German di Steven Soderbergh perché è anche lo scontro aspro tra due derive del cinema hollywoodiano: all’estetica fine a se stessa di Soderbergh (anomalia all’interno della splendida filmografia del cineasta), De Niro risponde con un impianto solido, quasi inattaccabile, dove ogni situazione viene gestita con un raziocinio encomiabile. Merito di De Niro, ovviamente, ma anche del resto della troupe, a partire dal direttore della fotografia Robert Richardson (neanche trenta film in quasi altrettanti anni di carriera al suo attivo, ma tra questi figurano Platoon, Wall Street, Otto uomini fuori, Natural Born Killers, Casinò, Al di là della vita, Kill Bill vol. I e II… Basta?) fino ad arrivare al montaggio del veterano Tariq Anwar e alle scenografie di Jeannine Claudia Oppewall; un lavoro di squadra che porta come risultato uno dei migliori affreschi prettamente “americani” visti negli ultimi anni al cinema. Molti storceranno il naso ma è il prezzo da pagare per una pellicola coraggiosa e dedita alla polifonia (di sguardi, ma anche e soprattutto di ipotesi morali) come quella in questione.

Info
Il trailer originale di The Good Shepherd – L’ombra del potere.

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