Ponyo sulla scogliera

Ponyo sulla scogliera

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Plasmando un intreccio che riecheggia Hans Christian Andersen, Miyazaki sposa il punto di vista dei sui piccoli protagonisti, raccontandoci con Ponyo sulla scogliera una storia di poetica, inarrivabile, semplicità.

Ponyo, Ponyo… bambina dal pancino tondo…

Ponyo Ponyo Ponyo tiny little fish
She’s a little fish from the deep blue sea
Ponyo Ponyo Ponyo she’s a little girl
She’s a little girl with a round tummy
Ponyo on the cliff by the sea

L’aspetto più sorprendente di Ponyo sulla scogliera – e degli ultimi tre lungometraggi di Miyazaki: La città incantata (2001), Il castello errante di Howl (2004) e, appunto, Ponyo – è la capacità del maestro giapponese di cambiare restando se stesso, di rinnovarsi nella continuità, di rinunciare ad alcuni temi forti della sua poetica per farne emergere altri, altrettanto universali, necessari, irrinunciabili. Ponyo sulla scogliera è una favola o, per meglio dire, la favola: Miyazaki, plasmando un intreccio che riecheggia Hans Christian Andersen, sposa il punto di vista dei sui piccoli protagonisti, raccontandoci una storia di poetica, inarrivabile, semplicità. In questo senso, e non solo, Ponyo è Totoro, capolavoro datato 1988 e presto – mai termine fu più improprio – nelle nostre sale. Un anticipato e sentito grazie ad Andrea Occhipinti e alla Lucky Red.

Al nuovo corso miyazakiano, Ponyo sulla scogliera aggiunge una scelta stilistica coerente e funzionale: la rinuncia alla computer grafica (peraltro usata dallo Studio Ghibli col misurino e sempre nel totale rispetto dell’animazione tradizionale) e il ricorso ai colori pastello per i fondali, con evidente sacrificio della celeberrima accuratezza e fotografica verosimiglianza delle ambientazioni – urge, per un confronto, la visione di Princess Mononoke (1997), opera spartiacque che ha segnato l’abbandono, forse definitivo, dei temi politici e più aggressivamente ambientalisti. Ma l’animazione, fortunatamente, può raggiungere straordinari risultati espressivi attraverso le tecniche più disparate: la sequenza della cavalcata delle onde, oltre alla straordinaria carica emozionale, è una sorta di trattato sull’animazione, indicazione evidente di come non sia necessario il sistematico ricorso al 3D – concetto peraltro sottolineato da Miyazaki durante la conferenza stampa. L’animazione di Ponyo sulla scogliera, mantenendo il caratteristico character design dello Studio Ghibli, che con alcune variazione possiamo far risalire al capolavoro-flop Il segreto della spada del sole (1968) di Isao Takahata e alla lezione del maestro Yasuji Mori (Gli allegri pirati dell’isola del tesoro, Il gatto con gli stivali), ci offre un altro spunto di riflessione: tra i tanti segreti di Miyazaki, non secondaria è la capacità di fondere la linea chiara del character design con i colori pastello e le linee più stilizzate dei fondali, come già accadeva con la perfetta simbiosi, nei film precedenti, di computer grafica e animazione tradizionale – i primi esperimenti con le tecniche digitali risalgono al corto On Your Mark (1995), commovente omaggio all’eroina Nausicaä. L’arte di Miyazaki, e di tutto lo Studio Ghibli, mantiene la spontaneità e l’ispirazione dell’artigianato, pur raggiungendo risultati al box office asiatico da industria di prima grandezza: Ponyo sulla scogliera è opera d’arte in senso assoluto, è la realizzazione di un modo di vivere e pensare. Ancor prima di essere un film destinato agli spettatori, Ponyo è opera intima che si offre al mondo, senza limitazioni di pubblico: film sulla vita, su due splendidi bambini, ma non film per bambini.

