La canzone più triste del mondo

La canzone più triste del mondo

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Tra squarci espressionisti, filologiche riprese degli agit-prop della scuola sovietica e incursioni traboccanti di pathos nel realismo francese La canzone più triste del mondo di Guy Maddin compone un sublime e articolato canto in onore del cinema che fu.

Fate largo all’avanguardia

Cinque anni, questo il tempo intercorso tra la realizzazione de La canzone più triste del mondo e la sua distribuzione nel nostro paese. Non che la cosa ci abbia stupito particolarmente, su questo siamo sinceri; anzi, casomai è il suo approdo sui grandi schermi italiani a creare un corto circuito del tutto inaspettato e a suo modo sorprendente. Nel panorama paludato del palinsesto a cavallo tra giugno e settembre, dove l’ultimo riflusso delle pellicole provenienti da Cannes e l’attacco all’arma bianca di quelle spinte alla conquista di Venezia rappresentano bene i confini di una terra di mezzo, wilderness in cui le regole sembrano estinguersi e tutto, come in un’orgia carnevalesca, è improvvisamente concesso, solitamente si viene inondati da una pletora di horror e thriller destinati fin dal loro concepimento a rappresentare opere di seconda fascia, appaiati di quando in quando al blockbuster di turno.

In questo orizzonte tutt’altro che esaltante, La canzone più triste del mondo si pone dunque come la più classica delle mosche bianche: in Italia non molti hanno, purtroppo, dimestichezza con il cinema di Guy Maddin. Il cinquantaduenne regista canadese ha alle spalle venti e passa anni di ardite sperimentazioni cinematografiche, in cui lo spazio tempo sembra raggelarsi sia da un punto di vista contenutistico che strettamente tecnico. L’opera di Maddin si propone come un sublime e articolato canto in onore del cinema che fu: tra squarci espressionisti, filologiche riprese degli agit-prop della scuola sovietica, e incursioni dolorose e traboccanti di pathos nel realismo francese, il suo cinema rappresenta un caso unico nell’intera storia della settima arte.

Per chi dovesse uscire scioccato dalla visione di un gioiello come La canzone più triste del mondo, teniamo a precisare come non si tratti neanche della sua creatura più estrema; qui lo sviluppo narrativo ha una sequenza lineare e coerente (per quanto non manchino grandiose deviazioni surreali) e il tutto, complice anche il palese omaggio al cinema classico hollywoodiano degli anni ’30 (tra inquadrature prese in prestito da Frank Capra e rimandi tanto alla grottesca e stralunata posa dei fratelli Marx quanto alle commedie di Gregory LaCava) si dimostra decisamente più assimilabile anche per un pubblico non edotto. Ci piacerebbe vedere i volti e le espressioni del medesimo pubblico di fronte ai lungometraggi muti di Maddin, Dracula, Pages From a Virgin’s Diary, Cowards Bend the Knee e soprattutto Brand Upon the Brain, forse a tutt’oggi il suo capolavoro.

Ma sarebbe riduttivo e ingiusto ridurre l’intera portata visionaria di un film come La canzone più triste del mondo a un mero elenco di citazioni e di rimandi cinematografici. Operazione vuota e altamente rischiosa, soprattutto considerando come non vi sia, dietro la messa in scena architettata con certosina precisione dal cineasta di Manitoba, alcuna velleità citazionista; non è un “semplice” e astuto gioco cinefilo, quello imbastito da Maddin, né una fredda – per quanto esatta – dimostrazione di inadattabilità al nostro tempo. Nella grana sporca e cromaticamente arzigogolata (notevole il lavoro fotografico di Luc Montpellier, che passa da bianchi e neri usurati dal tempo, a monocromi virati verso il blu e il verde per poi deflagrare definitivamente con rossi vividi e pulsanti che riportano alla mente Kenneth Anger; ma è da rimarcare l’operato dell’intero cast tecnico, posto di fronte a una sfida sicuramente non semplice da affrontare) è nascosto il senso ultimo dell’approccio cinematografico che Maddin sta perfezionando, opera dopo opera, da ben venti anni. L’universo che Maddin dipinge è vivo, carico di un pathos benefico e totalizzante, pianeta a sé stante che non ha alcuna intenzione di lasciarsi sedurre dall’asettica malìa della perfezione estetica; ciò a cui si assiste è uno spettacolo in divenire in cui il cinema diventa ruota portante dell’intero ingranaggio, elemento essenziale di un mondo meraviglioso. Quella di Maddin è un’arte che sarebbe stata amata alla follia da Antonin Artaud, ne siamo certi, e che purtroppo oggi come oggi rischia di essere scambiata per semplice appendice singolare a quella che è diventata la prassi, la norma, il luogo comune del cinema mondiale.

Nel suo essere splendidamente impossibile da inquadrare e da far sottostare a regole ferree, un film come La canzone più triste del mondo, è probabilmente destinato a essere sparato nel mucchio, nella speranza che nessuno si accorga della sua esistenza. Perché, a suo modo, è un film doloroso, che apre una piaga nel fianco del cinema istituzionale e, come il sale sulle ferite, lo stuzzica, lo irrita, lo costringe a grattarsi fino a farsi male. E questo è per noi già molto più di quanto solitamente ci permettiamo di chiedere a un’opera cinematografica. Potrà farvi arrabbiare, infastidirvi, creare acute crisi di rigetto, La canzone più triste del mondo, ma ignorarlo è un crimine del quale dovete cercare in tutti i modi di non sentirvi complici.

Info
Il trailer de La canzone più triste del mondo.
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