Orfeo 9

Orfeo 9

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Opera rock piena di ingenuità e sgrammaticature del linguaggio cinematografico, Orfeo 9 di Tito Schipa Jr. va necessariamente letto saltando a pie’ pari il mero giudizio critico ed estetico. Film evento di chiusura del Festival di Venezia 2008.

Euridice rock

Dal mito di Orfeo ed Euridice. Stavolta il giovane Orfeo deve riscattare la sua donna da un altro genere d’inferno, quello della droga, ed è blandito da un inquietante e seducente “venditore”… [sinossi]
La chiamano arte bianca la pagnotta
Edoardo Nevola, Orfeo 9

Chissà se trentacinque anni fa, nel 1973, Tito Schipa Jr. si sarebbe mai aspettato che Orfeo 9, quella bislacca opera rock che aveva appena finito di girare per conto della RAI, un giorno sarebbe stato scelto come film evento di chiusura della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Noi siamo pronti a scommettere di no, ma non si sa mai; certo è che la visione di Orfeo 9 è qualcosa di realmente destabilizzante per il 2008, e non per ragioni squisitamente estetiche.

Orfeo 9 non è certo un film perfetto: al contrario, è zeppo di refusi, di ingenuità, di barbari movimenti di macchina conditi da una recitazione esageratamente teatrale, in alcuni casi straordinariamente inespressiva. Insomma, si correrebbe fortemente il rischio di sbattere la porta in faccia a Tito Schipa Jr. (personaggio quantomai eccentrico nel panorama culturale italiano, autore di opere rock, musical, adattamenti in chiave contemporanea di opere liriche, regista di documentari, compositore di colonne sonore e chi più ne ha più ne metta) e di voltare in fretta e furia le spalle alla sua creatura. Lo ammettiamo, siamo stati tentati all’insubordinazione anche noi, in quel primo quarto d’ora in cui, al di là della presentazione (in studio) dei cori – e che impressione la giovanissima Loredana Bertè! -, veniva mostrata al mondo la comune hippie più ridicola che storia del cinema rammenti. Ma sarebbe stato un errore non da poco, una leggerezza pericolosa: perché un film come Orfeo 9 va necessariamente letto saltando a pie’ pari il mero giudizio critico ed estetico, e cercando di comprenderne l’importanza produttiva. Stiamo parlando della prima opera rock italiana e della prima opera rock al mondo a essere rappresentata in un teatro (nel 1970, al Sistina di Roma): non solo, Orfeo 9 irrompe sulle scene cinematografiche senza ancora avere, materialmente, un immaginario di riferimento al quale potersi affidare. Tommy arriverà solo nel 1975 (casualità per casualità, proprio l’anno in cui la RAI decide di scongelare Orfeo 9 e di trasmetterlo sul secondo canale, tra i “programmi sperimentali”: fin troppo fortunato fu Schipa, a giudicare dal trattamento ricevuto da altre opere prodotte dalla televisione di stato e censurate, vedi il dittico Michele alla ricerca della felicità/Dinni e la Normalina di Alberto Grifi), tanto per fare un esempio: insomma, Tito Schipa Jr. mette in scena il suo personale adattamento del mito di Orfeo ed Euridice dovendosi inventare letteralmente una grammatica cinematografica da zero.

Il risultato è decisamente altalenante, per quanto non manchino momenti maggiormente ispirati, soprattutto nella seconda parte, quando viene finalmente abbandonato lo scenario dei figli dei fiori (che, e lo ripetiamo, grida ripetutamente vendetta) e ci si avvicina a timbriche più oscure, cariche d’angoscia e sottilmente paranoidi, grazie anche all’irruzione in scena del personaggio interpretato da un ambiguo e sibillino Renato Zero, dalla voce ancora acerba ma dotato già di una notevolissima presenza scenica – che poi la voce in seguito la abbia dosata meglio ma ripetutamente sprecata, è fattore che in questo momento ci interessa poco. Le composizioni sono un incrocio tra un folk piuttosto piattino e il prog che in Italia iniziava ad attecchire e che avrebbe trovato nelle nostre terre un seguito incredibilmente composito e coerente: nulla di epocale, ma qualche bel momento non manca (notevole il blues infernale del pre-finale).

Impossibile dunque acclamare Orfeo 9 come un capolavoro finalmente dissepolto dalle casseforti del tempo (come fu, nell’edizione del 2004, per lo splendido Colpo di stato di Luciano Salce), ma al tempo stesso sbagliato non comprenderne le interessanti chiavi di lettura e l’importanza storica. Perché a fronte di un cinema italiano che ripete in maniera pedissequa e cialtrona sé stesso, e che scade nel cattivo gusto senza colpo ferire (e i nomi di Ozpetek e Avati non li usiamo certo a caso in questa occasione), pagheremmo oro per poterci gustare al cinema un film come Orfeo 9, figlio imperfetto di un’epoca d’oro nella quale le produzioni avevano quantomeno il coraggio o la spregiudicatezza di osare, saltando di palo in frasca, da un genere all’altro. Perché, guardiamoci negli occhi: per vedere un’opera rock italiana siamo costretti a ripescare un film di trentacinque anni fa. Meditate, gente, meditate…

Info
Il sito ufficiale di Orfeo 9.
Il trailer di Orfeo 9.
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