Lussuria – Seduzione e tradimento

Lussuria – Seduzione e tradimento

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In Lussuria di Ang Lee, Leone d’Oro alla Mostra di Venezia del 2007, la protagonista Wong Chiah-chih – come Hong Kong e Shanghai – è una colonia, controllata di volta in volta dagli uomini che la circondano e che, per un motivo o per l’altro, si trovano a sfruttarne il corpo…

Il possesso

Shanghai, 1942. Prosegue la dura occupazione giapponese di questa città, nel corso della Seconda guerra mondiale. La signora Mak, una donna ricca e sofisticata, entra in un caffé, fa una telefonata, e poi si siede ad aspettare. Ricorda come molti anni prima è cominciata la sua storia, nel 1938, in Cina. Non è ancora la signora Mak, ma la timida Wong Chia Chi. Mentre infuria la seconda guerra mondiale, è stata lasciata sola dal padre, fuggito in Inghilterra… [sinossi]

Ben prima del suo approdo al Lido di Venezia, Lussuria (Se, Jie) di Ang Lee aveva occupato le news degli organi della stampa cinematografica: si parlava di questa opera decima del cineasta taiwanese come di un ritorno a casa dopo l’ubriacatura hollywoodiana bagnata da successo e Oscar. Al di là dell’affermazione non perfettamente veritiera – perché ci si ostina a considerare Wohu canglong/La tigre e il dragone un blockbuster occidentale? Solo per via del bagno di folla che accorse nelle sale di mezzo mondo alla sua uscita? –, è interessante notare come Lussuria sia stato portato a termine sulla scia dell’ammazzapremi Brockeback Mountain: interessante perché, a nostro avviso, Lussuria si pone in leggera antitesi rispetto all’opera di maggior successo di Lee.

Semmai, a voler pretendere riallacci interni nella filmografia di Lee, si dovrebbe far tornare alla mente il lento e inossidabile progredire tragico di Tempesta di ghiaccio: anche qui, infatti, siamo di fronte a una ricostruzione storica che si fa, in primo luogo, ricerca antropologica delle più istintive e umorali pulsioni umane. Anche qui, nuovamente, torna preponderante il discorso sulla fiducia; anche qui, infine, il discorso sull’amore viene inevitabilmente deturpato da una riflessione – tragica a sua volta – sull’idea di possesso.

Come Hong Kong e Shanghai (i due teatri nei quali si dipana la vicenda, ambientata durante l’occupazione giapponese della Cina), anche la protagonista Wong Chiah-chih – una straordinaria Tang Wei, ma l’intero cast, per fugare ogni dubbio, è di una bravura strabiliante – è una colonia, controllata di volta in volta dagli uomini che la circondano e che, per un motivo o per l’altro, si trovano a sfruttarne il corpo – tema che ci riporta alla mente, una volta di più, Tempesta di ghiaccio – per i propri scopi. In questo scenario Lee architetta, partendo dal racconto di Eileen Chang, un melodramma fosco, deviato eppure impeccabile: lo stile di Lee, da sempre portato a una messa in scena elegante, si sposa con tale aderenza al tessuto narrativo da impedire di leggere nei movimenti di macchina, nel montaggio ardito (guardate il gioco di campi e controcampi con cui viene risolta la sequenza iniziale del mahjong), qualsiasi arrendevole spinta al manierismo. Tutt’altro, abbiamo l’impressione che poche volte, prima d’ora, Lee si fosse messo in gioco con tale sincerità, sempre mosso da una consapevolezza estrema (dopotutto il rigore è un’altra delle frecce migliori nella sua faretra) ma libero di muoversi al di fuori di qualsivoglia schema predefinito.

Solo ragionando in questo modo si può, a nostro parere, riuscire a comprendere in pieno la scelta di mettere in scena il sesso mostrandolo senza alcun filtro – la seconda parte dell’opera, con la deflagrazione del rapporto tra la protagonista e il collaborazionista che deve essere ucciso, è di un erotismo trasudante, vivido eppure vagamente malato –, evitando il rischio di scambiare tale presa di posizione come puro e semplice voyeurismo fine a se stesso. Perché è proprio su quel punto che si gioca gran parte di ciò che lì si sta cercando di raccontare: il meccanismo del possesso e della finzione all’interno dei rapporti interpersonali. C’è forte il rischio che Lussuria venga male interpretato; sarebbe un peccato, perché di opere di tale dichiarata passione ci sarà sempre bisogno.

Info
Il trailer di Lussuria.

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