State Legislature

State Legislature

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Presentato in Forum alla 57ª Berlinale, State Legislature è l’ennesimo chirurgico tassello della filmografia di Frederick Wiseman: il funzionamento della democrazia scaturisce non attraverso delle banali dichiarazioni d’intenti, quanto piuttosto mediante le immagini, grazie alla loro forza auto-dimostrativa.

La democrazia al microscopio

Idaho è nel nord-ovest degli Stati Uniti. In ciascuno dei 35 distretti elettorali dello stato delle Montagne Rocciose, vengono eletti due deputati e un senatore. Nel corso di una legislatura lunga due anni, questi rappresentanti delle istituzioni hanno la possibilità di legiferare e di gestire i finanziamenti pubblici. In breve, hanno in mano il destino dell’Idaho. Wiseman li osserva, dalle situazioni formali a quelle più informali. È possibile filmare la democrazia? [sinossi]

La proiezione, all’interno della sezione Forum della 57ª Berlinale – mefistofelico calderone nel quale confluiscono operazioni cinematografiche agli antipodi, difformi fra loro per indole, motivazione e urgenza visiva –, di State Legislature si è rivelata non solo appagante, ma anche estremamente necessaria. Viviamo anni in cui il cinema si sta progressivamente standardizzando; questo non avviene tanto per quanto riguarda le pratiche estetiche (anzi, la ricchezza dell’offerta sembra aumentare in maniera esponenziale), ma soprattutto nell’accettazione e condivisione di un format. Il “formato cinematografico” non è mai stato così certificato e regolamentato: fa dunque bene al cuore vedere che ci sono autori, come per l’appunto Wiseman, che se ne infischiano bellamente di seguire equivoci precetti sulla forma da dare alle opere che mettono in scena.
State Legislature dura la bellezza di tre ore e quaranta; è affascinante pensare che si sarebbe potuto estendere senza alcuno sforzo per un’ora di più come fermarsi un’ora prima. Questo perché la materia trattata dal cineasta statunitense non segue, di partenza, la “retta” via dettata da incipit/sviluppo/epilogo; non che Wiseman agendo in questo modo voglia negare l’esigenza di una lettura morale, a suo modo quasi pedagogica, del materiale filmato e montato. Anzi, semmai è vero l’esatto opposto: eppure Wiseman non agisce mai nei confronti dello spettatore cercando di istradarlo verso la propria lettura della realtà, né cerca minimamente di aiutarlo durante la visione. Rispetto a buona parte dei documentari ai quali siamo abituati, nelle opere di Wiseman si avverte, forte, l’urto contro una superficie dura, apparentemente impossibile da trapassare: la realtà mostrata dal cineasta bostoniano non è filtrata in alcun modo, ma si erge in tutte le sue sfaccettature, in tutta la sua impervia bellezza, in tutta la sua crudeltà. Non è scopo del regista quello di preparare le persone a uno spicchio di verità, ma di far comprendere come essa sia complessa, ramificata, diversa e distante dalle pacate sirene del manicheismo.

Anche in base a questa interpretazione del suo curriculum vitae (trentasette tasselli finora fabbricati in quarant’anni di carriera), non ce la sentiamo di sposare la tesi di chi vorrebbe inquadrare Wiseman nell’ottica, a nostro parere riduttiva e potenzialmente fuorviante, di un documentarista anti-establishment, perennemente contro. Certo, questo potrebbe evincersi da un rapido excursus delle sue opere; perché l’indagine di Wiseman ha sempre cercato di cogliere il senso più intimo e profondo della cultura americana, mettendone ripetutamente in scena il Common Sense, i luoghi comuni, la prassi della vita quotidiana. Per ottenere questo risultato si è soffermato su quei luoghi e quelle situazioni che meglio riescono a fotografare gli Stati Uniti e i suoi abitanti: ci siamo trovati di volta in volta dunque a partecipare ad azioni di polizia (Law & Order), a entrare in contatto con il mondo dell’educazione (i due capitoli sull’High School), con l’ambiente ospedaliero (Hospital, ma anche lo sconvolgente Neart Death) e con quello giudiziario (Juvenile Court). Wiseman ha lavorato tanto sul pubblico che sul privato, saltando da un freeze-frame sul Natale nei grandi magazzini come The Store fino alla requisitoria sulla salute della democrazia americana di Welfare.
Insomma, pur nella sua condizione di regista militante (militanza attuata anche e soprattutto verso le modalità della messa in scena), Frederick Wiseman non è mai stato un regista aprioristicamente “contro”: il puzzle che riusciamo a comporre congiungendo i pezzi della sua carriera, raffigura invece un grandioso e terribile affresco dell’America degli ultimi decenni, un percorso di conoscenza che si arricchisce di volta in volta di nuovi capitoli, essenziali proprio perché apparentemente superflui (molti, per esempio, ancora non sono riusciti a comprendere il senso di Domestic Violence 2, seguito/pedinamento delle tracce lasciate dal primo capitolo), incomprensibili, estenuanti.

