La notte non aspetta

La notte non aspetta

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La colorita fauna locale de La notte non aspetta è l’esasperazione delle divisioni etniche, in cui ogni gruppo, fosse anche di due sole persone, rivendica, e allo stesso tempo subisce, la sua unicità, rincorrendo disperatamente il potere, in un vortice senza fine e senza uscita.

La calda notte del detective Ludlow

Il detective Tom Ludlow si sta ancora riprendendo dalla morte della moglie e trova conforto nella bottiglia. Vive nell’oscurità delle strade e, anche se lavora da solo, è in servizio sotto la protezione dell’Ad Vice e del suo leader, l’enigmatico Capitano Jack Wander… [sinossi]

In linea strettamente teorica, La notte non aspetta (Street Kings, 2008) avrebbe tutto al posto giusto: un regista dedito anima e corpo al genere poliziesco – David Ayer, al suo secondo lungometraggio dopo Harsh Times – I giorni dell’odio (Harsh Times, 2005) e, soprattutto, sceneggiatore di S.W.A.T. – Squadra speciale anticrimine (S.W.A.T., 2003) di Clark Johnson, Indagini sporche – Dark blue (Dark blue, 2002) di Ron Shelton e del troppo celebrato Training Day (id., 2001) di Antoine Fuqua -, un cast di uomini duri e un trio di sceneggiatori capeggiato da una delle migliori penne del globo, quel James Ellroy che ci ha regalato pagine indimenticabili, da Le strade dell’innocenza (1984) ad American Tabloid (1995), passando per Dalia nera (1987).

Eppure, il materiale affidato alla regia di Ayer, dalla cosmica corruzione delle forze dell’ordine alla brutalità losangelina, non sembra essere plasmato a dovere, finendo per smarrirsi nelle consuetudini del genere poliziesco: La notte non aspetta, fatta eccezione per alcune sequenze dal forte impatto spettacolare ed emotivo, scivola lentamente e inesorabilmente nel già visto, nel cliché. La corruzione dilagante, che non risparmia nessun livello della polizia, la disperazione del povero tutore dell’ordine abbandonato e perseguitato da tutto e da tutti, la rassegnazione ad un sistema marcio fin dalle fondamenta, l’eroismo involontario di un protagonista minato nel fisico e, soprattutto, nell’animo, la città come teatro di una guerra irrisolvibile, i continui tradimenti di chi si credeva amico, i lancinanti sensi di colpa e via discorrendo sono oramai ingredienti tipici e, come tali, necessitano del giusto dosaggio e di una solida struttura portante: la discesa, con ritorno, negli inferi del perennemente smarrito detective Ludlow, un Keanu Reeves cotto al punto giusto, e la natura luciferina del suo superiore e mentore Jack Wander, un Forest Whitaker dai toni shakespeariani, avanza a colpi di sequenze e di dettagli sanguinolenti (forse gratuiti, sicuramente efficaci), sottraendo forza all’affresco generale.
Del film di Ayer, piuttosto che dei temi ricorrenti di Ellroy, rimangono ben impresse nella memoria la cruda e incalzante sequenza iniziale, che sembra quasi una dichiarazione d’intenti poi disattesa, e alcuni momenti di parossistica violenza, come l’uccisione dell’ex-collega di Ludlow. Los Angeles e i suoi malavitosi, poliziotti e non, vengono rappresentati con crudezza, in salsa hip hop, senza riuscire ad avere un reale respiro epico: più interessante, allora, la frammentazione esasperata dei microcosmi culturali e razziali. La colorita fauna locale de La notte non aspetta è l’esasperazione delle divisioni etniche, in cui ogni gruppo, fosse anche di due sole persone, rivendica, e allo stesso tempo subisce, la sua unicità, rincorrendo disperatamente il potere, in un vortice senza fine e senza uscita.

Fatti i conti, La notte non aspetta appare un’occasione mancata, un tentativo più che rispettabile di un regista-sceneggiatore che cerca la definitiva consacrazione, ma che necessità, per lungometraggi futuri, di sostanziali aggiustamenti e, probabilmente, di un soggetto meno complesso e stratificato, di una scrittura meno ingombrante, di una personalità meno soffocante di quella di James Ellroy.

Info
Il trailer italiano de La notte non aspetta.
Il sito italiano de La notte non aspetta.
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