A Dirty Carnival

A Dirty Carnival

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Impressionano e rimangono nella memoria soprattutto due sequenze di A Dirty Carnival: la colossale rissa tra bande scatenata dalla devastazione della sala giochi e l’agguato finale. Presentato alla nona edizione del Far East Film Festival di Udine.

Karaoke, coltelli e Yoo Yoo…

La carriera artistica del coreano Yoo Ha (o Yu Ha), oramai regista di successo, comincia in maniera abbastanza singolare, considerando la sua propensione per sequenze in cui lo scontro fisico è reso con crudo (e spettacolare) realismo: fin dal 1988, infatti, Yoo si era fatto conoscere come scrittore, pubblicando una serie di poesie sulla rivista letteraria Munye Joongang. Il passaggio dietro la macchina da presa in realtà non è stato un evento così imprevedibile, alla luce di un cortometraggio in 8mm già realizzato nel 1986 e un master in regia alla Dongguk University. Dopo il lungometraggio d’esordio On a Windy Day We Must Go to Apgujeong (1993), seguito da una lunga pausa, Yoo raggiunge il successo cinematografico con il celebrato da critica e pubblico Marriage Is a Crazy Thing (2002); segue, scalando inesorabilmente la classifica degli incassi, il discutibile  Once Upon a Time in High School (aka Spirit of Jeet Keun Do, 2004), nostalgica pellicola d’ambientazione liceale con overdose di pesanti scazzottate.

Ultima impresa cinematografica di Yoo, A Dirty Carnival conferma come già accennato la predilezione o quantomeno l’abilità per i combattimenti estremamente crudi e violenti, a base di pugni, calci e, nei momenti più drammatici, coltelli. Di A Dirty Carnival impressionano e rimangono nella memoria, soprattutto e quasi esclusivamente, due magistrali sequenze: la colossale rissa tra bande scatenata dalla devastazione della sala giochi e l’agguato finale. Due sequenze magistralmente realizzate, efficaci sia dal punto di vista spettacolare che sul piano squisitamente emotivo: innegabile, infatti, che la violenza portata sul grande schermo da Yoo possieda una brutale energia, una crudeltà persino “sincera”. La scena del violentissimo scontro tra bande rivali è letteralmente interminabile e il regista riesce a dosare coreografia e realismo: attori e comparse in campo sono numerosi e, perfettamente gestiti e coordinati, finiscono per formare un corpo unico di carni lacerate, sangue e fango. Lo squarciante irrompere di un coltello, tipico del cinema coreano, moltiplica l’impatto drammatico e spettacolare: l’ennesima conferma che la cinematografia coreana ha un rapporto privilegiato, si direbbe più naturale e senza moraleggianti paranoie, con la violenza. Violenza che, sia nel caso di A Dirty Carnival che nel precedente Once Upon a Time in High School, può indubbiamente infastidire animi sensibili, ma che si avvicina più a una dimensione realista che a esigenze elusivamente spettacolari. Anche la sequenza dell’agguato finale, peraltro scontato fin dal primo minuto, lascia un segno indelebile: il lento trascinarsi di Byung-doo (un convincente Jo In-seong, ennesimo volto nuovo del cinema coreano) lungo il fiume dilata la consapevole attesa del tragico epilogo, enfatizzando il ruolo di vittima predestinata e senza scampo del giovane e controverso protagonista.

L’amara e cruda parabola del ventinovenne aspirante boss – ma il sogno, in realtà, si limiterebbe a una vita agiata per la sua famiglia, con tanto di matrimonio con l’unica ragazza amata – vive i suoi momenti migliori proprio nelle scene d’azione, per poi perdersi nel corso della narrazione. La sceneggiatura, scritta dallo stesso regista, mostra evidenti limiti: A Dirty Carnival gioca con il già visto e rivisto, cercando di aggiungere, ma in maniera poco accorta, varianti narrative che sanno di posticcio. Tutta la parte metacinematografica, compreso il personaggio dell’aspirante regista Min-ho (Gung-Min Nam), appesantisce il film e sembra un’inutile appendice: di Min-ho rimane solamente l’interessante contrasto tra il suo primo piano, che trasuda bieco opportunismo, e il primo piano di Byun-doo durante la rissa in sala giochi. Altro punto a sfavore è l’eccessivo accumularsi di disgrazie (compresa la madre malata), che amplificano la sensazione di trovarsi di fronte ad un’ottima confezione che nasconde, tuttavia, un modesto contenuto.
In attesa del terzo capitolo di questa trilogia della violenza, inaugurata col citato Once Upon a Time in High School, è lecito sperare che Yoo riesca a trovare (o elaborare) una sceneggiatura che sia all’altezza del suo talento registico e che non si limiti a fare da ordinario collante a sequenze peraltro degne di nota. Non ci si può accontentare, infatti, dei siparietti dedicati al karaoke, utili nel tratteggiare certe dinamiche psicologiche dei componenti della piccola banda di Byung-doo, o della mancata storia d’amore tra il suddetto protagonista e la bella e onesta Hyun-joo, apparentemente sottotraccia ma efficace nel ribadire la disperata ricerca di normalità del letale gangster. A Dirty Carnival, confezione tecnico-artistica a parte, finisce per aggiungere ben poco al gangster movie coreano, disperdendo le sue potenzialità.

Info
A Dirty Carnival sul sito del Kofic.
La scheda della CG di A Dirty Carnival.
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