Gli amori di Astrea e Celadon

Gli amori di Astrea e Celadon

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Gli amori di Astrea e Celadon, ultima regia di Éric Rohmer, è l’ennesima conferma di un autore unico, tra i più rilevanti nomi del cinema europeo del Novecento.

L’amore nelle vesti di druido

Ambientato a cavallo del XVI secolo sulle montagne dell’Auvergne popolate di druidi e ninfe, il nuovo film del maestro Eric Rohmer è una sorta di Giulietta e Romeo con accenti mitologici, che racconta un amore contrastato fra due giovani e bellissimi pastorelli… [sinossi]

Con le sue ottantasette primavere (alle quali si sommano quasi cinquanta film) sulle spalle, Éric Rohmer ha raggiunto da tempo la cosiddetta età della saggezza, della ragione, del raziocinio; riflessione che potrebbe apparire addirittura banale nella sua ovvietà ma che, a ridosso della visione dell’ultimo parto artistico del regista francese, Gli amori di Astrea e Celadon, è il caso di mettere in discussione, e a ragion veduta. Come molti altri esponenti della “vecchia guardia” del cinema europeo, con il quasi centenario Manoel de Oliveira a guidare le fila dell’ipotetico movimento dei registi in età di pensione (da un punto di vista esclusivamente anagrafico, ovviamente), anche Rohmer sembra intenzionato a spendere gli ultimi spiccioli della sua folgorante carriera dedicandosi al cinema con la stessa foga e intensità che un bambino potrebbe mettere nel passare in rassegna un esercito di soldatini od organizzare emozionanti sfide tra macchine giocattolo.

Gli amori di Astrea e Celadon, inserito da Marco Müller e dal suo entourage nel Concorso della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica del 2007, potrebbe con superficialità essere considerata un’opera minore di Rohmer. Nulla che sorprenda più di tanto, a dire la verità: l’impressione che l’autore de La mia notte con Maude fosse intenzionato ad abbandonarsi ai flutti cinematografici senza porsi interrogativi troppo pressanti sulla propria statura d’Auteur acclamata ai quattro angoli del globo, si era via via rafforzata negli ultimissimi anni. Dopo il complesso lavoro storico e tecnico che aveva accompagnato La nobildonna e il duca (presentato sempre a Venezia nell’oramai lontano 2001), il cinema di Rohmer si è sempre più approssimato alla messa in scena di un gioco, magari fine a sé stesso ma senza dubbio affascinante, e riconciliante. È così anche per la tormentata storia d’amore vissuta da Céladon e dalla pastorella Astrée, tratta da una novella dell’autore cinquecentesco Honoré d’Urfé e ambientata in una Francia gallica bucolica e rarefatta: impossibile non leggere, fin dalla scelta stessa del soggetto (glorificazione arguta e maliziosa dei beni materiali, dell’amore eterno ma non per questo dimentico delle lusinghe della carne), una presa di posizione netta del Rohmer senile. In una qualche maniera, si potrebbe ipotizzare una parentela – di secondo grado, probabilmente – con il divertissement portato sugli schermi da de Oliveira nel suo Belle toujours, sequel giocoso del capolavoro buñueliano Bella di giorno: anche qui, come nel recente film del geniale cineasta portoghese, si respira un’atmosfera leggera, deliziosamente ludica. Nel giocare con la messa in scena, Rohmer – pur non perdendo per strada quel gusto tutto suo per la ricerca filologica; da questo perfezionismo al limite del maniacale fuoriuscirono in passato due dei massimi capolavori della sua carriera, La marchesa Von… e Perceval – sembra voler affermare che la stessa vita, con i suoi patimenti e le sue angustie, dovrebbe essere presa come poco più di un gioco, un balletto, uno sberleffo fra ninfe.

Rohmer non rinuncia al proprio sguardo morale (vedere lo scambio di battute sul senso della fedeltà e del rapporto tra uomo e donna), ma lo libera da qualsiasi intralcio ricattatorio, lasciandolo correre a briglia sciolta in un mondo dove è la natura a rappresentare, per la maggior parte della pellicola, l’unico elemento scenografico. Lo sguardo amorevole di un vecchio che sembra volerci ammonire a cogliere ciò che viene con la stessa levità del suo tocco, in un pervicace annullamento di qualsiasi sovrastruttura che se da un lato pone un limite alle pretese del film (ponendolo, come dicevamo in precedenza, nella nicchia dei film “minori”) dall’altro seduce con la sua carica di semplicità, di innocenza, di soave pacatezza, come insegna la splendida sequenza dello scioglimento di capelli tra Céladon e la sua amata.

Info
Il trailer de Gli amori di Astrea e Celadon.
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