Miyazaki, fin dai primi istanti della pellicola, chiarisce le sue intenzioni: Ponyo sulla scogliera ha un inizio dichiarato, come tutte le favole degne di questo nome, e l’unico modo per immergersi totalmente nel racconto è guardare con occhi non velati dal pregiudizio, abbandonandosi alla meraviglia visiva, al lirismo della colonna sonora, alla gioia esplosiva di Ponyo e Sosuke, al miracolo della vita (la sequenza dell’incontro tra la bambina-pesce e il neonato ha un potere terapeutico), lasciandosi trascinare dalla cavalcata delle onde (oltre alla resa dell’animazione, occorre sottolineare l’ennesima grande colonna sonora di Joe Hisaishi che nella suddetta sequenza fonde l’epicità di Wagner con la dolce sonorità che aveva già contraddistinto le musiche di Totoro).
Nella poetica del regista di Akebono ci sono molti temi ricorrenti, alcuni dei quali hanno preso il sopravvento nel corso degli anni e dei film: affievolito lo sguardo politico che aveva occupato gran parte delle sue opere (Conan, Laputa, Nausicaä, Mononoke e via discorrendo) e lasciate sullo sfondo le convinzioni ecologiste, Miyazaki si è concentrato su una dimensione più personale e intima. Nei suoi film, non a caso, si è defilata la figura dell’eroe maschile, lasciando campo aperto alle eroine di tutti i giorni, ai bambini e agli anziani. Miyazaki guarda ora al mondo con gli occhi di un nonno, circondato da bimbetti: l’attenzione che ha sempre avuto per infanzia e terza età assume ora primaria importanza. Come nessun altro, Miyazaki ha rappresentato e rappresenta le figure femminili, tratteggiando donne forti, vitali, indipendenti: Lisa, la mamma che tutti vorremmo avere, è il logico risultato di un lungo percorso, iniziato con Hilda (Il segreto della spada del sole) e proseguito con le varie Lana e Monsley (Conan), Nausicaä (Nausicaä della Valle del Vento), Sheeta e Dola (Laputa) e via discorrendo. Donne, bambini, anziani: la forza delle donne, speranza per un futuro migliore, e la disarmante spontaneità dei fanciulli sono accostati – anche fisicamente: si veda la vicinanza asilo-casa di riposo – alla rassicurante presenza degli anziani. Nel mondo ideale di Miyazaki l’assistenza non è un peso e la comunità si tiene ben stretti i suoi vecchietti.
E ancora una volta, sono proprio le piccole comunità il luogo ideale in cui vivere: come l’isola di Hyarbor nella serie televisiva Conan, il ragazzo del futuro, la famiglia di Sosuke vive immersa nel verde, circondata dal mare, in una piccolissima cittadina dove tutti si conoscono e tutti si aiutano. E a Conan torniamo anche per le onde giganti che circondano e quasi sommergono la casa di Lisa e Sosuke: lo tsunami (si veda l’episodio L’Onda Gigante) che aveva paurosamente minacciato Hyarbor è solo apparentemente un pericolo. La forza distruttiva della natura, che tornerà con degli tsunami sui generis ben più devastanti in Nausicaä (l’onda inarrestabile dei mostri-tarlo) e Mononoke (la marea provocata dalla morte dello Didarabocchi, forma notturna del Dio Cervo), in Ponyo si è placata.

Tra le ricorrenti tematiche di Hayao Miyazaki – ancora una volta si comincia dal cielo, luogo di libertà assoluta e sorta di mondo-altro, qui rappresentato da un meraviglioso mondo sommerso, azzurro capovolgimento in cui si può nuotare-volare senza freno – si insinua sempre più l’amore coniugale. Lo sguardo di Miyazaki, sempre più vicino alle piccole storie familiari, non poteva escludere questo aspetto (assume un senso quasi rivoluzionario nella poetica miyazakiana il divertentissimo battibecco via faro tra Lisa e il marito). In Ponyo l’attrazione amorosa è centrale, dominante, naturalissima. In questo senso, nonostante le intense love story di Mononoke e Il castello errante di Howl, Ponyo è il risultato più compiuto.
Ponyo sulla scogliera è l’ennesimo capolavoro di un artista che, con merito e buona sorte, ha potuto mantenere intatta e pura la sua poesia. Miyazaki, lo Studio Ghibli, Ponyo e tutto quel che segue sono un (irripetibile?) miracolo artistico-commerciale.

Info
Ponyo sulla scogliera su nausicaa.net.
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