Rogue – Il solitario

Rogue – Il solitario

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Ci vuole un finale a sorpresa per tenere a galla e dare un senso a un action-thriller come Rogue – Il solitario, perché di originale nello script firmato dalla coppia Lee Anthony Smith e Gregory J. Bradley c’è veramente poco.

Solo per vendetta

Quando il suo collega viene brutalmente assassinato dall’ignobile killer Rogue, l’agente dell’FBI Jack Crawford giura di trovare l’inafferrabile assassino e di vendicare personalmente la morte del suo amico. Ma Rogue è introvabile, almeno fino a quando non ricompare tre anni dopo, per infiammare una sanguinaria guerra per il territorio tra Chang, il capo della mafia cinese, e Shiro, il boss giapponese della Yakuza. Desideroso di catturare Rogue una volta per tutte, Crawford si getta a capofitto nel conflitto assieme al suo team di specialisti del crimine. Ma la sete di vendetta di Crawford mette in serio pericolo il suo giudizio professionale e in un’escalation di violenza, Crawford finalmente si trova faccia a faccia con il suo nemico, solo allora capirà che nulla riguardo a Rogue o al suo piano è ciò che sembra… [sinossi]

Ci vuole un finale a sorpresa per tenere a galla e dare un senso a un action-thriller come Rogue – Il solitario, perché di originale nello script firmato dalla coppia Lee Anthony Smith e Gregory J. Bradley c’è veramente poco, se non la bravura del duo nell’andare ad incastrare storie, personaggi e situazioni che provocano allo spettatore quella fastidiosissima sensazione di dejà vu. Così trovarsi di fronte all’ennesima caccia all’uomo che lascia dietro di sé una lunga scia di cadaveri imbottiti di piombo e di corpi accarezzati poco dolcemente da lame affilate, in un continuo mescolare le carte in tavola per provare in tutti i modi possibili ad imbrogliare la platea, non può che finire con un buco nell’acqua. E se a dirigere una pellicola come questa viene chiamato un apprezzato regista di spot e videoclip di nome Philip G. Atwell (al suo attivo ben otto MTV Music Video Awards e altre venti nomination per i video di Eminem, Tupac e 50 Cent), affidando poi al guru delle coreografie Cory Yuen il compito di disegnare geometrie marziali dall’alto tasso adrenalinico su una coppia di interpreti tipo Jet Li e Jason Statham, allora quella che poteva essere sola una sensazione diventa inevitabilmente una certezza.

Un plot che snodando i fili della sua rete in doppi giochi, scontri a fuoco, inseguimenti e lotte per il potere tra famiglie rivali della mafia appartenenti alla Yakuza e alle Triadi, finisce con riportare alla mente di chi questo genere di cinema lo mastica abitualmente a un numero incalcolabile di pellicole made in Asia, o a quelle che in un passato non troppo remoto sono approdate sugli schermi nostrani presentandosi con un’etichetta occidentale: dalle produzioni transalpine targate Besson-Europa Corp. a quelle a stelle e strisce alla Romeo deve morire, con le quali è impossibile non fare i conti non solo dal punto di vista della sceneggiatura ma anche da quello più strettamente tecnico. Si finisce col perdersi nel gioco ossessivo dei rimandi e dei paragoni a causa dei troppi punti in comune tra action movie che, dalla rivoluzione waichoskiana, sembrano fatti con lo stampino. Dissestato e fumettistico sul piano narrativo, con accumulo di evasioni, combattimenti corpo a corpo letali, omicidi efferati e fiumi di sangue, Rogue non sfugge a questo gioco perverso richiamando alla mente tanto il già citato esordio del polacco Andrzej Bartkowiak del 2000 quanto il killer solitario interpretato da Mark Dacascos nel 1995 in Crying Freeman di Christophe Gans. Ma l’elenco dei titoli si allarga a macchia d’olio se si mettono insieme i tasselli che vanno a comporre il cast and crew del film di Atwell, a cominciare naturalmente dal duetto protagonista che con Jet Li e Jason Statham riporta a galla le performance acrobatico-marziali viste nei vari The Transporter, The One, Amici per la morte, Danny the Dog ecc…; non a caso tutti coreografati da un immenso Cory Yuen, che come suo solito regala spettacolo tutte le volte che Atwell gli lascia il timone e il risultato si vede immediatamente, basta pensare alla sequenza iniziale e alle sette-otto sequenze elaborate sparpagliate qua e là nel film con il compito di sparare nelle vene dello spettatore dosi massicce di azione e adrenalina.

Da parte sua Atwell sposa in pieno il caos visivo tipico di un Bay o di un Kaosayananda per tappare i buchi narrativi di una sceneggiatura che si dimostra tale solo a cinque minuti dalla fine, avvalendosi di una devastante sequela di stacchi ritmati che confluiscono in un montaggio epilettico pompato e alimentato senza sosta da musica, dove i dialoghi sono souvenir abbandonati in soffitta e le scene d’azione sono l’unica zattera sulla quale salire per evitare di annegare.

Info
Il trailer di Rogue – Il solitario.

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