The Burning Plain – Il confine della solitudine

The Burning Plain – Il confine della solitudine

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Ben recitato-fotografato-diretto-eccetera, The Burning Plain è cinema dopato, coi muscoli di cristallo: cercando sotto l’intrecciata sceneggiatura, si troverà meno di quello che si credeva di scorgere. The Burning Plain è cinema seriale, è poetica senza poetica.

Stessa spiaggia, stesso mare

Un dramma che analizza il legame misterioso che unisce diversi personaggi separati nello spazio e nel tempo: Mariana, una sedicenne che cerca disperatamente di rimettere assieme i cocci delle vite dei genitori in una città di confine in Messico; Sylvia, una donna di Portland che deve affrontare un’odissea emotiva per cancellare un peccato del suo passato; Gina e Nick, una coppia alle prese con un’intensa relazione clandestina e Maria, una giovane ragazza che aiuta i genitori a trovare la redenzione, il perdono e l’amore… [sinossi –  labiennale.org]

The Burning Plain – Il confine della solitudine è un film gradevole. Discretamente coinvolgente, ottimamente recitato, ben diretto. La sceneggiatura, come la regia, è opera di Guillermo Arriaga, particolarmente apprezzato per la sua fruttuosa collaborazione con il golden boy Alejandro González Iñárritu (Babel, 21 grammi, Amores perros). Da non dimenticare la sceneggiatura del notevolissimo Le tre sepolture di Tommy Lee Jones. Fin qui, tutto bene.

Il problema, a voler essere pignoli, è tutto nella sostanza, nell’idea di cinema, nella concezione del rapporto con lo spettatore. Come (quasi) tutto il cinema del duo Arriaga-Iñárritu, The Burning Plain è il riuscito abbellimento di un materiale discreto ma non ottimo, è furbizia ancor prima che esercizio di stile: commercialmente inattaccabile, The Burning Plain è cinema seriale, è poetica senza poetica. The Burning Plain è il miglior film partorito da Arriaga (senza Iñárritu, idealmente con Iñárritu…) e allo stesso tempo il peggiore. Oppure sale sul podio, tra Amores perros e Babel. L’ideale classifica dipende dalla cronologia della visione: perché il giocattolo, in fondo, è sempre lo stesso.

La frammentazione dello sviluppo narrativo e la (sapiente) ricostruzione a incastri, con il surplus della presunta suspense, diventa in questo caso uno specchietto per le allodole e allo stesso tempo il punto di rottura: il mistero, se così vogliamo chiamarlo, si scioglie come neve a sole di fronte allo spettatore avvezzo – o assuefatto. Il marchio di fabbrica, questa volta (e non solo), non paga. Ben recitato-fotografato-diretto-eccetera, The Burning Plain è cinema dopato, coi muscoli di cristallo: cercando sotto l’intrecciata sceneggiatura, ahinoi, si troverà meno di quello che si credeva di scorgere.
Poi, sia chiaro, il montaggio finale che si apre e si chiude sul volto della sempre splendida Charlize Theron, ripercorrendo idealmente il racconto, funziona, commuove, piace. E così l’intero cast, a partire dalle giovanissime Jennifer Lawrence (Mariana), diciottenne di belle speranze, e Tessa, Ia bimbetta dallo sguardo intenso, severo.

The Burning Plain potrebbe segnare l’inizio di una sorta di Iñárritu-bis, in attesa di una riconciliazione del duo Arriaga-Iñárritu. La speranza è che, qualsiasi possa essere il futuro rapporto tra i talentuosi cineasti messicani, i due cambino rotta, alla ricerca di nuove strade, meno scontate. Difficile, ovviamente, abbandonare un cammino lastricato d’oro.

Info
Il trailer di The Burning Plain.
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