John Rambo

John Rambo

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Tra vecchi cliché e muscoli tirati a lucido, John Rambo, diretto e interpretato da Sylvester Stallone, riesuma l’eroe reaganiano per eccellenza regalando qualche gustosa e liberatoria trovata splatter.

Quel bicipite non mi è nuovo

John Rambo si unisce a un manipolo di mercenari per salvare un gruppo di missionari cristiani rapiti in Birmania, dove infuria un conflitto civile. [sinossi]

Dopo la ricomparsa, sorprendentemente in grande stile, di Rocky in Rocky Balboa, Sylvester Stallone torna in doppia veste di regista e interprete per riesumare l’agguerrito reduce del Vietnam con machete e fascia nei capelli in John Rambo. Un po’ lo aspettavamo al varco, è vero, e il risultato, va detto, non riesce del tutto a convincere. Se infatti Rocky Balboa, pellicola ingenuamente sincera e realisticamente decadente, aggiornava l’eroe proletario italoamericano nell’unica maniera possibile, ovvero lasciando che, stanco e ammaccato, percorresse ancora quel tragitto dagli spogliatoi al ring, per John Rambo il tempo sembra non essere passato: è sempre nella giungla, ha la bandana, il machete e all’occorrenza uccide i cattivi di turno. È vero, ha i capelli tinti e dimostra un’inedita nostalgia di casa, ma i muscoli, almeno dal punto di vista volumetrico, sono ancora lì e in fondo basta fargli imbracciare le armi, mettere un nemico sulla sua strada e il gioco è fatto.

Di fronte a John Rambo non si riesce poi a evitare di fare una mesta considerazione: per Stallone l’industria hollywoodiana non ha ruoli da offrire, per cui non solo deve girarsi i film da solo, e lo fa in maniera più che dignitosa, ma deve anche rassicurare i produttori ripetendo sempre lo stesso ruolo. Dunque rieccolo, Rambo non è mai tornato dal Sud Est Asiatico e risiede ora in Thailandia, dove conduce una vita tranquilla sul fiume, pescando con arco e frecce e catturando cobra. Malauguratamente un giorno sbuca un manipolo di missionari: bramano essere scortati in Birmania, dove infuria la guerra civile, per poter curare i bambini malati e leggere le Sacre Scritture agli indigeni. Dopo aver convinto il riluttante ex reduce del Vietnam, gli evangelizzatori – tra loro c’è anche una donna – si imbarcano sul suo scafo col loro carico di Bibbie, e ha inizio l’avventura. Che si apre con un sanguinoso scontro con dei pirati birmani, anche se poi sembra che tutto vada per il meglio: i filantropi riescono a raggiungere il villaggio e iniziano a curare e predicare. Ma la situazione esplode: un gruppo di indigeni scellerati brucia il villaggio e sequestra i missionari, in attesa che qualcuno venga a reclamarli. Rambo viene a sapere quanto accaduto – in una maniera alquanto forzata dal punto di vista della narrazione – e si precipita in soccorso della donna bianca e dei suoi amici. Con lui, questa volta, viaggiano sulla barca sei mercenari, ingaggiati all’uopo per salvare gli americani caduti in mano nemica. Rambo, dapprima vittima di dileggio cameratesco (lo chiamano anche “barcaiolo”), farà infine la sua parte e forse si riappacificherà anche con le proprie radici.

Eroe per antonomasia dell’epoca reaganiana, John Rambo fa davvero fatica ad adattarsi alla causa birmana; nonostante un’eloquente didascalia di apertura e delle immagini di repertorio che ci riassumono per sommi capi la situazione, di fatto soltanto a battaglia praticamente conclusa, quando arrivano i ribelli, e qualcuno commenta pleonastico “ecco i ribelli!”, capiamo che ci sono dei “buoni” anche in Birmania, e magari non hanno poi tutto questo bisogno degli eroi a stelle e strisce, prezzolati o meno. A parte qualche eccessiva rilassatezza a livello di geopolitica, di fatto il plot del film decolla con un faticoso sfoggio dei soliti clichés narrativi: ecco che l’eroe riluttante proprio non riesce a farsi convincere dal missionario a partecipare all’impresa, ci prova dunque la donna, ma invano. Poi lei ci riprova di notte, sotto la pioggia battente, e con la frase magica “tu hai perso la fede nelle persone”, riesce nell’intento. Una volta dato il via all’avventura, le cose migliorano. Certo, i cattivi sono talmente cattivi da risultare macchiettistici, al perfido comandante si riflettono persino sulle lenti degli occhiali da sole le proprie incendiarie malvagità, e viene anche suggerita una sua tendenza pedofila. In compenso va detto che le scene d’azione in John Rambo sono dure ed efficaci e la regia di Stallone indugia sui corpi dilaniati con il necessario realismo anatomico.

Teste che saltano, tronchi divelti dal resto del corpo, frecce conficcate dritto nel cranio,insomma ogni fantasia di liberatoria vendetta in John Rambo è appagata e gli inseguimenti all’ultimo minuto nella giungla tengono col fiato sospeso fino alla fine. Ma è soltanto con i titoli di coda che il film regala la sua vera sorpresa, quella che vale il biglietto del film, mentre per il nostro eroe muscolare si prospetta una pacificazione con quella patria che in fondo è anche la sua casa.

Info:
Il trailer di John Rambo.

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