J’ai toujours rêvé d’être un gangster

J’ai toujours rêvé d’être un gangster

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Con J’ai toujours rêvé d’être un gangster, suo secondo lavoro sulla lunga distanza, il regista francese Samuel Benchetrit firma un bel noir sulle orme di Jim Jarmusch. A Locarno 2007 e inedito in Italia.

L’America oltralpe

Quattro storie si svolgono all’interno di una caffetteria che si affaccia su una strada statale. Si parla di un rapinatore disarmato la cui vittima è a sua volta una rapinatrice, armata; due rapitori dilettanti alle prese con la loro preda, un’adolescente con manie suicide; due cantanti che parlano di un tubo rubato; cinque settantenni alla ricerca del luogo in cui anni prima nascosero la refurtiva di una rapina… [sinossi]

J’ai toujours rêvé d’être un gangster, secondo lavoro sulla lunga distanza firmato dal trentaquattrenne regista francese Samuel Benchetrit, è un film che respira. È questa l’annotazione, magari banale e di ardua decodificazione, che troviamo più pertinente nell’approssimarci all’interpretazione critica dell’opera; il giovane cineasta transalpino ci appare, al momento, in marcia sulla pista tracciata negli ultimi venticinque anni da autori quali Jim Jarmusch e Aki Kaurismäki.
J’ai toujours rêvé d’être un gangster è infatti un’opera minimale, dedita ai piccoli gesti piuttosto che all’epica, in cui la macchina da presa si sofferma da vicino su un gruppo di anti-eroi, persone normali (parafrasando la celebre frase di François Truffaut) in situazioni tutt’altro che eccezionali.

La trama, ordita dallo stesso Benchetrit, è divisa in quattro capitoli e un epilogo, durante i quali abbiamo l’occasione di fare la conoscenza di una stravagante cameriera (una brava Anna Mouglalis, che avemmo già modo di elogiare lo scorso anno per la sua interpretazione nel mediocre Mare nero di Roberta Torre) che si è fatta assumere dopo aver fallito una rapina nel diner in cui ora lavora, un rapinatore goffo e imbranato, due rapitori improvvisati alle prese con un ostaggio quindicenne con tendenze suicide, due vecchie glorie del rock e cinque anziani criminali alla ricerca di quello che fu, ventotto anni prima, il loro amato nascondiglio. Le loro disavventure avranno come punto d’incontro virtuale il diner semi-deserto.

Se non avessimo già fatto i nomi dei due numi tutelari del cinema “indie” europeo e statunitense, siamo certi che non avreste affatto faticato a giungere alla nostra stessa conclusione: impossibile infatti non imparentare questo noir sui generis con titoli quali Down by Law, Calamari Union, Coffee and Cigarettes. Soprattutto quest’ultimo ci sembra particolarmente legato a J’ai toujours rêvé d’être un gangster, vuoi per la presenza di due rockstar del passato intente a discutere della loro vita artistica (nel film del 2003 erano Tom Waits e Iggy Pop, qui si tratta dei sicuramente meno noti – almeno per un pubblico “mondiale” – Arno e Alain Bashung), vuoi per la struttura episodica, vuoi per quel bianco e nero sgranato che lavora sui contrasti con una forza espressiva notevole, vuoi per la necessità, magari non esibita ma senza dubbio decisamente avvertibile, di voler lavorare su un immaginario, quello cinematografico statunitense, che da sempre affascina e seduce i cineasti francesi.

Ma equivarrebbe a commettere un errore di valutazione grave pensare che J’ai toujours rêvé d’être un gangster sia una seppur lucida e amorevole, semplice operazione di copia e incolla di un cinema già pregustato e metabolizzato; Benchetrit non agisce sulla messa in scena seguendo diktat cinefili, ma persegue altresì un modello di narrazione del tutto personale, capace di sposare la classicità (che non siamo di fronte a una forma d’arte anche solo vagamente d’avanguardia è chiaro fin dalle primissime inquadrature) del cinema di (off) Hollywood con esigenze visive e strutturali prettamente europee. Quel che deriva da questo stralunato amplesso è un’opera divertente e sentita, mai artefatta, neanche quando gioca in maniera diretta e stratificata sul genere: i dialoghi sui nomi delle star e sul loro grado di credibilità come denominatori di un hamburger potrebbero far venire alla mente al volo il cinema di Quentin Tarantino e (soprattutto) dei mediocri epigoni che ne ripresero mosse e parole senza cercare neanche lontanamente di comprenderne realmente il senso, ma l’amore con cui Benchetrit tratta i suoi personaggi, la passione umorale che lo guida e la capacità di saper mettere in scena quel filo sottile e spesso invisibile che lega il grottesco al tragico, lo elevano immediatamente al di sopra degli ipotetici “plagiatori”, lasciando al contrario prefigurare un futuro “autoriale”.

Al contrario di quanto solitamente siamo costretti a rimarcare, il susseguirsi degli episodi – dai titoli genialoidi: Drew Barrymore fa pensare a un Hamburger, Perché vuoi morire, piccola?, Oh, Gaby!, Folle come ogni cosa cambi e Non ci siamo già visti? – non sembra il percorso delle montagne russe, saliscendi qualitativo che nella maggior parte dei casi produce uno strappo narrativo, facendo perdere collante e interesse all’opera d’insieme. Il regista dimostra di saper gestire la materia con estrema sapienza, inserendo i personaggi nel territorio (brullo, dispersivo, quasi un deserto del Nevada nel cuore dell’Europa) con una naturalezza sorprendente, e lavorando allo stesso tempo con costanza verso un crescendo emotivo mai troppo esibito. È così che, partiti da un minuetto a pochi passi dallo slapstick (ma anche con reminiscenze dei fratelli Coen del sublime Arizona Junior) si giunge, procedendo tra catarsi à la Frank Capra e acidità satiriche, a una marcia funebre in odore di klezmer nell’emozionante tratteggio delle figure dei cinque ex-criminali, vecchi e destinati alla decadenza, che sognano un ultimo colpo, dopo decenni di “pensionamento”. Sui volti scavati di Jean Rochefort, Laurent Terzieff, Jean-Pierre Kalfon, Venantino Venantini e Roger Dumas (tutte glorie del cinema che fu, insieme fanno una cosa come 600 e passa film interpretati) si legge quell’osmosi tra grottesco e tragico a cui facevamo riferimento in precedenza e che viene splendidamente sintetizzato allorquando Dumas sbraita al colmo del disappunto “Non ci sono più banche, non ci sono più nascondigli, cosa ci resta?”.

E di colpo ci rendiamo conto come quel titolo che ci aveva da subito divertito e stuzzicato non sia altro in realtà che l’ammissione definitiva non solo del regista, ma di un intero modus operandi del cinema francese che, da Jean Gabin a Edouard Baer ha sempre, e senza vergogna, sognato di essere un gangster. Ora che il sogno è stato interamente interpretato, possiamo affermare, anche noi senza vergogna, che è (forse) il più sublime dei sogni.

Info
J’ai toujours rêvé d’être un gangster, il trailer.
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