Andarilho

Andarilho

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Nel mettersi sulle piste di tre barboni nel bel mezzo del nulla del Minas Gerais, Guimarães con Andarilho non va alla ricerca di un fin troppo banale rinnovamento della teoria del pedinamento cinematografico, ma si getta a corpo morto in un viaggio di scoperta delle potenzialità dell’immagine. Presentato a Venezia 2007 nella sezione Orizzonti.

Marte, Plutone, Giove e il cazzo

Tre viandanti solitari. I loro cammini sono diversi e si snodano lungo le strade del Nordest e della Minas Gerais. Secondo loro esiste una relazione molto stretta tra il camminare e il riflettere: la loro è una lunga passeggiata attraverso le stagioni della vita… [sinossi]

Nel rutilare di istanze visive e narrative che da sempre segna in profondità la sezione Orizzonti, un film come Andarilho, diretto dal quarantaduenne brasiliano Cao Guimarães, finisce per ritrovarsi nel suo habitat naturale: sorta di incrocio tra esperimento visivo e documentario (ma ci sarebbe molto da discutere su questa accezione, data la totale mancanza, strictu sensu, di una documentazione di ciò che ci viene mostrato), senza rinunciare a determinate derive fictionali, Andarilho è un’opera difficilmente inquadrabile, incompleta ma spiazzante, affascinante ma allo stesso tempo destinata a far scaturire diatribe sulla moralità di determinate scelte.

Nel mettersi sulle piste di tre barboni – di cui uno, il meno stabile mentalmente dei tre, è in realtà il vero e proprio motore del film, nel quale ci istrada fin dal monologo posto come incipit – nel bel mezzo del nulla del Minas Gerais, Guimarães non va alla ricerca di un fin troppo banale rinnovamento della teoria del pedinamento cinematografico, ma si getta a corpo morto in un viaggio di scoperta delle potenzialità dell’immagine, della suggestione dei suoni (compreso il farfugliare spesso indistinto delle persone in scena), sospinto da un fagocitante desiderio di annullamento di qualsivoglia (auto)censura strutturale. Per raggiungere questo obbiettivo il cineasta non solo esagera animato dalla voglia di sbalordire gli astanti – e tutta la prima parte risulta appesantita da una serie di immagini splendide quanto vuote di significato -, ma soprattutto non si ferma davanti a nulla, mettendo di fatto alla berlina i suoi stessi protagonisti: quando, nel finale, il barbone si lancia in un soliloquio delirante infarcito di pianeti, animali e ricercatori della NASA, il pubblico non può che ridere di lui.

Ennesima dimostrazione di un’opera dai mille volti, una e trina come la divinità cristiana più volte citata nel film, splendida e terribile allo stesso tempo. Di passaggio sulla linea di mezzeria – come ci fa intuire l’inquadratura iniziale – che divide il geniale dal pretenzioso.

Info
Il trailer di Andarilho.

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