The Bridge

The Bridge

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Eric Steel esordisce alla regia con The Bridge, analizzando i ventiquattro suicidi avvenuti in un solo anno lanciandosi nel vuoto dal Golden Gate a San Francisco.

I momenti che precedono la morte

Il Golden Gate è il luogo della Terra dove si registra il più alto numero di suicidi. Eric Steel, in un anno, ha filmato la morte di ventiquattro persone. [sinossi]

Eccolo qua un altro racconto dannatamente americano, l’ennesimo spaccato di una società allo sbando: ed è ancora un documentario a farlo, la forma cinematografica che sempre più riesce a inquadrare le “piccole” crepe all’interno della società, presentato alla 1ª Festa Internazionale del Cinema di Roma grazie alla collaborazione con il Tribeca Film Festival di Bob De Niro. Quella raccontata da The Bridge, dicevamo, è una storia americana come lo era il capolavoro di Andrew Jarecki, Capturing The Friedmans (uscito da noi, appunto, con il titolo Una storia americana): la storia del ponte forse più famoso del pianeta, il Golden Gate a San Francisco, che ha il triste primato di essere il luogo al mondo dove si commettono più suicidi. Una statistica tutta americana, ci mancherebbe altro, però resta il fatto che un luogo visitato ogni anno da 6 milioni di persone è anche il luogo dove, nell’anno 2004 cioè quello preso in esame dal documentario, si sono verificati 24 suicidi, per non contare i tentati suicidi. Eric Steel, il regista dell’opera (qui all’esordio dopo essersi occupato per anni di produzione), ha passato l’intero anno 2004 a riprendere il celebre ponte riuscendo a catturare quasi tutti i suicidi avvenuti in quell’anno: detto che la motivazione che l’ha spinto a intraprendere una simile avventura è un mistero, resta il fatto che con questa operazione, diciamo pure eticamente dubbia, viene abbattuto un altro muro dell’immaginario iconico. Qui, però, l’immagine non trionfa sulla realtà, anzi, è l’esatto opposto: l’immagine prova solo a scalfire quel tabù socio-culturale rappresentato dal suicidio, qualcosa che nella nostra società non si può assolutamente mostrare, mostrandolo come atto filmabile e dunque reale, esistente. Con questo film, dunque, il suicidio “esce” da quel suo provincialismo che ne limitava i “movimenti”, relegandolo quasi sempre “fuoricampo”, fuori dal nostro raggio visivo, rinchiuso negli hotel, nelle case private e negli scantinati.

Qui il valore dell’immagine è al suo apice: il cinema si fa davvero morte, in diretta per giunta. Ma non c’è cinismo da parte del regista, lo sguardo non si fa mai impudico: non c’è la volontà di soffermarsi su qualcosa di macabro, al contrario, c’è il desiderio di capire l’inesplicabile, il perché di un uomo che decide di mettere fine alla propria vita. Per fare ciò, il regista dedica molto spazio ai parenti/amici dei suicidi, intervistandoli prova a dar forma al pensiero stesso della morte: quest’ultima, allora, non è solamente resa attraverso gli angosciosi ultimi istanti di vita di un uomo, gli ultimi fotogrammi anzi, ma prende “vita”, scusate il paradosso, divenendo personaggio anch’esso. Ancor più interessante risulta ascoltare chi quella morte l’ha cercata, sfiorandola magari, ma sono stati salvati all’ultimo secondo oppure, all’apice della (s)fortuna, si sono buttati ma non sono morti: fra tutte le dichiarazioni di queste persone ha particolarmente colpito quella di una donna che ha descritto l’attimo che precede a quello dello scavalcare la ringhiera del ponte definendolo: “È come cercare un college da frequentare, stai lì e valuti i pro e i contro di ogni cosa”. In quello che i “normali” definiscono una pazzia, un gesto irresponsabile, invece c’è spazio per la razionalità: ancora una volta, la pazzia e la morte, da sempre associate e messe all’indice dalla società benpensante, se viste senza i pregiudizi che offuscano gli occhi si scoprono molto più vicine di quanto non ci si sforzi di credere.

Info
Il trailer di The Bridge.

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