Beket

Davide Manuli torna al cinema con Beket, omaggiando Aspettando Godot. Un film alieno, come il cinema di un regista prezioso.

L’attesa

Freak e Jajà si trovano in una terra di nessuno, senza data né tempo. L’uomo non abita più il pianeta. Solo qualche strano personaggio sopravvissuto appare raramente. I due protagonisti si incontrano ad una fermata del bus in mezzo al nulla, senza conoscersi. Il bus arriva, ma non si ferma. Era il bus che portava a GODOT, il Dio che si è manifestato al di là della montagna sotto forma di sonorità musicale. Avendo perso il bus, Freak e Jajà decidono allora di cercarlo a piedi. Iniziano così un viaggio che farà loro incontrare i bizzarri personaggi che abitano questa landa. Troveranno un mariachi cantastorie, due attori che recitano Adamo ed Eva in mezzo ad un lago salato, un bambino che sembra il “magico” portavoce di Godot, un oracolo che vive sulla torre d’estrazione di una miniera abbandonata… ed infine una ragazza solitaria che vive sulle rive di un mare. [sinossi]
Tutto vecchio. Nient’altro mai.
Sempre tentato. Sempre fallito.
Non importa.
Tentare di nuovo. Fallire di nuovo.
Fallire meglio.
Samuel Beckett

Uno dei più grandi pregi di Beket, l’opera seconda sulla lunga distanza di quel Davide Manuli che folgorò letteralmente l’impantanato cinema italiano, colpendolo con precisione e violenza con Girotondo, giro attorno al mondo, esordio slabbrato, crudele e dolcissimo, urlante, disperato e doveroso come raramente ci è capitato di vedere di recente, – ma non solo, ma non solo – è che ti mette ripetutamente e clamorosamente in crisi. Una crisi che si può affrontare in due modi: la prima è quella di negare l’esistenza di un film come Beket, una pellicola che non raggiungerà mai il grande pubblico e che è fin troppo facile immaginare destinata a un percorso laterale, ghettizzante e ingiusto. Un crimine compiuto non solo verso un prodotto artistico, ma anche e soprattutto verso il pubblico stesso; e sì, perché l’altra reazione possibile alla crisi è quella di accettare Beket, di lasciarsi penetrare sottopelle dalla sua essenza, minuto dopo minuto, fotogramma dopo fotogramma. Una scelta non facile, ne conveniamo, ma che assicura, a chi avrà la pazienza e la volontà di non lasciarsi abbindolare dall’ipotesi di una fuga facile e indolore, uno sconvolgimento emotivo e sensoriale prima ancora che un appagamento intellettuale.

È un film beckettiano, si dirà, sempre che questa aggettivazione possa realmente avere un senso: ed è forse anche giusto che si affermi questo, ma sempre con la consapevolezza della relatività di ciò che si sta dicendo. Perché Beket, viaggio allegorico e straniante, nasce sì da Aspettando Godot – apparentamento mai negato, ma semmai evidenziato, sottolineato, perfino insistito, come nella ripresa del celebre incontro con il ragazzo che informa i due che “Godot oggi non verrà, verrà domani” – ma se lo perde ben presto di strada. Manuli lo tiene sempre accanto a sè, neanche fosse una reliquia o una bibbia pagana, ma non si lascia mai sopraffare dalla suggestione del testo, dall’imponenza e dall’importanza di ciò che venne scritto e rappresentato tra la fine degli anni quaranta e il 1953; il regista di Inauditi – Inuit! mette in scena i suoi due protagonisti (attoniti e commoventi Luciano Curreli e Jerome Duranteau, entrambi già presenti in Girotondo, giro attorno al mondo) e poi li lascia liberi di muoversi in questa Sardegna inedita, non-luogo brullo, disadorno e apparentemente infinito, proprio come Beket. Scarnificando al massimo la prassi cinematografica, tornando a una purezza francescana che è estremo limite raggiungibile nell’imborghesita apatia contemporanea (il film è girato con pochissimi mezzi, una troupe ridotta all’osso e una fotografia naturale, curata in maniera eccelsa da Tarek Ben Abdallah, già all’opera su Giro di lune tra terra e mare di Giuseppe M. Gaudino e Gas di Luciano Melchionna) Davide Manuli compie una netta cesura con il resto del panorama nostrano.

C’è chi ha tirato in ballo, dopo aver visto Beket, nomi quali quelli di Ciprì e Maresco: accostamento quantomai improvvido, a nostro modo di vedere, e che non riesce a cogliere il reale senso di un film come quello portato a termine da Manuli. Perché Beket non è un progetto anomalo rispetto a ciò che siamo abituati a vedere in Italia – discorso che potrebbe essere altresì valido per gli autori di Totò che visse due volte –, ma qualcosa di estremamente diverso: è un passo più in là, uno scarto ulteriore, la semplice esibizione di una poetica sinceramente libera da qualsiasi compromesso. Migliaia potrebbero essere i riferimenti, consci o meno, che la pellicola emana, ma ci sembra scorretto ridurre Beket a un accumulo di citazioni, retaggio semmai incancrenito di una vena critica che Manuli non sembra avere alcuna voglia di alimentare. Nell’estrema sincerità e purezza del suo cinema – e teniamo a ribadire ulteriormente questi due aggettivi – si racchiude un mondo che sa d’antico, un approccio al cinema che è in prima istanza necessaria e dolorosa autoanalisi, alla quale non può sottrarsi nessun membro della troupe, nessuno degli interpreti. È per questo che ci strazia il monologo di Jerome Duranteau sulla perdita della propria famiglia, perché riusciamo a scorgere, alle spalle di una sequenza non più nè meno “esatta” delle precedenti e di quelle che seguiranno, una verità che ci viene regalata, e alla quale non abbiamo armi per contrapporre il nostro volere. Ci ritroviamo sperduti in uno spazio senza più spazio, in un sublime utilizzo del fuoricampo e della reiterazione – quel movimento a scorgere il nulla, seguito con perfido rigore da uno stacco sul nero, o lo stupendo dialogo con Fabrizio Gifuni in campo e i due al bordo dell’inquadratura, fuori per un niente, fuori nel niente – con gli occhi fissi su delle figure umane che agiscono sempre per sé stesse, finendo per donarsi completamente a noi, nella tragedia come nell’ironia (Roberto “Freak” Antoni che ripesca dal repertorio degli Skiantos Gelati e Sono buono, Oracolo postmoderno).

Ed è così che la metafora della vita arriva veramente a colpire nel segno, più ancora del finale in cui si evidenzia la vacuità dell’essere (chi è ora dei due a raccontare la storia dei ladroni che morirono con Gesù?) e l’insospettabile, angosciosa normalità dell’esistenza. Se vivessimo nella terra dei sogni, Davide Manuli verrebbe considerato un maestro, uno dei più grandi cineasti che la storia italiana rammenti: nella speranza che non si debbano attendere ora altri dieci anni per incontrare di nuovo la sua arte, facciamo sì che il passaparola su Beket inizi a girare.
Per evitare un finale in cui i protagonisti sono fermi, al centro della scena, e si dicono l’un l’altro “andiamo, andiamo”…

Info
Il trailer di Beket.
  • beket-2008-davide-manuli-01.jpg

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