Ariel

Con Ariel Aki Kaurismäki nasconde nella rocambolesca storia di un uomo uno spaccato amaro e crudele della crisi economica nella Finlandia capitalista degli anni Ottanta.

Taisto lavora in una miniera in Lapponia e conduce una vita triste, monotona e pericolosa. Quando viene licenziato per un esubero del personale, un suo compagno di lavoro, prima di suicidarsi, gli regala la sua lussuosa Cadillac bianca e gli consiglia di andare lontano. Taisto decide di accettarle il consiglio, lascia la sua casa e parte in direzione del sud. Due malfattori, però lo derubano di tutti i suoi averi. Senza più un soldo, Taisto trova lavoro al porto, dove incontra uno dei due ladri e lo aggredisce… [sinossi]

È veramente assurdo ragionare su quanto tempo sia rimasto oscuro il cinema di Aki Kaurismäki agli spettatori italiani: fu solo in seguito al cult-movie Leningrad Cowboys Go America che il suo nome iniziò a uscire dal ghetto nel quale era stato, per qualche imperscrutabile motivo, circoscritto. Ancora più a lungo si è dovuto attendere perché le sue opere fossero editate in DVD; si è già avuto modo di rimarcare l’ottimo sforzo distributivo della Dolmen Home Video in occasione della recensione del DVD di Calamari Union – insieme a Leningrad Cowboys Meet Moses, forse, il vero e proprio capolavoro del cineasta finnico -, ma è più che mai necessario ribadire il concetto.
Il film di cui ci si occupa in questa sede è Ariel: solitamente “bucato” dalla critica, anche quella più attenta e filologica, in realtà questa piccola opera ricopre un ruolo non indifferente all’interno della carriera di Kaurismäki. L’abbrivio lo dà un semplice dato cronologico: nel 1988 il regista originario di Orimattila ha alle spalle quattro lungometraggi e un mucchietto di corti (tra questi rifulge lo splendido Rocky VI). Uno dei film che precedono Ariel è Ombre in Paradiso, incursione amara e al contempo estremamente tenera nel mondo del sottoproletariato; per un regista che sembrava interessato più che altro a ragionare sui massimi sistemi (Crime and Punishment) e a scardinare le serrature del cinema istituzionale attraverso l’arma del surreale e del grottesco (Calamari Union), il realismo a tratti quasi straziante di Ombre in Paradiso rappresenta una novità sconvolgente.

Come ci sarà modo di vedere in seguito, in realtà non si tratta altro che di una diversa declinazione del medesimo mood e dello stesso background culturale. È proprio in un contesto autoriale in fervido movimento che si va a inserire Ariel: di per sé il film non rappresenta uno stravolgimento delle dinamiche che contraddistinguono l’intera opera di Kaurismäki, ma funge da perno centrale di un trittico (a questa pellicola e a Ombre in Paradiso va aggiunto il seguente La fiammiferaia) che dà forma e sostanza, a detta dello stesso regista, a una “trilogia dei proletari”. Nella Finlandia degli anni ’80, devastata dal germe del neo-capitalismo e affascinata oltremodo dalle sirene di un mondo di plastica perfetto nella sua finzione, la rinascita del cinema nazionale parte da un’analisi attenta ma mai strettamente documentaria della realtà più scomoda. A dispetto della ventata di progresso e di ottimismo che il governo finlandese vorrebbe sponsorizzato, Kaurismäki apre il film con la chiusura di una miniera e con il conseguente vagare senza meta del protagonista.

I tópoi del suo cinema sono in realtà già tutti presenti: l’eroe alieno a una società che non lo capisce e nella quale non riesce a integrarsi, la semplice (quasi banale) quotidianità dei rapporti di coppia, la fuga come elemento latente ma sempre pronto a deflagrare, il difficile rapporto con la legge e l’arbitrarietà della giustizia umana. E poi le icone visive: il rock, il pop(oular), le automobili americane, le sigarette (realmente notevole la sequenza nella quale Kasurinen cerca senza successo di accendersi un mozzicone di sigaretta trovato in un portacenere sul tavolo di un bar), gli USA e l’Unione Sovietica.
Il cinema di Kaurismäki, anche in un episodio di passaggio, che è sotto un certo punto di vista comprensibile considerare minore (troppo immediato il rimando interno alle soluzioni narrative dei film precedenti, come il finale che sembra una millimetrica operazione chirurgica di copia e incolla sul corpus di Ombre in Paradiso), si dimostra polmone verde indispensabile di un’Europa cinematografica sempre a rischio di perdere la propria identità culturale e storica. E se è vero che l’asciuttezza e la scarna semplicità delle creature di questo omone del nord sono oramai proverbiali, è anche grazie a un piccolo film come Ariel, che merita di essere riscoperto e valorizzato.

L’unico rammarico resta sempre legato alla mancanza di extra succosi nell’edizione del dvd: anche qui abbondano note di regia, dichiarazioni dell’autore, ma ci si chiede perché non si è approfittato dell’occasione per ripescare vecchi filmati, presentazioni ufficiali (Ariel si portò a casa due premi dal Festival di Mosca, tanto per dirne una), documentari e via discorrendo. Certo, il valore dell’offerta vale da solo il prezzo del dvd, ma si auspica comunque una riedizione più, per così dire, “corposa”. A meno che non si tratti di una dimostrazione di aderenza all’asciuttezza autoriale di cui si parlava in precedenza. Chissà…

Info
Il trailer di Ariel.
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