The Unseeable

The Unseeable

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The Unseeable segna l’incursione del regista thailandese Wisit Sasanatieng nel campo della ghost-story; prendendo spunto da Henry James il regista de Le lacrime della tigre nera e Citizen Dog cerca di dirigere una sorta di The Others del sud-est asiatico. Ma la narrazione non sempre convince e l’ispirazione visionaria delle opere precedenti si mostra solo a tratti.

La presa di coscienza

Siamo nei primi anni Trenta del Ventesimo secolo. Nualjan, incinta, vaga sfinita alla ricerca del marito Chob, partito “per pochi giorni” e non più tornato. L’acida governante Miss Somjit la accoglie nella villa di Madame Ranjuan, una vedova bellissima che dopo aver perso il marito vive reclusa. È una casa di sussurri e di sospiri, oltre che di incerte visioni. È subito chiaro che siamo in territorio di spettri: ma chi è il fantasma? [sinossi]

Chissà quanto sarebbe sorpreso, Henry James, nello scoprire che i suoi discepoli più intransigenti non vivono nella natìa New York e neanche nella Londra dalle cui atmosfere trasse tanta ispirazione, ma provengono da zone del mondo all’epoca frequentate solo dai racconti dei marinai e di pittori squattrinati assuefatti all’assenzio e al culto dell’esotico. Sarà anche un caso, ma le ghost story, dai cui successi commerciali buona parte dell’industria cinematografica sta traendo profitto da un buon lustro a questa parte, sembrano aver trovato i cantori ideali in estremo oriente e non a ridosso delle bianche scogliere di Dover: eccezion fatta per l’algido e ammaliante The Others (tra l’altro prodotto a Hollywood ma pur sempre partorito dal cileno – spagnolo d’adozione – Alejandro Amenábar), le altre incursioni occidentali recenti nelle storie di fantasmi hanno sempre tratto ispirazione, in maniera più o meno dichiarata, dall’immaginario visivo orientale.
Se è vero che ectoplasmi e fluttuanti figure di parenti trapassati hanno letteralmente ingolfato il mercato nipponico – si vedano, al di là delle arcinote saghe firmate da Hideo Nakata e Takashi Shimizu, esempi come quello del giovane cineasta Kōji Shiraishi, autore di Noroi e The Slit-Mouthed Woman –, c’è da dire che i restanti paesi del sud-est asiatico si sono subito adattati alla bisogna (va fatto un doveroso distinguo per quanto riguarda Hong Kong, la cui cinematografia ha sempre dato notevole risalto al genere). Hanno iniziato così a proliferare “film di fantasmi” in Corea del Sud (Whispering Corridors di Park Ki-hyung, To Catch a Virgin Ghost di Shin Jung-won, Voice di Choi Equan), Cina Popolare (The Matrimony di Teng Huatao, l’onirico Suffocation di Zhang Binjian), Malesia (l’improponibile Pontianak di Shuhaimi Baba, il ben più rispettabile Chermin di Zharina Abdullah), Filippine (il parodico D’Anothers di Joyce Bernal palesa il riferimento culturale fin dal titolo), Taiwan (The Heirloom di Leste Chen, il sopravvalutato Silk di Chao Bin-su) e Thailandia (l’irrisolto Ghost of Valentine di Yuthlert Sippapak, il bel romanzo di formazione Dorm di Songyos Sugmakanan).

E proprio dalla Thailandia arriva una delle creature più anomale tra quelle appena citate: l’ultima opera di Wisit Sasanatieng, sua terza fatica dopo gli eccellenti Le lacrime della tigre nera e Citizen Dog, è infatti una ghost story in piena regola.
Dov’è allora l’anomalia, si dirà… Presto detto: rispetto a molti dei titoli accumulati nella breve panoramica sui fantasmi cinematografici della contemporaneità orientale, The Unseeable (questo il titolo scelto dalla produzione per la vendita internazionale, mentre sul mercato interno il film è conosciuto come Pen Choo Kab Pee) propone un’estetica che prende nettamente le distanze dalla prassi del genere. Tanto per chiarire il concetto, Sasanatieng non si avvicina alla materia del contendere ammiccando agli spettri di Ju-On o Ringu, per quanto le apparizioni a sorpresa dei defunti giochino gran parte della loro efficacia sul collaudato amplesso visivo/sonoro – ed è da rintracciare in questa scelta una delle pecche più gravi dell’operazione –; il mood che si respira in The Unseeable si aggira con maggior concretezza dalle parti del gotico inglese, quello che rese celebre il già citato James con il sublime racconto The Turn of the Screw e che ha visto all’opera alcune delle firme letterarie e cinematografiche più importanti. Sasanatieng farà anche ricorso a tutto l’armamentario orrorifico in dotazione (bambini, vampiri, vecchie pazze, ombre fugaci nella notte, porte che scricchiolano, severe governanti), ma non è su questo livello che si possono rintracciare i veri spunti di interesse di un film imperfetto. Anzi, è proprio sull’eccessiva calligrafia del racconto, sulla classicità senza limiti, sull’adozione di un registro narrativo a dir poco abusato che il cineasta thailandese spreca le sue carte migliori: il suo gioco rischia di apparire fin troppo decodificabile per ammaliare completamente, e soprattutto nella prima parte si ha l’impressione di seguire un percorso già battuto, finendo ben presto per disabitare il substrato narrativo per concentrarsi esclusivamente sulla messa in scena.

