Chaos

Chaos chiuse il concorso veneziano del 2007 e, di fatto, la carriera di Youssef Chahine. Un’opera popolare fiammeggiante, anche quando osa più del dovuto.

Hatem il poliziotto

Hatem, capo della polizia del Cairo, è un uomo crudele e corrotto. Suo unico punto debole è l’amore per Nour, per cui sarebbe disposto a tutto, anche a cambiare la propria natura. La donna però non lo ricambia, è infatti innamorata di Cherif, giovane e onesto procuratore distrettuale. L’amore conteso porterà ad esiti drammatici… [sinossi]

L’onore di apporre la parola fine al Concorso dell’edizione veneziana del 2007 è toccato a Youssef Chahine, uno dei grandi vecchi presente al Lido (insieme a Eric Rohmer, Claude Chabrol, Manoel de Oliveira e via discorrendo). Proprio questa peculiarità di essere, suo malgrado, l’ideale chiusura del cerchio della selezione, permette un’analisi generale che sembra opportuna nel percorso di avvicinamento all’oggetto del contendere. Si è avuta l’impressione, al termine della proiezione di Heya fawda/Chaos (opera numero 44 per Chahine, compresi i cortometraggi e i lavori collettivi a cui ha preso parte; da notare come sia accreditato come coregista Khaled Youssef, già al lavoro come sceneggiatore per il maestro del cinema egiziano), che il palpabile malumore che serpeggiava nella sala fosse dettato, più che da una repulsione in senso stretto nei confronti della pellicola – comprensibile, anche e soprattutto in virtù di ciò che segue – da una mancanza di abitudine a determinate derive del cinema popolare.

I detrattori più accesi della tormentata e violenta ossessione del poliziotto (marcio e fascistoide) Hatem verso la dirimpettaia Noura, a sua volta innamorata del Pubblico Ministero di belle speranze Cherif – democratico, giusto, bello e pulito – hanno accusato Chaos di essere un film “vecchio”: non che ci sia un granché da eccepire, ma bisogna cercare di scavare maggiormente in profondità all’interno della questione. Chahine ha sicuramente messo in scena un cinema desueto, probabilmente scomparso (ma chi ha avuto la fortuna di seguire, anche parzialmente, le linee direttrici del cinema prodotto a Il Cairo negli ultimi decenni potrebbe tranquillamente affermare il contrario), e quindi di conseguenza “vecchio”: nel suo deflagrante look popolare, Chaos mescola continuamente le carte, dirazzando di volta in volta dal feuilleton alla storia d’amore, passando per un affresco della società che sembra venir fuori da Raffaello Matarazzo – l’assalto finale alla centrale di polizia da parte della folla inferocita ha in sé una seducente carica naïf, perché mira alla pancia del pubblico e non alla sua testa. Tutti elementi, questi, che fanno di Chahine un regista fuori moda e (forse, ma sarebbe ancora più grave) fuori contesto: l’aggettivo popolare di cui molti critici dell’ultima ora si riempiono la bocca da un lustro a questa parte non comprende, nella sua accezione contemporanea, il melodramma a forti tinte, l’esasperazione degli umori, la semplificazione volutamente estremizzata dei contenuti – ogni sequenza, in Chaos, presenta un’evoluzione dell’azione, in una necessità di accumulo che fotografa con una certa precisione l’essenza primaria dell’opera –, mirando principalmente all’esaltazione di creature di genere “puro” quali l’action, il thriller e l’horror (tra l’altro spesso senza comprenderli a fondo, leggere proprio qui a Venezia del trattamento ricevuto da due splendidi esempi di cinema popolare come Sukiyaki Western Django di Takashi Miike e Mad Detective della coppia To/Wai).

Chahine viene dunque escluso dal gioco e tacciato di banalità, addirittura di piattezza tecnica (accusa, questa, da rigettare con forza: vedete com’è risolto il gioco tra le due celle nei sotterranei della centrale di polizia, con una serie di carrelli che denotano una capacità di affrontare i problemi spaziali non proprio comune). Pur riconoscendo alcuni difetti che in parte inficiano la forza dell’insieme – su tutti, una parte centrale non perfettamente oliata, e un personaggio, Cherif, troppo poco sfaccettato rispetto agli altri -, e consci di come non si stia parlando del lavoro più compiuto dell’autore (sfida ardua, di fronte a una filmografia che conta tra gli altri titoli quali Bab El-Hadid, Saladino e Il destino), viene invece naturale difendere Chaos a spada tratta. Senza preoccuparsi, una volta tanto, di essere considerati vecchi.

Info
Il trailer francese di Chaos.
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