Perfect Life

Perfect Life

di

L’insistita estetica low-budget e il ritratto di una Cina contemporanea sempre più crudele e monadistica non riescono a fare di Perfect Life, seconda regia di Emily Tang, una degna emula di Jia Zhangke, qui nelle vesti di produttore esecutivo. A Venezia, tra i film sorpresa di Orizzonti.

Molto rumore per nulla

L’incontro tra due mentalità opposte e due Cine possibili. La ventenne Li abbandona il nordest della Cina per la metropoli Shenzen. Qui incontra l’hongkonghese Jenny, che ha alle spalle una vita ben più turbolenta della sua: un divorzio, abiti alla moda, due figlie e un impiego in un locale notturno. [sinossi]

Non è certo una scoperta dell’ultima ora leggere nel cinema cinese contemporaneo uno sforzo verso la messa in scena del reale, del quotidiano; uno sforzo che diventa via via sempre più faticoso allorquando si ha il coraggio di spingersi in zone ambigue, quelle aree nelle quali la censura di partito decide aprioristicamente di intervenire. Proprio per far sì che non si creassero problemi con le autorità di Pechino, Wenmei Shenhuo/Perfect Life, opera seconda di Emily Tang, è stata inserita nel programma di Orizzonti con la dicitura “film sorpresa”, al pari dell’iraniano Tedium, di cui parleremo domani: in effetti lo sguardo della cineasta cinese verso il proprio paese, compresa la riacquisita Hong Kong, è tutt’altro che benevolo. In poco più di un’ora e mezza ci viene mostrato un mondo dedito alla corruzione, privo di qualsiasi radice, nel quale l’unico modo per cercare di galleggiare senza essere travolti dalla corrente è adoperare la menzogna come vero e proprio pane quotidiano. Un universo violento e difficile da inquadrare, nel quale si muovono le due protagoniste, una ventenne che sogna la fuga dalla sua città d’origine e che finirà invischiata in una fosca vicenda di contrabbando di opere d’arte, e una donna in procinto di separarsi dal marito.

Il loro occhio dovrebbe essere il nostro unico pass d’accesso all’universo cinese, ma il condizionale è d’obbligo: quasi da subito, infatti, la mano della Tang si dimostra insicura, e il suo sguardo tutt’altro che convinto di ciò che vuole rappresentare. Non sembra esserci una visione coerente del panorama che ci viene mostrato, e la tecnica utilizzata (macchina a mano decisamente sporca, zoom instabili) non appare figlia di una scelta estetica militante, ma piuttosto l’irrinunciabile contraltare del low budget e della semi-clandestinità che permeano l’intera opera. Se infatti l’attaccarsi in maniera ostentata e ansiogena ai corpi inquadrati parrebbe esemplificare una ferrea presa di posizione contro gli abbellimenti edulcorati dei prodotti d’esportazione approvati dal governo, inspiegabili sono alcune soluzioni di carattere più labilmente poetico (si veda l’insistita inquadratura dell’acqua con lo zoppo a bordo piscina), e inutilmente faticosa si dimostra l’intera struttura narrativa.

Quasi impossibile non perdersi dietro le vicende dei due personaggi, che non ci vengono raccontati se non per ellissi decisamente poco esplicative; da questa scelta deriva anche la sensazione di “molto rumore per nulla” che ci ha accompagnato al termine della visione. Al di là del fatto di mostrare una realtà ben più crudele e spietata di quella che amerebbe griffare la Cina, cosa ci rimane di così sconvolgente? Nulla, perché alla “mostra delle atrocità” Emily Tang si è completamente dimenticata di appaiare il racconto: vediamo, dunque, ma non entriamo in empatia con i personaggi. Li osserviamo con lo stesso interesse che ci spingerebbe a seguire le evoluzioni di un moscerino contro il vetro della finestra.
Un sentimento ben diverso dalla scomodità profonda che lasciano le opere di Jia Zhangke (qui fra i produttori esecutivi) o, per restare in campo femminile, Li Yu: nei loro film si avverte lo strappo che taglia in due l’anima cinese dei nostri anni, quell’indecisione fra la struttura maoista – falange oramai sempre più minoritaria – e i baluginanti fuochi d’artificio dell’occidente, per una fantascienza dell’ordinario che è una delle sorprendenti singolarità della cinematografia cinese. Tutto si fa più sfocato, invece, in Perfect Life; si apprezza la scelta di aver mescolato la fiction alle immagini rubate per la strada, e si intuisce che qualcosa sotto sotto si sta muovendo nella giusta direzione, ma può bastare?

Info
Il trailer di Perfect Life su Youtube.
  • perfect-life-2008-Emily-Tang-001.jpg
  • perfect-life-2008-Emily-Tang-002.jpg
  • perfect-life-2008-Emily-Tang-003.jpg
  • perfect-life-2008-Emily-Tang-004.jpg

Articoli correlati

  • Speciali

    Le donne nell’industria cinematografica cinese

    In occasione della ventiquattresima edizione del festival Sguardi Altrove, che dedica un piccolo focus alle registe cinesi, un excursus sul ruolo svolto dalle donne all'interno dell'industria della Settima Arte a Pechino e dintorni.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento