Che la fine abbia inizio

Che la fine abbia inizio

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Che la fine abbia inizio di Nelson McCormick, remake di un classico (per quanto stanco) del 1980, certifica lo stato di crisi dell’horror a Hollywood e dintorni. Una crisi di idee, ma anche e soprattutto di immaginario.

C’era una volta l’horror

L’adolescente Donna Keppel sopravvive al massacro della sua famiglia ad opera di Richard Fenton, un suo professore che già da tempo la importunava; molto tempo dopo, Donna è giunta all’ultimo anno di scuola, e si appresta a partecipare al ballo di fine anno con il fidanzato Bobby. Nessuno però è al corrente che Fenton è fuggito dall’ospedale psichiatrico, ma soprattutto che la sua ossessione per Donna non si è affatto sopita… [sinossi]

1980: c’era una volta Prom Night (in Italia, per la gloria dell’originalità dei titoli, Non entrate in quella casa), mediocre horror diretto da Paul Lynch, che cercava di sfruttare le già stanche risorse, come “regina dell’urlo”, di Jamie Lee Curtis e che val la pena ricordare solo per la presenza in scena di un convincente Leslie Nielsen.
2008: c’è oggi Prom Night, tradotto stavolta in Che la fine abbia inizio (saranno anche passati gli anni, ma i titolisti italiani sono sempre in grande spolvero…); e verrebbe da dire “c’era una volta l’horror”. Al film di Nelson McCormick, un numero spropositato di regie televisive sul groppone, non va imputato tanto il grave crimine di non avere molto da dire in chiave di trama e di intuizioni registiche (da un horror in uscita nel bel mezzo dell’estate sarebbe davvero pretendere troppo, probabilmente, tranne rare eccezioni), ma di pretendersi metteur en scene di un genere che non sa minimamente maneggiare. L’horror emanato da Prom Night – ma sarebbe più doveroso chiamarlo thriller, visto che di elementi soprannaturali, al di là dell’incomprensibile dono dell’ubiquità del cattivo di turno, non ce ne vengono in mente molti – è qualcosa di estremamente artificioso, artefatto; qualcosa che sa di falso da lontano un miglio.Nella totale noncuranza con cui sono gestite le dinamiche tra i personaggi, McCormick e il suo sceneggiatore J.S. Cardone si sono completamente dimenticati di una piccola, fondamentale, regola che muove le coordinate del genere: l’empatia che si deve creare tra il pubblico e i protagonisti della vicenda. In Prom Night si assiste a una carneficina che ci passa addosso neanche fosse acqua: un percorso completamente indolore, che finisce per trascinare anche il più appassionato cultore del thriller nella noia più annichilente.

Perché alla fin fine ciò che rimane davanti agli occhi è una mattanza di giovani pulite e belle figlie dell’alta borghesia che procede per inerzia, senza una reale motivazione e senza che si provi la benché minima pietà verso le succitate donzelle. L’aspetto terraceo, sanguigno, carnale del trhiller, l’elemento terrificante, perfino il sangue: tutto in Prom Night viene anestetizzato e cancellato, forse per evitare censure di chissà quale tipo. Ma allora viene davvero da chiedersi il perché di una scelta del genere: se non si ha il coraggio di osare visivamente neanche quando si ha tra le mani un giocattolone “costretto” a essere debordante, esagerato, sfrenatamente malvagio, che senso ha mettere le mani su un soggetto del genere?
Un completo tonfo nell’acqua, palese e preoccupante dimostrazione di insincerità artistica, per un prodotto che andrebbe dimenticato in fretta e furia. E così probabilmente sarà, nella speranza che a nessuno venga in mente, da qui ai prossimi anni, di dover rivalutare anche squallidi episodi di questa risma.

Info
Il trailer di Che la fine abbia inizio.
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