12

Nikita Michalkov con 12 rilegge La parola ai giurati, scegliendo come imputato un ragazzo ceceno. Ne viene fuori un ritratto aspramente critico della Russia putiniana e della sua politica repressiva nei confronti della Cecenia.

Amici tra i nemici, nemici tra gli amici

Dodici giurati devono decidere all’unanimità la sorte di un giovane ceceno accusato di parricidio. Una condanna che sembra scontata, ma la certezza della pena viene messa in dubbio da un giurato che, poco a poco, convince gli altri a rivedere le proprie posizioni… [sinossi]

Ammettiamo di esserci avvicinati a 12, ultima creatura partorita dal sessantatreenne Nikita Michalkov, con una serie di dubbi e qualche pregiudizio. Non ci siamo mai posti, a essere sinceri, tra gli esegeti del cineasta russo: da una lato un certo narcisismo autofagocitante, che inficia nettamente la portata della maggior parte delle sue opere (non ultimo Il barbiere di Siberia, il film più vicino temporalmente a 12 – per quanto vi sia tra i due un buco nero di quasi dieci anni), ci aveva messo sull’avviso. Dall’altro a tenerci a una certa distanza (oseremmo quasi definirla “di sicurezza”) erano state le dichiarazioni sulla situazione politica russa che Michalkov aveva avuto modo di esprimere in non poche occasioni pubbliche.
Possiamo dunque senz’ombra di dubbio definirci “sorpresi” da un’opera come 12; tratto dalla celeberrima piéce omonima di Reginald Rose, da cui fu desunto anche il capolavoro di Sidney Lumet La parola ai giurati (12 Angry Men, 1957) e un film-tv firmato da William Friedkin nel 1997, 12 è un’incursione nelle ferite aperte della Russia contemporanea.
Usando come McGuffin le riflessioni a cui sono portati i giurati nel decidere la sorte di un adolescente ceceno accusato dell’omicidio volontario del patrigno, Michalkov traccia un diagramma – sull’esattezza del quale, ovviamente, non ci sbilanciamo, ma che appare piuttosto ramificato – delle contraddizioni, dei pregi e dei difetti dei russi del nuovo millennio. Così agendo ovviamente apre il fianco a una serie di digressioni più o meno qualunquiste, ma non si può non riconoscere a colui che fu l’autore di Un giorno tranquillo alla fine della guerra (Spokoyniy den v kontse voiny, 1970), Amico tra i nemici, nemico tra gli amici (Svoy sredi chuzhikh, chuzhoi sredi svoikh, 1974) e Partitura incompiuta per pianola meccanica (Neokonchennaya piesa dlia mekhanicheskogo pianino, 1977), una virata non priva di coraggio rispetto alle secche nelle quali sembrava aggirarsi il suo cinema negli ultimi anni.

Il racconto è avvincente, grazie anche a uno stuolo di attori di estrazione teatrale, e perfino l’ipertrofia narrativa (il film si dipana lungo due ore e mezza abbondanti) sembra sempre perfettamente gestita. Ciò che ci preme rimarcare, è soprattutto il modo in cui Michalkov si avvicina allo spinoso problema della guerra in Cecenia: pur cadendo con una certa facilità in una serie di stereotipi che sembrano quasi un inno al mito del buon selvaggio, ammirevole ci appare la scelta di mostrare la ferocia con cui il governo russo porta avanti la criminosa campagna cecena, vero e proprio scandalo politico della Russia putiniana.
Non ci vengono risparmiate inquadrature di bombardamenti insensati, carri armati lanciati contro le case dei civili e si punta il dito contro il razzismo che anima buona parte dei pensieri dei russi nei confronti della popolazione di Groznyj e dintorni. Se a conti fatti era quasi scontato l’apparentamento tra il ragazzo di colore nell’America degli anni ’50 e il giovane ceceno nella Russia di oggi, la decisione di abbandonare le unità aristoteliche di tempo/luogo/azione per aprire gli occhi su una realtà troppo spesso taciuta dal mondo artistico moscovita è sicuramente un segnale forte di rottura con il passato (michalkoviano), che non andrebbe assolutamente sottovalutato.
Se si possa ipotizzare una nuova fase nella carriera autoriale di Michalkov è quesito che probabilmente lascia il tempo che trova. Ciò che ci interessa, in questo  momento, è rimarcare la sensazione di (piacevole) sorpresa che 12 ci ha donato; che il cinema russo (vedi anche l’Aleksandr Sokurov di Alexandra) stia iniziando a recitare il doveroso e tardivo mea culpa sul silenzio in cui era stata avvolta la tragedia cecena? Se così fosse siamo disposti a perdonare a Michalkov anche le (ri)cadute nel narcisismo cui facevamo riferimento in principio – si veda il lungo pistolotto finale, in cui è lo stesso regista (a sua volta attore) a permettersi una digressione morale che lambisce i bordi del sopportabile.
Come si suol dire, “ai posteri” ecc., ecc.

Info
Il trailer italiano di 12.
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