Les Plages d’Agnès

Les Plages d’Agnès

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Dal fuori concorso di Venezia 65, l’ultimo parto creativo di Agnès Varda, Les plages d’Agnès, un viaggio nella propria memoria cinefila, affettiva, storica. Una gemma pura.

Agnès V. par Agnès V.

Autoritratto della più celebre tra le fotografe, registe e femministe francesi. Agnès Varda risale il fiume dei tempi in barca a vela, percorre al contrario il percorso dei suoi ottant’anni e offre il suo punto di vista sul proprio cinema… [sinossi]

Una considerazione ci sta ronzando nel cervello, in maniera via via sempre più persistente, dal termine della proiezione di Les Plages d’Agnès, quarantacinquesima opera (dividere l’arte della Varda tra lunghi, corti e videoistallazioni ci sembra una forzatura veramente fuori luogo, totalmente estranea alle intenzioni stesse dell’autrice) di questa splendida ottantenne: il suo cinema è “null’altro” – e mai termine ha più meritato di essere confinato tra le virgolette – che un atto di autoanalisi e di amore verso le persone care. Certo, lo spettro nascosto dietro ogni singola inquadratura filmata dalla Varda è sempre Jacques Demy, marito/compagno/amico/collega con il quale la cineasta ha formato una delle coppie più indissolubili del cinema mondiale, ma l’impressione è che sia da scorgere, in profondità, un universo composto di visi anonimi eppur familiari, punteggiato anche nelle derive spinte in maniera maggiormente decisa verso l’aura fictionale di un autobiografismo sottile, caldo, melanconico e giocoso allo stesso tempo. Il cinema come elemento ludico, come fu già nel pedinamento in tempo reale di Cléo dalle 5 alle 7 e com’è ancora oggi.
In mano a qualsiasi altro regista, Les Plages d’Agnès, collocato nel Fuori Concorso di Venezia 65 – ma avremmo voluto che potesse concorrere per il Leone d’Oro, così come l’altra grande autrice francese Claire Denis, il cui 35 Rhums cresce giorno dopo giorno nelle nostre sinapsi critiche -, si sarebbe da subito trasformato in un tronfio peana di autocompiacimento, ideale e bolso testamento artistico, résumé tra il patetico e il nostalgico delle glorie del tempo che fu. Invece la Varda, unendo alla propria indistruttibile sagacia (solo quando si sofferma sull’amato Demy non riesce a sfoggiare il suo celeberrimo sorriso, arrivando addirittura a sfiorare le lacrime) il gusto fotografico che da sempre la accompagna e che rappresenta, anche oltre il già citato fascino autobiografico, la vera cifra stilistica del suo cinema, riesce nell’arduo compito di portare a termine una composizione reale e artefatta allo stesso tempo, un documenteur, per usare un neologismo che la regista usò come titolo di una delle sue opere più misconosciute, documentitore che ci dice tutta la verità, nient’altro che la verità, offrendocela però su piatti addobbati in fogge sempre diverse, (ri)costruite, a tratti quasi enigmatiche.

Dopotutto è proprio la Varda a iniziarci alla sua opera mettendoci davanti a uno stratificato gioco di specchi. Quelle spiagge che meglio di ogni altro elemento naturale e paesaggistico hanno rappresentato la metafora della sua esistenza, possiamo scorgerle solo nel riflesso della loro essenza, vitreo compromesso con la realtà; realtà che la Varda non ci ha mai celato, e della quale non ci priva neanche in questo viaggio iniziatico/finale, trasportandoci dalle memorie infantili – probabilmente il segmento cinematografico più straziante e divertente dell’intero film, ennesimo gioco sul paradosso dell’autrice – fino all’affermazione internazionale, dalle amicizie giovanili fino all’amore con Demy e alla liason artistica con Jane Birkin, vero e proprio alter ego, così come Catherine Deneuve si trasformava, nelle mani di Jacques Demy, nell’adorata consorte. Cinema che si fa reale e realtà che imita dannatamente il cinema, fino alle estreme conseguenze: Varda torna sulle tracce dei suoi esordi, recupera dagli abissi del tempo gli attori non professionisti che apparivano nel suo primo lungometraggio del 1954, La Pointe Courte, torna sui luoghi delle peregrinazioni e degli esili volontari, sulle spiagge del nord così profondamente vissute, sui gatti (e l’invenzione di Chris Marker nelle fogge di felino animato è degna delle comiche di un tempo, proprio come la Birkin e Laura Betti a interpretare Stanlio e Ollio in Jane B. par Agnès V.). Riprende la sua famiglia, i suoi amici più cari, dona nuova vita attraverso il montaggio a coloro che sono morti, in una “camera verde” personale che assomiglia sempre più da vicino alla camera oscura in cui, solitaria, stampava le sue prime fotografie.
Perché Agnès Varda probabilmente è la versione in carne e ossa del celebre slogan godardiano “il cinema è vita a 24 fotogrammi al secondo”: lei, con il passare del tempo, ne è diventata consapevole e oggi, alla soglia degli ottant’anni, ci apre per l’ennesima volta le porte della sua casa/cinema, in cui le pareti sono i fotogrammi dei film che ha girato e, dunque, della vita che ha vissuto.

Info
Les plages d’Agnès su Allociné.
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