Sicko

Alla base del discorso vi è sempre la stessa missione: analizzare le crepe che stanno dietro al sogno americano, come la sanità nazionale. Per fare questo, Moore procede come di consueto, ma in Sicko sembra davvero tutto più oliato, e il discorso filmico inizia a fagocitare immagini, stereotipi, umori, sentimenti, visioni, immaginari tipici del suo mondo, quello dell’americano medio, quello che più subisce la fascinazioine dell’American Dream e dei media totalizzanti.

Meglio morire che ammalarsi…

Dopo aver passato gli ultimi tre anni ad accumulare materiale per i suoi futuri progetti e a cercare di perdere un pò di peso, Michael Moore si riarma di videocamera e ritorna in trincea affrontando i cattivi di tutta l’America. L’obiettivo di questa sua nuova crociata è stavolta il Sistema Sanitario americano, piazzatosi al trentottesimo posto in una recente graduatoria mondiale, l’unico paese tra le grandi potenze dell’Occidente democratico a non avere l’assistenza sanitaria gratuita, la nostra vecchia mutua per intenderci, quella del Dottor Guido Tersilli e dell’infermiera Fenech… [sinossi]

Ormai, dopo quattro documentari (e un film di fiction, Canadian Bacon, che però è conosciuto solo perché è l’ultimo film interpretato dal grande John Candy), il linguaggio da grande affabulatore che Moore ha costruito anno dopo anno, mattoncino dopo mattoncino, in particolare nelle sue lunghe esperienze televisive, si è fatto più consapevole e raffinato, molto più cosciente del mezzo-cinema di quanto non lo fosse una volta. Il suo gioco, dunque, ha la maschera tirata giù ed è sempre più riconoscibile, marchiato com’è oramai dal Moore touch.
Alla base del suo discorso vi è sempre la stessa missione: analizzare le crepe che stanno dietro al sogno americano, come la sanità nazionale. Per fare questo, Moore procede come di consueto, ma in Sicko come detto sembra davvero tutto più oliato, e il discorso filmico inizia a fagocitare immagini, stereotipi, umori, sentimenti, visioni, immaginari tipici del suo mondo, quello dell’americano medio, quello che più subisce la fascinazioine dell’American Dream e dei media totalizzanti. Basta vedere quanti inserti pubblicitari, la vera e perfetta esemplificazione della società capitalistica statunitense e della sua natura necessariamente merceologica, quanti riferimenti al cinema popolare e di cassetta, su tutti i titoloni di Star Wars che scorrono tra le orbite interspaziali, e quanti codici televisivi, a partire da quelli della TV del dolore che impone di insistere sulle lacrime che solcano il viso dei protagonisti (e qui va notato un significativo scarto rispetto, ad esempio, a Bowling a Columbine, dove il suo sguardo pietoso resisteva solo pochi secondi davanti alle lacrime di una maestra), Moore ha utilizzato in questa sua ultima opera.

Per non parlare dell’uso, mai massiccio come in questo caso, degli home-movies e del footage d’archivio: spiccano, in particolare, l’audio scovato nell’archivio della Casa Bianca riguardante la nascita del sistema privato sanitario americano (avvenuta sotto le ovvie spinte delle lobbies del settore che costrinsero Nixon a fare il passo) e una simpatica ripresa di un americano in vacanza a Londra che, volendo attraversare Abbey Road con il solo uso delle mani, si rompe la spalla (e verrà curato a euro zero, come si usa da questa parte del mondo).
E in effetti, questo suo raccontare il reale utilizzando categorie basse, humour nero e linguaggi spesso differenti tra loro, carica il montaggio delle sue opere di un’importanza unica: è lì, e solo lì, il vero luogo della significazione per il regista di Flint. È solo grazie a questo indubbio talento che nel film riescono a coesitere i problemi e le tematiche più disparate insieme ai classici cavalli di battaglia di Moore, come George W. Bush, l’11 Settembre, il Canada o la guerra in Iraq: senz’altro è questo il suo merito più grande, quel quid che rende tutti i suoi film, soprattutto gli ultimi, un insostituibile tassello dell’arte cinematografica, certo, sia chiaro, nella sua versione comunicativa e non poetica; un tassello con il quale capire l’evoluzione del pensiero della società di massa, specialmente quella americana (che è poi quella che veicola la maggior parte dell’opinione pubblica mondiale).

Poi, per il resto, è sempre lui, Michael Moore: un pò meno appesantito, cappellino in testa e mani perennemente infilate in tasca. Stavolta ci mette un pò di più a entrare nel film, un’ora circa, in un fugace controcampo quasi buttato là: prima era solo in voice over, dopo sarà sempre in scena. Guida una di quelle macchinette mignon che vanno sui campi da golf, posa di fronte a un busto di Marx, esalta il patriottismo Yankee, l’Inghilterra, la Francia e, udite udite, Cuba: insomma, un colpo al cerchio e l’altro alla botte.
Come sempre, del resto.

Info
Il trailer di Sicko.

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