Il doloroso scontro frontale al quale facevamo riferimento in precedenza è inevitabile anche per quanto concerne State Legislature: il film ci mostra il ruolo svolto, in Idaho, da un senatore e due rappresentanti pubblicamente eletti nel 2004. Assistiamo a congressi, conferenze, incontri con gli elettori, cene e discussioni private: come d’abitudine, la macchina da presa di Wiseman non giudica né analizza ciò che ci viene mostrato. Nel tentativo, oramai decennale, di tentare di costruire un percorso visivo che mostri letteralmente la democrazia, l’estetica stessa dell’autore si dimostra democratica; la macchina da presa si muove a distanza seguendo i personaggi in campo, sfoca, si assesta. Vive in contemporanea all’azione, in un processo di composizione in fieri del quadro cinematografico. Nello scopo di cogliere, se non la Verità nella sua concezione classica di elemento antitetico al falso, quantomeno un barlume di essa, un’ipotesi.
Come sempre sono i personaggi stessi a parlare e a mettersi in scena: non ci sono interviste, non esiste un possibile contraddittorio, non ha luogo un dibattito critico. Perché il dibattito, la critica, l’assunzione di un punto di vista devono scaturire dalla forza delle immagini; tenendo conto di questo non bisogna però commettere l’errore di scambiare la dimostrazione di coerenza di Wiseman per volontà di non elaborare un concetto personale. Solo che, nell’estenuante e riuscita ricerca di rendere palese e materiale la complessità di una società stratificata come quella statunitense, Wiseman ritiene doveroso esplicare il proprio punto di vista esclusivamente attraverso la struttura filmica: nelle scelte di montaggio, nell’insistenza su determinate situazioni o tematiche (si veda il ritornare, apparentemente superfluo, sul dibattito sull’infanzia e i suoi diritti) viene alla luce lo sguardo lucido e impassibile del regista. Uno sguardo che si dimostra ancora una volta “esemplare”; in un continuo e impressionante lavoro di accumulo (si calcola che mediamente il cineasta utilizzi nel montaggio definitivo circa il 3% del materiale realmente girato; se tenete conto che la durata media di un suo film si aggira sulle tre ore, preparatevi a strabuzzare gli occhi una volta finita l’operazione matematica), la capacità di condensare il senso dell’opera acquista un valore incalcolabile.

Solo ragionando su queste coordinate si riesce a comprendere quanto siano essenziali quelle pause nelle quali la mdp vaga nei corridoi e per i salotti del Senato dell’Idaho soffermandosi sui volti delle persone sedute sulle poltrone, sugli occhi guizzanti dei visitatori, sul coro di bambini che intona una filastrocca davanti a genitori gongolanti e passanti. È forse qui, prima ancora che nei paradossali e a loro modo esilaranti interventi pubblici dei cittadini davanti al senato riunito (e in questo senso l’anonimo signor John Maxwell è già un nostro beniamino) che State Legislature gioca il suo ruolo fondamentale di analisi del contesto e archivio visivo dell’America contemporanea. Mosso dalla curiosità, dallo spasmodico bisogno di cogliere l’oggettività del reale e da un rigore chirurgico che rende le sue operazioni a cuore aperto (non sapremmo francamente descrivere meglio lo spleen poetico dell’autore) essenziali quanto esiziale è spesso il mondo filmato, il cinema di Frederick Wiseman è, nella sua mole imponente e nella sua indole aspra, una ricetta contro molti dei mali della cinematografia contemporanea.
In calce alla recensione possiamo anche dirlo: avremmo preferito che questa perla non passasse in Forum ma fosse accolta senza indugi nel Concorso. Rispetto ad alcuni dei film selezionati, State Legislature avrebbe meritato molto di più di partecipare alla corsa all’Orso d’Oro; ma forse questo avrebbe preteso una dose di coraggio che non fa parte, come il cinema di Frederick Wiseman, di questi tempi festivalieri.

Info
La scheda di State Legislature sul sito della Berlinale.
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