Chi si aspettava di trovarsi di fronte al pop debordante e straordinariamente artificioso attraverso il quale Sasanatieng guidava un attacco all’arma bianca contro lo standard nelle sue prime due pellicole (soprattutto nel tracimare di idee e nel travolgente incedere di Citizen Dog) sarà probabilmente rimasto scioccato, se non propriamente deluso, dalla scelta visiva di The Unseeable; questo horror da camera (o meglio, da villa) mette in mostra un regista magari a tratti lezioso o troppo innamorato della propria tecnica, ma capace di gestire un palcoscenico démodé con una classe e una consapevolezza sorprendenti, attraverso l’uso di movimenti di macchina continui ma sempre tesi allo svelamento del non detto. Si prenda a paradigma la notevole sequenza che vede la giovane protagonista (interpretata con intensità e partecipazione da Siraphan Wattanajinda, già apprezzata nel bel Dear Dakanda di Khomkrit Treewimol) sola e spaventata, di notte, nel giardino della villa in cui è ospitata: la macchina da presa si muove, sinuosamente, andando di volta in volta a svelare i vari fantasmi che le si parano alle spalle per poi svanire al suo voltarsi.

Dimostrazione, questa, di una scelta estetica forte e sicura, che va con forza a sopperire a quelle mancanze strutturali alle quali si faceva riferimento in precedenza. Un’opera, questo The Unseeable, che a prima vista potrebbe dunque essere scambiata come un improvviso e brusco cambio di registro da parte di un autore che aveva abituato a ben altri scenari: eppure sarebbe un errore non da poco interpretare l’opera come l’apparente deriva di un cineasta promettente. In Italia non sono in molti a saperlo, ma Wisit Sasanatieng è lo sceneggiatore di una delle prime opere a far gridare a una “nouvelle vague” dalle parti di Bangkok: nel 1999 mise mano allo script di Nang-Nak di Nonzee Nimibutr. Lì veniva alla luce una ghost story dolente e geniale ibridata con il cinema di guerra e il mélo familiare: non si maneggiava ancora con destrezza la storia del cinema thailandese e dunque in molti paesi quel gioiello rimase misconosciuto. Sarebbe però il caso, in concomitanza con la visione di The Unseeable, di riprendere in mano quella pellicola e mettere a paragone i due film (quest’ultimo, è giusto rimarcarlo, non è firmato in sede di script da Sasanatieng, bensì da Kongkiat Khomsiri, transfuga dal Ronin Team con il quale firmò il sorprendente Art of the Devil 2): si potrebbe così dare compiutezza a molti dei quesiti lasciati irrisolti dall’opera terza di Sasanatieng. Imperfetta, senz’ombra di dubbio, e probabilmente appesantita da un afflato estetizzante che ne inficia il potenziale ansiogeno, ma che merita il plauso per almeno due idee: il crescendo finale nel quale la protagonista inizia finalmente a prendere consapevolezza della realtà – e quell’accumulo di corpi che invadono letteralmente lo schermo è un colpo di coda inaspettato e salvifico, non a caso posticipato dall’unica concessione di Sasanatieng al suo precedente apparato visionario, un’improvvisa dissolvenza in rosso –, e la chiusa finale che mette in scena un universo totalmente abitato da fantasmi. Così come la Bangkok colorata e postmoderna di Citizen Dog era il canto di libertà e speranza di una nazione protesa verso il futuro, la campagna desolata e morente di The Unseeable potrebbe ergersi come monito a una Thailandia che rischia di vivere tempi più oscuri di quanto molti vorrebbero far credere.

Ma probabilmente queste sono solo chiacchiere accessorie, e meriterebbero uno spazio apposito a disposizione; nel frattempo Wisit Sasanatieng pare stia già girando Armful, un action con coproduzione panasiatica (soldi thailandesi, hongkonghesi, singaporegni, cinesi e via discorrendo) che potrebbe dire molto su ciò a cui sta andando incontro la Thailandia e uno dei suoi autori di maggior spicco.

Info
Il trailer di The Unseeable.
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